Mentre le rappresentanze diplomatiche di Pechino in Europa promuovono i viaggi in Cina, per turismo e per business, secondo il quotidiano nipponico Mainichi, sin dall’inizio dell’estate diversi cittadini giapponesi, tra cui anche dirigenti di aziende con sedi in Cina, sarebbero stati arrestati dalle autorità di Pechino. La Cina ha aumentato i “controlli” sulle società giapponesi presenti nel paese per ragioni politiche, legate alle dichiarazioni della premier giapponese Sanae Takaichi su Taiwan, e le ha giustificate nell’ambito di indagini sulla presunta violazione delle restrizioni cinesi all’esportazione di beni a duplice uso. Ma i giapponesi non sono i soli. Secondo gli ultimi dati del Consiglio per gli Affari continentali di Taiwan, dall’inizio dell’anno 415 cittadini taiwanesi risultano scomparsi, detenuti, interrogati o imprigionati in Cina.
In Asia se ne parla da tempo: la Repubblica popolare cinese inizia a usare le detenzioni arbitrarie come la Russia di Vladimir Putin, cioè per scopi politici e diplomatici. Il primo caso che finì nelle cronache internazionali fu quello dei due cittadini canadesi Michael Spavor e Michael Kovrig, arrestati nel 2018 e rilasciati nel 2021 in cambio della liberazione di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria del gigante cinese delle telecomunicazioni Huawei. Ma a distanza di cinque anni dalla conclusione di quell’episodio, il potere coercitivo di Pechino si è ampliato, e testa le reazioni e le resistenze dei paesi democratici. Gli arresti e le intimidazioni contro gli uomini d’affari giapponesi sono aumentati parallelamente alle ispezioni nelle sedi delle aziende e agli interrogatori dei dipendenti di compagnie nipponiche in Cina. In alcuni casi, secondo il Mainichi, i cittadini giapponesi sarebbero stati fermati subito dopo essere entrati nel paese, apparentemente con l’obiettivo di ottenere la loro collaborazione nelle indagini. L’espansione dei controlli è una punizione nei confronti del governo giapponese, che ha azzardato l’ipotesi di mobilitare le sue Forze di autodifesa in caso di attacco armato contro l’isola di Taiwan, ma è una punizione esemplare: qualunque paese può finire vittima delle tattiche di ritorsione cinesi. In questo, il governo di Tokyo è stato lasciato piuttosto solo sia dai partner del G7 sia dall’Europa, nonostante abbiano nemici comuni: ieri il presidente della Federazione russa Vladimir Putin, allineato alla propaganda antigiapponese di Pechino, a Južno-Sachalinsk, durante una visita sull’isola di Sachalin, nell’estremo oriente russo per assistere alle esercitazioni della Flotta russa del Pacifico, ha sostenuto che sia il Giappone ad avanzare rivendicazioni territoriali nei confronti della Russia, e non il contrario: “Mi riferisco alla questione delle isole Curili”, ha detto Putin, che a Tokyo chiamano i Territori del nord, aggiungendo che il controllo russo sulle isole è “una realtà emersa alla fine della Seconda guerra mondiale e sancita nei documenti internazionali”. Secondo il libro bianco della Difesa giapponese, pubblicato la scorsa settimana, nel solo anno fiscale 2025 i caccia della Forza aerea di autodifesa giapponese hanno effettuato 595 scramble, di cui 366 in risposta a velivoli cinesi e 214 a velivoli russi. Il dato, pur in calo rispetto ai 704 dell’anno precedente, resta significativo perché è superiore agli oltre 500 scramble effettuati complessivamente dalle forze aeree dei paesi della Nato nell’intero 2025. Il confronto non è perfettamente omogeneo, ma offre comunque la misura della pressione militare di Russia e Cina esercitata su Tokyo.
Il metodo di tensione incrementale di Pechino contro il Giappone si mostra già in modo piuttosto evidente sull’Europa: due settimane fa, come ritorsione al nuovo pacchetto di sanzioni dell’Ue contro aziende cinesi coinvolte nell’economia di guerra russa, la Cina ha inserito 14 società europee nella propria lista nera per il controllo delle esportazioni. Tra queste il colosso tedesco della difesa Rheinmetall e due aziende italiane, tra cui Lafert, che fa parte del gruppo giapponese Sumitomo.
I governi europei dovrebbero seguire con particolare attenzione ciò che accade tra Cina e Giappone non solo per una questione di solidarietà nei confronti di un paese partner sottoposto a una crescente pressione politica, economica e militare. Ma perché le misure adottate da Pechino sono strumenti di coercizione che potrebbero essere applicati anche nei confronti di altri paesi che assumano posizioni considerate ostili dagli interessi cinesi. Detenzioni arbitrarie comprese.