Nell’Afghanistan delle donne cancellate dalla sharia, i talebani celebrano cinque anni di ritorno al potere

Così i talebani festeggiano la presa di Kabul mentre gli afghani sprofondano nella crisi umanitaria. Centinaia di decreti per soffocare i diritti delle donne e ogni forma di dissenso, tra minacce interne ed esterne

14 AGO 26
Tradotto con IA
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Lo scorso giugno nella città occidentale di Herat, in Afghanistan, un gruppo di manifestanti è sceso per le strade del quartiere Jebrail per protestare contro la negazione dei diritti delle donne afghane. Tra i manifestanti erano presenti anche uomini, gli slogan riprendevano quelli delle proteste delle donne iraniane, azadi, libertà, e “Donne, lavoro e libertà”. Tutto era iniziato con l’arresto di almeno una trentina di donne per non aver rispettato il codice di abbigliamento imposto dal ministero per la Promozione della virtù e la Prevenzione del vizio dei talebani. Le autorità hanno risposto con la repressione, prima con bastoni, poi aprendo il fuoco sulla folla: secondo le Nazioni Unite due persone, tra cui un bambino, sono state uccise e almeno trenta sono rimaste ferite. Negli stessi giorni, una ragazza afghana di 15 anni è stata uccisa insieme alla madre da un funzionario talebano mentre tentava di rapirla per costringerla a sposarsi.
Dopo la presa del potere dell’Afghanistan, il 15 agosto di cinque anni fa, nelle prime interviste con i giornalisti i talebani finsero che presto le scuole femminili sarebbero state riaperte, giustificando le misure repressive con generici motivi di “sicurezza”. Nei fatti, in cinque anni il regime dell’Afghanistan ha progressivamente smantellato i diritti di più della metà della sua popolazione, emanando anno dopo anno oltre cento decreti contro donne e ragazze, “istituzionalizzando la discriminazione e privandole dei loro diritti fondamentali, con profonde conseguenze per le loro vite e per le loro comunità”, scrive UN Women nel suo ultimo rapporto in occasione dei cinque anni dal ritiro americano dell’Afghanistan. Soltanto un mese dopo il ritorno al potere, nel settembre del 2021, una delle prime misure attuate dai talebani è stata la chiusura delle scuole per le ragazze di età superiore ai dodici anni. Alle donne che lavoravano negli uffici governativi è stato chiesto di rimanere a casa, dando inizio alle restrizioni sul lavoro fino all’obbligo di essere accompagnate da un  mahram, un tutore maschile, per spostarsi e di essere visitate solo da personale medico femminile. Nel maggio del 2022 è stato chiesto a donne e ragazze che non sono “né troppo vecchie né troppo giovani” di coprire il loro volto con il velo integrale, lasciando trasparire solo gli occhi, a novembre sono state bandite dai parchi della capitale, da palestre, piscine e bagni pubblici, a dicembre 2023 è arrivato il divieto di frequentare l’università e poi i saloni di bellezza, gli ultimi posti rimasti per le donne in cui potersi incontrare o lavorare. Una legge dell’agosto del 2024 ha imposto alle donne il divieto di alzare persino la voce in pubblico e di poter lavorare per ong o organizzazioni internazionali. L’ultimo decreto, approvato lo scorso giugno, autorizza legalmente i matrimoni precoci e il silenzio di una ragazza minorenne per dare il consenso a sposarsi. L’esclusione delle afghane dall’istruzione, dal lavoro, dalla vita pubblica, dai sistemi giudiziari e dall’assistenza sanitaria ha talmente limitato la loro libertà di movimento che più della metà dichiara di uscire di casa due volte al mese o meno, quasi tre quarti hanno raccontato a UN Women di sentirsi insicure a uscire senza un mahram, oltre la metà evita del tutto i luoghi pubblici, come mercati e strutture sanitarie, solo il 7 per cento è rimasto con un lavoro.  La conseguenza è una crisi per la salute mentale delle donne afghane, oltre che fisica – presto non ci sarà più alcuna operatrice sanitaria disponibile a curarle – e se il divieto all’istruzione dovesse protrarsi fino al 2030, secondo le Nazioni Unite “oltre due milioni di ragazze saranno private dell’istruzione oltre la scuola primaria, in un paese che ha già uno dei tassi di alfabetizzazione femminile più bassi al mondo”.

Le restrizioni ai media

In cinque anni i talebani hanno emanato numerosi decreti per limitare l’indipendenza dei media e imporre restrizioni alla libertà di stampa. Centinaia di testate giornalistiche e media indipendenti sono stati chiusi, la maggior parte dei giornalisti è uscita dal paese o ha abbandonato la professione. Attivisti e dissidenti sono state inflitte detenzioni arbitrarie e torture, mentre centinaia di membri delle forze di sicurezza del precedente governo sono stati vittime di sparizioni forzate ed esecuzioni extragiudiziali.  A gennaio scorso il regime ha emanato un nuovo Codice di procedura penale per i tribunali che prevede pene detentive e fustigazione per chi insulta la leadership dell’Emirato islamico dell’Afghanistan (20 frustate e sei mesi di carcere) o il leader supremo dei talebani (39 frustate e un anno di carcere), criminalizzando qualsiasi critica alle autorità. La legge punisce anche qualsiasi contatto con gli oppositori del governo e definizioni vaghe di “ribellione”, “sovversione” ed “eresia” sono associate a pene severe, “fornendo al regime una nuova e potente arma legale per mettere a tacere i giornalisti”, scrive in occasione dell’anniversario per i cinque anni di legge talebana l’ong francese Reporter senza frontiere.

La crisi umanitaria

Non solo le donne afghane stanno affrontando il peso dei cinque anni di regime talebano in Afghanistan. Tutta la popolazione è dentro una prolungata crisi, aggravata dal ritorno alla fine del 2023 di oltre sei milioni di afghani dai paesi limitrofi che ha aggravato la situazione di emergenza in un paese già al collasso.
I paesi confinanti con l’Afghanistan, Pakistan e Iran, hanno deportato o costretto al rimpatrio quasi cinque milioni di afghani. Anche la Turchia ha respinto gli afghani al confine e ne ha deportati molti direttamente in Afghanistan, spesso senza esaminare con attenzione le loro richieste di protezione, lasciandoli affrontare la repressione del regime. Dopo l’interruzione della maggior parte degli aiuti internazionali e con i servizi sanitari gravemente indeboliti, oggi quasi la metà della popolazione necessita di assistenza alimentare e medica – secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, circa 21,9 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria – oltre 3,7 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta, il tasso di mortalità materna in Afghanistan è tra i più alti al mondo. Gli aiuti internazionali disponibili per la risposta umanitaria sono stati ridotti di quasi il 70 per cento, passando da 3,3 miliardi di dollari nel 2022 a un miliardo di dollari nel 2025.  Quest’anno sono stati stanziati solo 450 milioni di dollari di aiuti per far fronte alla crisi umanitaria: rappresentano appena 26 per cento degli 1,7 miliardi di dollari necessari.

Il conflitto con il Pakistan

Oltre ai problemi interni, nell’ultimo anno il governo dei talebani si è ritrovato a gestire la guerra al confine con il Pakistan: a febbraio i raid aerei pachistani su Kabul e altre province afghane  e gli attacchi transfrontalieri rivendicati da entrambe le parti hanno scatenato una “guerra aperta” tra i due paesi, come annunciato da ministro della Difesa pachistano Khawaja Mohammad Asif. Secondo l’organizzazione afghana per i diritti umani Rawadari, tra dicembre 2024 e giugno 2026 l’esercito pachistano avrebbe ucciso o ferito più di   1.180 afghani, tra cui donne e bambini, causando lo sfollamento di oltre 29.000 famiglie, mentre il Pakistan continua ad accusare Kabul di dare rifugio a militanti che organizzano attacchi contro Islamabad.

I gruppi di resistenza

L’esercito afghano è mal equipaggiato contro le Forze pachistane così come con i gruppi di resistenza, che nelle ultime settimane hanno lanciato alcune operazioni armate nella provincia nord-orientale di Badakhshan andate a buon fine. Il 17 luglio, il gruppo che si è appena formato  Sepahiyan-e Mihan, che significa “Fronte dei soldati patriottici”, ha occupato per alcune ore il centro di Yaftali Sufla, un avamposto strategico nella provincia, segnando per la prima volta la perdita di un capoluogo da in cinque anni di regime afghano. Secondo alcuni esperti e analisti, nell’ultimo periodo le forze di resistenza sarebbero passate dalla guerriglia alla fase operativa, e ci sarebbero segnali che indicano un possibile aumento della cooperazione tra i gruppi: “E’ un dato di fatto che i talebani, che si avvicinano a festeggiare il prossimo 15 di agosto i cinque anni di ritorno al potere in Afghanistan, si trovano ad affrontare un ritmo operativo più intenso nel Badakhshan”, ha scritto l’ufficiale in pensione del Comando centrale degli Stati Uniti, Will Selber, qualche giorno fa sul Long War Journal  della Foundation for Defense of Democracies.

Il riconoscimento internazionale

La Russia   è l’unico paese a riconoscere ufficialmente il governo talebano, eppure negli ultimi anni molte nazioni hanno aperto un dialogo con i leader afghani. Nella capitale sono state aperte ambasciate con un obiettivo dichiarato dallo stesso ministero degli Esteri: instaurare relazioni con tutti i paesi per avere legittimazione internazionale. A Kabul sono arrivati gli inviati di Cina, Giappone, Turchia, Arabia Saudita per siglare accordi commerciali, poi di Tagikistan,  Turkmenistan,  Kirghizistan,  Uzbekistan  e  Kazakistan, in cerca di sbocchi via mare attraverso l’Afghanistan per le loro rotte. Dopo l’apertura del fronte di guerra con il Pakistan, anche l’India  ha rafforzato in chiave anti pachistana i suoi legami con il governo talebano, fornendo lo  scorso  anno una deroga alle sanzioni per consentire al ministro degli Esteri talebano Amir Khan Muttaqi di recarsi nel paese. Persino i paesi europei, nonostante le condanne ai decreti dei talebani, a porte chiuse hanno aperto alla diplomazia con Kabul: soltanto lo scorso giugno la Commissione europea ha invitato e incontrato una delegazione talebana a Bruxelles per discutere dei rimpatri forzati dai paesi dell’Ue. I talebani hanno avviato colloqui sul rimpatrio dei cittadini afghani privi del diritto di soggiorno in Europa, mentre la Commissione europea ha sottolineato che l’obiettivo era accelerare i rimpatri delle persone condannate per reati gravi o considerate una minaccia per la sicurezza. Nonostante la preoccupazione per la deportazione di cittadini afghani che potrebbero essere sottoposti a torture e vessazioni da parte dei talebani, alcuni paesi europei come Svezia e Regno Unito hanno spinto la Commissione ad approfondire i negoziati con Kabul, un tema “di fondamentale importanza”, ha detto il ministro svedese per l’immigrazione Johan Forssell. Ma non solo. L’ultimo paese europeo ad aver stretto un accordo con i talebani è la Germania, un patto  che permette ai talebani di consolidare la propria presenza diplomatica in Germania in cambio della cooperazione per il rimpatrio dei migranti afghani in Afghanistan.  E’ il primo paese europeo a consentire ufficialmente a funzionari nominati dai talebani di lavorare nelle missioni diplomatiche in Europa, e getta parecchie ombre sulla politica dei rimpatri che Bruxelles intende sponsorizzare in stati dove vige la sharia, la legge islamica.
Domenica scorsa, a pochi giorni dall’anniversario in cui i talebani  riprendevano il controllo dell’Afghanistan,  sono stati arrestati due membri afghani della missione politica delle Nazioni Unite nel paese, senza accuse né possibilità di ricevere visite, dimostrando che a distanza di cinque anni neanche le organizzazioni umanitarie e gli aiuti alla popolazione sono immuni al controllo di Kabul.