Esteri
tre città, un disastro •
Un giorno di ordinario caos in Libia
In meno di 24 ore un drone ha colpito la raffineria di Zawya, il presidente della Banca centrale si è dimesso e il capo dell'intelligence militare è stato assassinato a Bengasi. In un solo giorno la fotografia del fallimento libico
12 AGO 26

L'auto esplosa a Bengasi che ha ucciso il capo dell'intelligence militare al Mansouri
E’ bastato un giorno solo, quello di lunedì, per ricordare a tutti che la Libia è uno stato fallito dove ogni prospettiva di pacificazione – almeno a oggi – è più un miraggio che frutto di sano realismo. In meno di 24 ore una raffineria di greggio è stata data alle fiamme da un drone a Zawya, sulla costa occidentale, il presidente della Banca centrale si è dimesso a Tripoli, mentre il capo dell’intelligence militare di Bengasi è stato assassinato. Tre eventi apparentemente scollegati fra loro e tre città diverse che sono la perfetta istantanea di un paese in macerie, più che quella di un interlocutore affidabile. A Zawya gli scontri armati sono una consuetudine. E’ una città strategica. Da qui, nel 2011, si è aperta la strada alle milizie che hanno portato alla caduta di Muammar Gheddafi. Una prospettiva che oggi teme anche il premier di Tripoli, Abdulhamid Dabaiba.
Zawya ospita una delle principali raffinerie libiche ed è collegata al bacino petrolifero di Sharara, che produce circa un quarto del petrolio dell’intero paese. Non solo energia, però, perché qui si alimenta anche buona parte del business dei migranti che salpano verso l’Italia e quello del contrabbando verso la Tunisia. Ebbene, Dabaiba ha da sempre cercato di prendere il controllo della città e dei suoi traffici. Per farlo, circa un anno e mezzo fa, aveva tentato di sostenere “il Topo”, così è soprannominato Mohammed Bahroun. Secondo Dabaiba, era lui l’uomo giusto per schiacciare le altre milizie, in particolare quella della tribù di Awlad Buhmeira, che vantano legami stretti con gli Haftar a est e che controllano la raffineria. Poi, all’inizio dell’anno, Dabaiba ha voltato le spalle a Bahroun e ha invece deciso di sostenere Awlad Buhmeira. Per Jalel Harchaoui, esperto di Libia del Royal United Service di Londra, c’entra il piano americano presentato in questi mesi per unificare il paese e nominare Saddam Haftar, comandante generale dell’est, presidente della Libia. “Bahroun adesso è accerchiato, sa che Dabaiba ha urgenza di mettere sotto il suo controllo Zawya prima che Saddam prenda il potere ed evitare così di fare la fine di Gheddafi. Dabaiba non vuole lasciare che una città strategica come Zawya resti contesa, permettendo a Haftar di usarla un domani come via d’accesso verso Tripoli”. Per questo, nella cittadina costiera si è aperta una resa dei conti. “Dabaiba vuole un ‘all-in’ sulla città pur di prenderne il controllo – continua Harchaoui – ma è un gioco rischioso che potrebbe coinvolgere altre milizie sparse per il paese. Non è chiaro quale fazione lunedì notte abbia colpito i depositi di gasolio della raffineria, quel che è certo invece è che Dabaiba cerca un pretesto per un’offensiva di massa contro la città”.
Mentre a ovest si rischia di interrompere la produzione petrolifera, nelle stesse ore a Tripoli il presidente della Banca centrale, Naji Issa, ha rassegnato a sorpresa le proprie dimissioni. Si tratta di un colpo assestato alla stabilità monetaria del paese, perché la Banca centrale è l’unica vera istituzione unitaria, incaricata della gestione delle entrate derivanti dagli idrocarburi, principale fonte di sostentamento dell’economia libica. Pur senza dare spiegazioni, è probabile che il passo indietro di Issa sia collegato, anche in questo caso, al piano americano che lo scorso aprile aveva portato alla creazione di un budget unificato. Nonostante il rialzo dei prezzi del petrolio causato dalla guerra in Iran, Issa non è riuscito a rispettare gli impegni presi. La Libia affronta una crisi valutaria aggravata dall’abuso di lettere di credito, dai ricatti delle milizie per ottenere salari sempre più alti e dall’enorme spesa – pari a quasi 1,5 miliardi di dinari libici – per importare carburante dall’estero. La svalutazione rispetto al dollaro americano e la partita politica che ora si aprirà per la successione di Issa – una contesa fra milizie e clan che sarà tutt’altro che pacifica – lascia allo sbaraglio la principale istituzione economica della Libia, quella che gli americani consideravano essenziale per lanciare l’unificazione dell’est e dell’ovest.
Sempre nelle stesse ore, a Bengasi, un’autobomba ha ucciso il capo dell’intelligence militare dell’est, il generale Fawzi al Mansouri. Erano anni che nella roccaforte degli Haftar, con standard di sicurezza molto superiori rispetto a quelli di Tripoli, non si assisteva a un attentato così efferato. “Al Mansouri è un martire”, così lo ricordano nell’est della Libia. Vicino agli ambienti salafiti e lontano dalle contese per denaro e potere, fu tra i comandanti che nel 2019 lanciarono le principali offensive contro Tripoli ed era molto vicino a Saddam e a Khalifa Haftar, che lo misero alla guida delle forze del sud, a Sabha. Non si sa chi sia il mandante dell’attentato, circolano voci su Khaled Haftar, il fratello di Saddam e capo di stato maggiore rimasto scontento perché esautorato dal piano americano per l’unificazione libica, ma non si escludono altre piste, comprese quella dell’Isis o della Russia, che potrebbe avere rallentato così l’attuazione del piano di unificazione militare proposto dagli americani. “La morte di al Mansouri è una brutta notizia per Massad Boulos”, dice Harchaoui in riferimento al consigliere della Casa Bianca che ha ideato il progetto di riunificazione libica. “Ora gli Haftar dovranno tranquillizzare tutti i loro comandanti, ridimensionando le prospettive di unificazione militare con l’ovest e lo scioglimento delle Forze armate dell’est, che tutti i leader militari temono”. Finora, il piano Boulos sembra avere più vittime che vincitori.
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Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.
