La Cina è così “responsabile” che si accorda con gli houthi e apre al commercio via Artico

Pechino tratta con i gruppi vicini a Teheran per garantire il passaggio delle sue petroliere e, mentre protegge gli approvvigionamenti dal Golfo, costruisce alternative commerciali tra Asia ed Europa. Una strategia di lungo periodo in cui l’Artico è destinato a diventare sempre più centrale

12 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 14:23
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Qualche giorno dopo l’annuncio da parte degli houthi di un nuovo blocco marittimo contro l’Arabia Saudita nello stretto di Bab el Mandeb, mentre il gruppo yemenita sostenuto dall’Iran intensificava gli attacchi contro le infrastrutture energetiche saudite – fino a colpire, domenica scorsa, la raffineria di Jazan di Saudi Aramco – Pechino ha negoziato un passaggio sicuro direttamente con i terroristi. Da allora, almeno quattro petroliere cinesi cariche di petrolio saudita hanno attraversato in sicurezza uno dei colli di bottiglia più strategici al mondo. La Cina è l’unica potenza mondiale a cui è concesso di trattare con i terroristi mentre compra il petrolio da Riad, di fornire tecnologia e missili a Teheran mentre apre nuove rotte commerciali in zone sensibili del globo. Dal punto di vista cinese, non c’è alcuna contraddizione: la priorità di Pechino è garantirsi l’accesso alle risorse energetiche e alle rotte commerciali, secondo la vecchia regola dei manuali di politica internazionale (attribuita al cortigiano di Elisabetta I ed esploratore Walter Raleigh) che recita: chi domina il mare domina il commercio, e chi domina il commercio domina le ricchezze del mondo, di conseguenza il mondo stesso. E’ per questo che la leadership cinese, mentre si assicura passaggi sicuri fra Bab el Mandeb e Hormuz per proteggere l’approvvigionamento energetico, da anni lavora alle alternative, soprattutto per garantirsi rotte commerciali quasi monopolistiche fra l’Asia e l’Europa. E l’Artico è la priorità cinese su cui Trump, forse, aveva ragione. 
Questa settimana la compagnia cinese Sea Legend lancerà il primo servizio regolare di trasporto container attraverso la rotta artica, battezzato “Ice Silk Road”, cioè la Via della seta di ghiaccio. Ieri il Financial Times ha scritto che il collegamento settimanale costeggerà la costa settentrionale russa tra Ningbo, sulla costa orientale cinese, e Felixstowe, nel Regno Unito, dimezzando i giorni di navigazione tra Europa e Asia rispetto agli attuali quaranta. La Cina investe da tempo nella soluzione artica, una rotta che finora i grandi armatori europei non avevano scelto per ragioni concrete: da un lato il rapporto con Mosca, dall’altro il fragile ecosistema artico che con il passaggio frequente di mega portacontainer si esporrebbe ancora di più a inquinamento e potenziali incidenti. Ora però lo scioglimento dei ghiacciai ha reso la rotta non più troppo costosa, senza la necessità di essere scortati dalle navi rompighiaccio – su cui peraltro negli anni Pechino ha investito moltissimo (tra chi segue la strategia artica cinese si dice, ironicamente ma non troppo, che è forse per questo che il Partito comunista cinese non ha mai rinunciato a petrolio e carbone: per aumentare le emissioni e far sciogliere più rapidamente i ghiacci del Circolo polare artico). Quando il presidente americano Donald Trump ha iniziato a parlare di Artico, e della possibilità di “annettere” la Groenlandia facendo saltare le consuetudini dentro all’Alleanza atlantica, sollevava in realtà un problema concreto: la Cina vuole conquistarsi il monopolio di una rotta commerciale senza badare troppo ai rischi d’impatto ambientale. Ma l’Artico per la Cina (e la Russia) non è solo commercio: da giorni Canada e Stati Uniti stanno monitorando due rompighiaccio cinesi, la Xue Long e la Xue Long 2, ufficialmente in missioni di ricerca nelle acque artiche al largo dell’Alaska che a luglio hanno attraversato la zona economica esclusiva statunitense nel Mare di Bering. Missioni “scientifiche” che potrebbero in realtà nascondere una sistematica raccolta di dati sottomarini dall’alto valore strategico.