Yabloko è fuori, e con il voto Putin scrive le prossime tappe di guerra

Un'udienza kafkiana e la strada segnata della piccola formazione liberaldemocratica. Così il putinismo ha ristretto lo spazio politico per le elezioni della Duma di settembre
11 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 18:09
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Il segretario del partito Yabloko, Nikolai Rybakov, in udienza a Mosca (foto Lapresse)

Dalla prima mattina di lunedì centinaia di giovani hanno iniziato ad affollare l’ingresso della Corte suprema in via Povarskaya 15, nel quartiere Novy Arbat della capitale russa. La fila si è disposta in buon ordine lungo l’edificio, rimanendo lì per tutto il giorno, tra cori e slogan, in attesa di un verdetto già scritto in partenza. Formalmente, ad andare in scena davanti alla sezione amministrativa della Corte suprema della Federazione russa era solo un’udienza convocata per il ricorso di una lista elettorale contro un’altra, in vista delle elezioni per il rinnovo della Duma di stato di settembre. In sostanza, invece, si è trattato di un processo teatralmente costruito dalle autorità, con l’aiuto dei media di stato, per delegittimare l’ultimo partito politico contrario alla guerra, estrometterlo dal voto e prepararne così, presto o tardi, la definitiva liquidazione. Il partito in questione, Yabloko, “mela” in russo, è una piccola formazione liberaldemocratica, la più antica della Russia postsovietica, fondata nei primi anni Novanta dall’economista Grigory Yavlinsky, affiliata all’Alde, fintantoché questa organizzazione non è stata dichiarata indesiderata nel 2025.
Negli ultimi vent’anni di trionfo del putinismo, Yabloko ha raccolto un consenso modesto, perdendo l’accesso alla politica federale nel 2007 e mantenendo una sparuta rappresentanza in talune assemblee legislative regionali, perlopiù grazie al costante sostegno del ceto medio delle grandi città. Se è vero che, finora, il partito aveva regolarmente partecipato a tutte le elezioni parlamentari dal 1993, è altrettanto vero che, nel frattempo, le condizioni istituzionali che ne garantivano l’agibilità politica sono radicalmente cambiate. Ciò che fino al 2022 era blandamente tollerato, dopo l’invasione dell’Ucraina è diventato tabù. Il quadro sanzionatorio è stato inasprito e la repressione si è fatta implacabile, tanto che diversi volti noti del movimento, inclusi i due vicepresidenti Maxim Kruglov e Lev Shlosberg, sono stati prima dichiarati agenti stranieri, poi incarcerati, infine condannati alla reclusione per diffusione di informazioni false o per discredito delle Forze armate.
Anche il momento elettorale ha richiesto giri di vite più severi da parte delle autorità. A dispetto del nome, le elezioni in Russia non sono più, da decenni, fondate sulla competizione plurale tra formazioni politiche diverse o sul voto libero, eguale e segreto. Al contrario, qualunque sia il livello di governo, si tratta di una scenografia allestita nei minimi dettagli da una serie composita di attori che fanno capo, in ultima istanza, all’amministrazione presidenziale e, più di recente, al servizio per la protezione dell’ordine costituzionale e la lotta al terrorismo dell’Fsb. Come ha spiegato lo storico dell’Università di Torino, Alberto Masoero, nel suo saggio “Gestione del potere e selezione della classe dirigente nel putinismo” (2024), il sistema, istituzionalizzato nei primi anni Duemila, anziché consentire l’espressione della sovranità popolare come previsto dalla Costituzione del 1993, è finalizzato a una prudente gestione del potere, a mediare i conflitti tra le diverse anime delle élite (locali, economico-finanziarie, dei servizi di sicurezza) e, in ultima istanza, a garantire la stabilità del regime e la sopravvivenza personale del leader.
Ha destato, perciò, non poco stupore che lo scorso 29 luglio la Commissione elettorale centrale abbia registrato, insieme con altri nove partiti di quella che viene chiamata “opposizione sistemica”, proprio Yabloko, che da quattro anni insiste a presentarsi alle amministrative con uno slogan a dir poco provocatorio: “Per la pace e la libertà!”. La notizia ha così scatenato reazioni contrastanti. Cui prodest? Si sono domandati alcuni analisti. Se le elezioni non sono più un confronto tra visioni diverse della società e il responso dei seggi deve essere accuratamente programmato, chi e per quale ragione ha permesso la registrazione di un partito che, in quanto meno controllabile di altri, avrebbe rischiato di rendere più difficoltosi i piani del Cremlino? I disillusi, tra cui la politologa emigrata Ekaterina Shulman, hanno messo in luce come la partecipazione di Yabloko potesse servire ad annacquare i consensi dei partiti più popolari dell’opposizione sistemica, onde consentire a Russia unita, guidata dal capolista e ministro degli Esteri Sergei Lavrov, di ottenere una maggioranza assoluta ancor più generosa rispetto al 2021. Allo stesso tempo il debole risultato che a Yabloko sarebbe stato consentito raccogliere (circa il 2 per cento secondo i piani) avrebbe mostrato al mondo che solo una minoranza di russi voleva il cessate il fuoco e un negoziato. Il piano pareva ben congegnato. Sennonché, a mettersi di traverso, è stato il solito imprevisto: la realtà. Nei giorni successivi alla registrazione, mentre i partiti dell’opposizione sistemica, preoccupati dal drenaggio di voti, denunciavano i liberali come covo di traditori, rei di voler impedire “la liberazione dei territori occupati dal regime neonazista” di Kyiv, un’ondata di popolarità travolgeva il partito della mela sui social network. “Anche la nostra sede federale, sulla via Pyatnitskaya a Mosca, è stata letteralmente presa d’assalto da curiosi e simpatizzanti”, ha spiegato al Foglio una delle portavoci di Yabloko. Come già ai tempi della candidatura di Boris Nadezhdin (poi non ammesso) alle presidenziali del 2024, decine di migliaia di persone hanno iniziato a mostrare interesse per un movimento ritenuto marginale, segno che in Russia cresce la domanda, specie da parte delle nuove generazioni, di una politica in discontinuità con l’esperienza bellica degli ultimi anni.
Questo séguito improvviso deve aver spinto le autorità a ripiegare sulla posizione delle opposizioni sistemiche, dai comunisti di Gennadi Zyuganov, ai social-populisti di Sergei Mironov ai nazional-liberali di Leonid Slutsky, che, sin dal 29 luglio, si erano scagliati con virulenza contro un partito di disfattisti, colpevole di chiedere il cessate il fuoco prima che Mosca potesse celebrare la vittoria (pobèda), sostantivo quest’ultimo che, per assonanza con la vittoria nella Grande guerra patriottica (1941-1945), riecheggia di continuo nella propaganda del Cremlino. Di qui il ricorso, architettato da un piccolo partito ultra-nazionalista, Ròdina (patria), guidato da un deputato militante nelle file dei nazional-liberali di Ldpr, Alexei Zhuravlev. L’atto introduttivo del giudizio si fondava su motivi tra il risibile e il grottesco, come la violazione del copyright dell’esercito americano (!) per la pubblicazione sul sito di Yabloko di una fotografia di Hiroshima. L’udienza di lunedì si è così svolta con grande concitazione davanti al giudice monocratico Vyacheslav Kirillov, funzionario già noto alle cronache per la sua solerzia nel privare della licenza Novaya Gazeta, nel respingere i ricorsi di Navalny contro l’amministrazione carceraria o nel dichiarare il movimento internazionale Memorial organizzazione estremista.
Benché anche l’epilogo di questo ricorso fosse scontato, la trattazione del caso, anziché concludersi in pochi minuti, si è protratta per sette lunghe ore, onde dare l’impressione che la Corte dovesse attentamente ponderare tutti gli interessi in gioco, proprio come accade negli ordinamenti in cui la giustizia è indipendente dal potere esecutivo. A un certo punto, però, l’udienza ha preso una piega kafkiana: con un coup de théâtre, il rappresentante della Commissione elettorale centrale, l’organo che aveva inizialmente ammesso Yabloko, è intervenuto a sostegno delle tesi del ricorrente. Sventolando un documento che l’intelligence finanziaria avrebbe consegnato al suo ufficio il 7 agosto scorso e che, tuttavia, ha precisato, dovrà restare riservato, il rappresentante della Commissione ha comunicato agli astanti che alcuni candidati della lista di Yabloko avrebbero ricevuto finanziamenti dall’estero. Ecco la prova, dunque: l’intelligenza con il nemico! Come sia possibile che la Commissione lo abbia scoperto solo ex post, è del tutto irrilevante. Razionalità e trasparenza non fanno parte di procedimenti come questo, in cui deve emergere, invece, in tutta la sua teatrale plasticità, l’insondabilità del potere. Dopo la provvidenziale testimonianza del membro della Commissione, che ha così anche mostrato in pubblico la sua resipiscenza, la procura generale ha preso la parola, chiedendo alla Corte di estromettere la lista di Yabloko dalle elezioni. Il verdetto è stato, poi, una pura formalità, comunicata sbrigativamente dal giudice-funzionario in serata.
La sentenza non è definitiva e, come promesso dal segretario Nikolai Rybakov, sarà oggetto di appello. La strada però è segnata: come notava Vedomosti questa mattina, la legge prevede che, senza partecipazione a elezioni di livello federale per più di sette anni, i partiti siano sciolti. Per Yabloko l’ultima risale al 2021. Entro due anni, salvo che la situazione non precipiti, il partito sarà liquidato. Per intanto, sulla scheda elettorale di settembre c’è posto per dieci liste, il cui unico motto è: “Avanti, fino alla vittoria!”.