Nell’estate del discontento di Farage viva Count Binface, che ha mostrato i limiti del populismo britannico

Il leader di Reform ha provato a distrarre dalle sue inchieste richiamando Clacton al voto, i sondaggi lo favoriscono ma il candidato di cinquemila anni venuto dallo spazio ha ormai smascherato le menzogne del populismo britannico. Per una volta, l’antisistema è un bidone della spazzatura

13 AGO 26
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Count Binface si è fatto una foto con le sue letture estive, uno è “One Party After Another: The Disruptive Life of Nigel Farage”

I sondaggi dicono che Nigel Farage vincerà le elezioni suppletive di Clacton-on-sea di oggi, come aveva pianificato quando si era dimesso e ricandidato poco più di un mese fa, e come era prevedibile, dal momento che i principali partiti del Regno Unito hanno deciso di boicottare questo voto, non hanno presentato il loro candidato, e hanno delegato l’opposizione al leader nazionalista a Count Binface, il candidato di cinquemila anni venuto dallo spazio con un bidone della spazzatura sulla faccia, e ad altri 32 candidati, di cui addirittura tre dell’Official Monster Raving Loony Party, che dall’inizio degli anni Ottanta mette nelle liste elettorali candidati travestiti. Nell’elezione-circo vince il circense meglio organizzato, si dirà, e l’ultimo ghigno resterà, come sempre, a Farage, ma non è nemmeno questa la morale di uno spettacolo di mezz’estate che ha luogo in quella che era la più ambita destinazione vacanziera della piccola borghesia inglese degli anni Sessanta, con il suo luna-park che tutti cercavano di replicare tanto era nuovo e scenografico sulle rive dell’Essex. Per quanto Farage sia al 70 per cento nei sondaggi di Clacton, per quanto gli elettori locali si lamentino che si sentono presi in giro da questo esperimento di politica circense, questa è l’estate del discontento del leader nazionalista e della sua formula – ahinoi fortemente esportata – del popolo contro l’establishment.
Tutto è cominciato poco prima del 7 maggio scorso, il giorno delle elezioni amministrative. Il Guardian fece uno scoop clamoroso: Nigel Farage aveva ricevuto “un regalo” di 5 milioni di sterline da un miliardario thailandese-britannico, Christopher Harborne, nel 2024, e non lo aveva dichiarato alla commissione elettorale. Era la primavera del 2024, di lì a poco, a maggio, l’allora premier conservatore Rishi Sunak, avrebbe annunciato la data delle elezioni anticipate, il 4 luglio, che avrebbero consegnato il governo del Regno Unito al Labour di Keir Starmer con una gloriosa maggioranza, spazzando via dai Comuni i Tory al potere da 14 anni e portando in Parlamento, per la prima volta dopo sette tentativi, Nigel Farage, che vinse a Clacton-on-Sea – il “regalo” da 5 milioni, che Farage continua a definire “a titolo personale” con tutta probabilità contribuì a quella vittoria.
Tornando al maggio di quest’anno: la campagna elettorale per le amministrative è agli sgoccioli, tutti sanno che saranno una vittoria per il partito di Farage, Reform Uk, e una batosta colossale per il Labour di Starmer, che, non essendo riuscito a invertire il corso di quella sconfitta annunciata, si era preparato per gestirla. Esce lo scoop del Guardian, iniziano le inchieste giornalistiche sui torbidi finanziamenti di Farage, ma siamo ormai a ridosso del voto, e tutto va come era previsto. Farage urla felice al discorso della vittoria, Reform Uk è il primo partito del paese, Starmer se ne deve andare – “Starmer out” era lo slogan della campagna di Farage.
Il premier, che non sarà mai stato un leader brillante, che era passato in mezzo a scandali invero devastanti – come quello relativo alla nomina ad ambasciatore negli Stati Uniti di Peter Mandelson, veterano del New Labour amico del finanziere pervertito Jeffrey Epstein – ma che era ben consapevole della tempesta in arrivo, si era preparato. Si assume la responsabilità della sconfitta, dice che il voto degli inglesi sarà ascoltato, annuncia cambiamenti, e tira dritto. Da quel momento il suo lavoro è sopire i malumori dentro al Labour, che pur stando seduto su un bottino gigantesco di seggi in Parlamento consegnato proprio da Starmer, s’è convinto che il problema sia proprio Starmer, basta levare lui e il mondo tornerà a sorridere a una sinistra che aspettava di tornare al potere da quattordici anni e che dopo due è già esausta, a corto di idee e a corto di unità. Starmer ci prova, ma non ce la fa: il folle cannibalismo interno che fino a quel punto era stata una esclusiva dei Tory, che avevano divorato premier a un ritmo da serial killer, travolge anche il Labour, che fa fuori Starmer e punta tutte le sue carte sull’allora sindaco di Manchester Andy Burnham. Il quale se le gioca alla grande, le sue carte, supera il veto starmeriano di candidarsi per una suppletiva e tornare ai Comuni – primo passo per accedere alla leadership del Labour e quindi a Downing Street – fa la campagna elettorale a Makerfield, vince, organizza le sue truppe e costringe Starmer alle dimissioni. Il merito di Burnham è che, a Makerfield, batte il candidato di Reform Uk in modo netto: va detto che non era un candidato forte, aveva quei problemucci che Reform Uk ha un po’ ovunque con i suoi politici, dichiarazioni suprematiste, misoginia, razzismo, del resto il bacino da cui attinge è fatto così, ma va anche detto che Reform Uk aveva investito moltissimo in questa corsa, quindi la sua sconfitta ha un sapore nazionale del tutto nuovo e molto dolce per i suoi avversari. A parte le riflessioni sui meccanismi perversi che si sono attivati nel Labour in panico, di fatto Burnham realizza il piano di Farage: Starmer è effettivamente out.
Ma questa vittoria, se così possiamo chiamarla, coincide con l’inizio dell’estate del discontento di Farage. Il Sunday Times fa un altro scoop – sì, questa è anche la storia di alcuni media tradizionali che dimostrano che il giornalismo non è impacchettare scopiazzature in card digeribili per i social né rutti sui sociali travestiti da proposte politiche. All’inizio di luglio, il team investigativo del giornale conservatore (di proprietà di Rupert Murdoch) rivela che George Cottrell, un ricco trentenne mezzo aristocratico che chiama Farage “daddy” e che ha passato qualche mese nelle galere americane condannato per frode, ha fornito soldi, assistenti “per la sicurezza personale” di Farage e case al leader di Reform Uk. E’ una storia che ogni domenica il Sunday Times arricchisce di nuovi dettagli, ma è sempre la stessa storia rivelata dal Guardian in primavera: il rapporto torbido di Farage con i suoi finanziatori e le donazioni per la sua ascesa politica costantemente nascoste ai registri pubblici. Poiché i Comuni hanno già aperto un’inchiesta su Farage per i 5 milioni di sterline, e poiché ogni rivelazione stropiccia l’immagine (falsa nella sostanza, in ogni caso) del leader populista che mette a ferro e fuoco il sistema, Farage fa quello che sa fare meglio: la vittima di questo sistema. In un annuncio accorato e piagnucoloso in diretta sui social, dice di essere perseguitato dai media e dai politici che non riuscendo a batterlo sulle idee cercano di travolgerlo in modo subdolo, si dimette da parlamentare (così l’inchiesta dei Comuni si sospende automaticamente) e si ricandida sempre a Clacton, in quella che definisce, senza grande fantasia, un’elezione suppletiva “popolo vs establishment”.
I grandi partiti dichiarano: non candideremo nessuno, non parteciperemo a questa baracconata. E’ una scelta inevitabile e allo stesso tempo paradossale, perché se è giusto non spendere soldi e risorse per l’one-man show di Farage, disertare la corsa elettorale significa anche regalargli la vittoria. Ed è qui che arriva l’irresistibile Count Binface, che con la sua tuta spaziale, la sua oratoria di alieno planato sul pianeta Terra da una galassia lontana, affascinato da quel che solo qui c’è, la democrazia, e i continui giochi di parole sui bidoni della spazzatura, in onore del suo costume e del suo nome, diventa lo sfidante principale di Nigel Farage. Dentro al bidone c’è Jon Harvey, un comico, autore di trasmissioni di satira politica famose nel Regno (e oltre, come “The thick of it”), che ha già partecipato a quattro elezioni parlamentari e a due elezioni da sindaco di Londra. Il suo risultato migliore risale al 2024, quando si candidò nel seggio dell’ex premier Sunak: 398 voti, lo 0,6 per cento del totale, sesto su tredici candidati. In nessuna delle sue corse elettorali ha mai riottenuto indietro le 500 sterline che ogni candidato mette come deposito per partecipare (alle elezioni da sindaco di Londra il deposito è di 10 mila sterline), e che viene restituito in caso si superi il 5 per cento del voto. Oggi, per tutti gli altri candidati a Clacton, Farage e Binface a parte, la soglia del successo è proprio quella di riprendersi indietro le 500 sterline.
Binface è diventato un fenomeno internazionale, è corteggiatissimo dai media di tutto il mondo, ma la sua irresistibilità non sta soltanto nel modo coltissimo in cui parla, nella sua ironia, nel suo manifesto tragicomico, nella battuta sempre pronta (e profondamente british: metà delle volte lo capiscono solo gli inglesi), ma nel fatto che ha del tutto trasformato il concetto di “outsider” e quindi di sistema. Naturalmente conta il fatto che Binface sfida Farage, che si è sempre posizionato come l’outsider (pur essendo un benestante esponente della classe media con carriera nella City di Londra) e che a questo giro è stato superato dal candidato dallo spazio. Se fosse stata un’elezione normale, Binface avrebbe fatto la fine che fanno questi candidati, cioè avrebbe perso il deposito e avrebbe avuto l’unico momento di gloria sul palco della vittoria di un altro, che è il momento in cui i candidati sono tutti insieme e che scopriamo che vertici di bizzarria riesce a raggiungere la politica britannica – era sul palco anche insieme a Burnham, a Makerfield, assieme al candidato-volpe. Ma questa non è un’elezione normale, per varie ragioni: la prima è che è chiaramente un’operazione di distrazione messa in campo da Farage per prendere respiro dalle inchieste sui tanti soldi ricevuti e non dichiarati: è un’operazione che non gli sta riuscendo, ogni giorno esce qualche nuovo dettaglio sul suo network di finanziatori controversi e sulla creatività, diciamo, con cui Farage gestisce i fondi in arrivo; la seconda è che è inutilmente dispendiosa, perché il deputato che c’era fino a luglio con tutta probabilità ci sarà anche il 14 agosto, e questo è uno sfregio all’immagine del fanciullino antisistema che critica sempre le spese folli degli altri e ora si ritrova a far perdere quattrini e tempo ai suoi stessi elettori; la terza è che per la prima volta da decenni Farage non è più l’outsider, non è più il più ironico, il più sfrontato, il meno invischiato in conflitti di potere, il meno paludato: c’è Binface. Certo, nel momento in cui abbiamo tutti perso la testa per il Conte, nel momento in cui tutti abbiamo cominciato a ripetere: meglio un bidone della spazzatura che un nazionalista mezzo corrotto, Farage ha potuto riprendersi parte della regia di questa baracconata denunciando Binface come il candidato sostenuto dall’establishment, attaccando principalmente Jon Harvey, che nella vita è contrario alla Brexit ed è un moderato. Ma nemmeno questa operazione gli è riuscita, proprio per le ragioni per cui questa elezione è nata: le acque torbide in cui opera Farage non si sono ripulite. A dire la verità, è in corso una frammentazione nel voto per la destra estrema a causa della presenza di un partito ancora più a destra di Reform Uk, che si chiama Restore Britain: si sta faticosamente negoziando una ricomposizione, ma in mezzo a rivalità personali enormi, a ingerenze trumpiane sulfuree e, ancora una volta, opacità nei fondi. Come dice la giornalista Carole Cadwalladr, che da dieci anni denuncia queste opacità e le sue connessioni con le campagne di destabilizzazione della Russia, e che ora vede gran parte del giornalismo britannico convergere sulla sua denuncia: “Tutti i polli stanno tornando a casa per essere arrostiti”.
La campagna elettorale di Count Binface è stata divertentissima, una boccata d’aria in un’estate di incendi, di caldo, di guerre, di vari diroccamenti democratici. Con lo slogan “Make your vote Count”, da settimane Binface si divide tra studi televisivi e visite agli elettori di Clacton: dice che conosce più elettorali locali di quanti ne conosca Farage, che o è alla corte di Trump o è da qualche altra parte a contare i suoi soldi; ha presentato un manifesto in 20 punti in cui distorce le parole chiave del populismo di Farage rendendole comiche (uno dei punti migliori: “Più posti di lavoro, più dottori e più quelle altre cose per cui votano gli umani”); si è fatto una foto con le sue letture estive, uno è il saggio di Michael Crick dal titolo “One Party After Another: The Disruptive Life of Nigel Farage” e l’altro è il memoir di Martin Bell, “An accidental MP”, che racconta la folle e vittoriosa campagna elettorale del famoso giornalista di guerra della Bbc sempre vestito in chiaro. Nei volantini che Binface ha disseminato per Clacton, c’è anche la spiegazione dell’errore più grande commesso da Nigel Farage: “Perché votare per me?”, scrive Binface, e risponde: “Questa elezione è una farsa e non avrebbe mai dovuto esserci. Se l’attuale parlamentare di Clacton vince ci sarà presto un’altra elezione suppletiva, a causa delle inchieste parlamentari. Votate per me e non ci sarà un’altra elezione, il che significa che insieme risparmieremo ai contribuenti circa 350 mila sterline ancora prima di cominciare: adorabile”. Come ha rivelato il Times, i consiglieri di Farage gli avevano detto che, dimettendosi, avrebbe messo fine alle inchieste sui fondi dei Comuni, ma in realtà sono state soltanto sospese e si riattiveranno quando sarà rieletto: secondo molti commentatori, a dicembre, a Clacton, ci saranno ancora le elezioni.
Gli elettori che abitano questa circoscrizione sul mare che non ha più nulla del suo antico fascino si lamentano con tutti i giornalisti che incontrano, che sono moltissimi: anche volendo votare contro Farage, con che coraggio buttiamo il nostro voto dentro a un bidone della spazzatura? Nessuno gli replica che dieci anni fa votarono in massa per la Brexit, non è il caso oggi di fare gli schizzinosi con le idee fantasiose, ma la risposta migliore ce l’ha come sempre, come per tutto, l’irresistibile Count Binface: “La prossima volta potrete comunque votare per un partito ‘normale’. Questa è la vostra occasione di fare qualcosa di diverso, e di dare all’establishment una cosa che non ha mai visto prima”.