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dietro le quinte •
Lo Starlink russo e l’ingegnere festaiolo che lo cura
Mosca lavora ai suoi satelliti e l'idea ha poco a che fare con le facce note del Cremlino. Tempi e preoccupazioni
12 AGO 26

I volti dei generali russi sono ormai noti, compaiono nelle riunioni con il capo del Cremlino Vladimir Putin, vengono mostrati ogni volta che c’è una nomina, ogni volta che si finge di prendere una decisione in modo trasparente. Sono uomini cresciuti dentro all’esercito, hanno fatto carriera, hanno combattuto, o guardato, o dato ordini durante tutte le guerre che ha fatto il Cremlino e oggi sono il bersaglio di chi si lamenta per l’andamento della guerra, di chi vede gli errori che Mosca compie sul campo di battaglia in Ucraina. Sono il simbolo in divisa del putinismo, che sembra rimanere immobile, sempre uguale a se stesso. Così è, finché è in divisa, ma ci sono una seconda, una terza fila di uomini che lavorano per la guerra contro l’Ucraina, condividono i progetti di Vladimir Putin, non hanno mostrine né divise, e nemmeno appartengono alla categoria degli oligarchi, gli straricchi immobilizzati da Putin. Non vanno in giro con una ventiquattr’ore, al completo preferiscono camicie larghe e possono essere molto pericolosi perché lavorano per dare a Mosca gli strumenti tecnologici per competere con tutti i progetti all’avanguardia di cui dispone l’Ucraina.
Lunedì scorso, Vadym Skibitsky, vicecapo dell’intelligence militare ucraina, ha detto che la Russia va sempre più veloce nel progetto di implementare il suo Starlink, che si chiama Rassvet: “Hanno iniziato a lanciarlo a un ritmo significativamente più rapido di quanto previsto nei loro piani”. A marzo, la Russia aveva cominciato a presentare Rassvet, parlato del primo lancio di satelliti e aveva fissato come data per la possibile conclusione del progetto il 2035. Nove anni sono eterni in guerra, nel mezzo ci sono rivoluzioni tecnologiche, per questo, prima di mettersi a fare il proprio Starlink, Mosca aveva iniziato a rubarlo agli ucraini. La soluzione contro questa pratica l’aveva trovata l’ex ministro della Difesa di Kyiv, Mykhailo Fedorov, che aveva contattato direttamente Elon Musk, fondatore del progetto e capo dell’azienda SpaceX, e gli aveva spiegato che i russi stavano usando i suoi terminali abusivamente, senza pagare. Musk aveva deciso di spegnere i terminali usati da Mosca e per l’Ucraina il risultato era stato un sollievo immediato, soprattutto per le operazioni dei droni contro i civili. La prima risposta russa, la più immediata, fu il tentativo di costringere i cittadini ucraini a cedere i codici per accedere a Starlink. Kyiv reagì con una campagna ampia di allerta e informazione e i danni furono contenuti.
A marzo, la Russia aveva lanciato i primi sedici satelliti in orbita bassa e aveva dato un nome alla sua costellazione di satelliti: Rassvet, che vuol dire “alba” e si pronuncia rasviét. Ora, ha avvisato Skabitsky, Mosca prevede di costruire la sua prima intera costellazione di duecentonovantadue satelliti entro il 2027 e di estenderla a novecentoventiquattro satelliti per il 2035: uno Starlink in piccolo.
Non ci sono divise dietro a Rassvet, ma ci sono felpe, camicioni, indossati dentro agli uffici di una società aerospaziale russa privata chiamata Biuro 1440. Il capo è Alexei Shelobkov, ingegnere e imprenditore moscovita, già creatore di Yadro, la più grande azienda russa che produce, fra le altre cose, sistemi di archiviazione di dati. Ora Biuro 1440 è il nuovo progetto di punta, è finanziato dallo stato e sta procedendo veloce per dotare la Russia della sua rete di satelliti, in versione ridotta rispetto a Starlink. Shelobkov è molto lontano dai generali e dalle loro divise, ha lavorato per quindici anni con multinazionali occidentali, è frequentatore e anche finanziatore della Mosca notturna, il suo nome figurava tra i proprietari del Mutabor, un locale notturno celebre soprattutto per aver ospitato la Golaja vecherinka, la festa di nudisti in cui erano accorsi attori, influencer e cantanti nel dicembre del 2023 e si ritrovarono a dover chiedere scusa in lacrime per aver preso parte e organizzato una serata tanto scandalosa. Il locale venne chiuso e poi riaperto con un nuovo nome. Nonostante la lontananza dalle mostrine e dal fronte, è parte dello stesso progetto: quello che preoccupa Kyiv è l’uso militare di Rassvet.
Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
