Esteri
i porti di odessa •
La tempesta del grano nel Mar Nero
Per sbloccare la minaccia russa che incombe sulla sua economia, l'Ucraina valuta strade alternative, anche con i turchi
14 AGO 26

Di nuovo c’è al centro la Turchia, come quando quattro anni fa, l’Ucraina e la Russia firmarono due accordi separati per rendere sicura la navigazione del Mar Nero. Ankara fece da mediatore e il presidente Recep Tayyip Erdogan fu l’artefice di un accordo che ebbe vita breve, ma che interessava molto anche il suo paese. Furono i russi a non volerlo rinnovare, tentando di bloccare di nuovo le vie del grano verso i porti ucraini, e Kyiv rispose incrementando gli attacchi contro le navi militari russe, che ormai sono scomparse dalle acque del Mar Nero in prossimità dell’Ucraina e sono state spostate anche dai porti occupati della Crimea. Se il commercio del grano poté ripartire, fu grazie a come l’Ucraina riuscì a trasformare la guerra in acqua, partendo da un grande svantaggio. Riuscì a ristabilire la sicurezza della navigazione e a ridare vita ai suoi porti nella regione di Odessa. In queste settimane, nella più celebre delle città portuali dell’Ucraina, le banchine appaiono desolate, non si nota il tramestio solito dei mercantili che arrivano e partono: nessuno entra più da fine luglio. Le gru sono spesso ferme, qualcosa non funziona più nelle acque del Mar Nero. Mosca ha incrementato gli attacchi contro le navi dirette o in partenza dai porti ucraini e la conseguenza è stata che gli armatori hanno iniziato a rinunciare alla partenza: troppo rischioso, assicurazioni troppe alte. Il senso di desolazione nei porti è una brutta immagine se si pensa all’inverno e alla possibilità che il grano che già è stipato nei depositi rischia di rimanerci fino a marcire. Ieri l’Ucraina, sempre tramite la Turchia, ha proposto la cessazione reciproca degli attacchi contro le navi mercantili nel Mar Nero, dopo che Mosca ha colpito duecentodiciotto imbarcazioni soltanto nel mese di luglio, causando il blocco delle esportazioni marittime. Nei primi giorni di agosto, secondo Politico, l’Ucraina ha esportato solo 463.000 tonnellate di cereali, un terzo rispetto al ritmo abituale.
La Russia non colpisce navi ucraine, ma straniere, e finora ha causato morti fra gli equipaggi e l’obiettivo è imporre a Kyiv una vendetta per i successi che i suoi droni stanno ottenendo contro le navi della flotta ombra russa anche nel Mar d’Azov, le cui acque la Russia ormai occupa interamente e riteneva fossero al sicuro dai colpi degli ucraini. Non è così: a luglio il comandante Madyar ha iniziato una campagna di successo, mandando i suoi droni ben oltre le linee che Mosca pensava potessero essere raggiunte. Beffata e colta alla sprovvista, la Russia ha deciso di vendicarsi sul commercio del grano dell’Ucraina, che è una fonte vitale dell’economia del paese e il 90 per cento della sua esportazione passa per il Mar Nero. I danni di questa campagna sono sull’economia globale e con il blocco dei porti ucraini, che funzionano e sono aperti ma sono ritenuti troppo rischiosi da raggiungere, il prezzo dei cereali potrebbe aumentare del 20 per cento.
Non è la prima volta che Kyiv si trova in questa situazione e per questo ha già sperimentato che al mare non c’è rimedio. Negli anni passati aveva provato a dirottare parte delle sue esportazioni su rotaia, un metodo ben più costoso, ma da una parte c’è Mosca che mira ai treni con più frequenza e proprio questa settimana è stato colpito un treno in corsa nella regione di Odessa e l’attacco è stato talmente rapido che non è stato possibile ordinare l’evacuazione del mezzo, dall’altra ci sono i paesi europei di confine come Polonia, Slovacchia e Ungheria, che non facilitano il trasporto soprattutto a causa di proteste interne: nel 2023, Varsavia impose un divieto all’importazione di cereali ucraini, violando le norme commerciali europee. La scorsa settimana Kyiv ha fatto appello proprio all’Ue, chiedendo un prestito per consentire alle piccole e medie aziende agricole in Ucraina di conservare il proprio grano fino alla fine della crisi, in modo da non svenderlo.
Kyiv ha tentato di accordarsi con la Moldavia, per superare i problemi con i vicini europei, ma la via verso Chisinau non è adeguata al livello di esportazione dell’Ucraina. E se negli anni passati si era tentato di dirottare il trasporto del grano usando il Danubio, il basso livello attuale delle acque non consente il transito di navi mercantili.
Non è ancora in emergenza, i picchi del raccolto e del trasporto devono ancora arrivare, e l’Ucraina cerca altre strade. E’ già successo in passato che Mosca riaccendesse la crisi del grano e tentasse di bloccare i porti ucraini, sapendo bene che l’assenza dei mercantili è un’immagine di desolazione che il paese non può permettersi. Il blocco però non è una questione che riguarda soltanto Kyiv e, proprio per questo, ancora una volta, si ripresenta la Turchia.
Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
