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disarmo e indulto •
La Turchia chiude la guerra del Pkk ma il vero tornaconto è di Erdoğan
La legge sul disarmo e sull’indulto per i combattenti curdi approvata dal Parlamento turco segna uno storico passo avanti dopo decenni di conflitto. Ma la pace securitaria non coincide ancora con il riconoscimento dei diritti civili e politici della minoranza curda e serve soprattutto al presidente per provare a essere rieletto per la quarta volta

Erdoğan è riuscito dove tutti i suoi predecessori hanno fallito; ha posto fine al più lungo conflitto interno a bassa intensità della storia contemporanea. La legge sul disarmo e l’indulto per i combattenti curdi approvata dal Parlamento il 10 agosto, dopo lunghi mesi di negoziati diretti del governo con i comandanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), rappresenta uno straordinario storico passo positivo di importanza non solo interna, ma anche regionale, pur essendo un provvedimento legislativo rispondente essenzialmente alla questione securitaria e lontano dal corrispondere diritti civili e politici alla comunità curda del sudest anatolico, quali il diritto all’istruzione nella propria lingua, il diritto di cittadinanza e l’autonomia amministrativa dei comuni a maggioranza curda.
Quella che si è registrata nella plenaria della Grande assemblea nazionale turca è indubbiamente una schiacciante vittoria politica per il leader turco, che è a caccia del voto curdo per assicurarsi un terzo mandato presidenziale. Il provvedimento è stato approvato con una larghissima maggioranza senza precedenti: con 468 voti a favore e 88 contrari, ben 68 in più di quelli necessari per la modifica costituzionale senza dover ricorrere quindi a referendum. Se il presidente riuscirà a mantenere questo livello di sostegno anche nel paese, con il supporto del voto curdo potrà essere rieletto in maniera schiacciante per il quarto mandato.
A suggellare lo storico evento è stata una immagine che solo pochissimi anni fa non avremmo mai pensato di vedere: i parlamentari del partito ultranazionalista MHP, prezioso alleato dell’Ak Parti di Erdoğan, storicamente il più anticurdo e xenofobo del panorama politico, stringevano la mano ai loro colleghi del filocurdo DEM e hanno posato per la foto di rito con quelli di Erdoğan e dell'opposizione socialdemocratica, i kemalisti del CHP. Sono ormai lontani i tempi in cui il MHP e l’ex partito kemalista CHP delle origini coltivavano il sogno antico dei primordi della Repubblica di una "Turchia senza curdi".
Il provvedimento approvato, ufficialmente intitolato "Legge sul rafforzamento della solidarietà nazionale e dell'integrazione sociale", fortemente voluto dall’alleanza di governo AKP-MHP è stato scritto e varato col beneplacito dell’ergastolano Abdullah Öcalan, fondatore e leader carismatico del partito armato PKK, nonostante per lui e per 232 alti dirigenti non fosse prevista alcuna amnistia. Vi sarà un indulto solo per i membri di basso rango del PKK/KCK (Unione delle Comunità del Kurdistan, coalizione dei quattro partiti curdi apoisti) e sono escluse tutte le altre sigle illegali non curde come quella di Gülen, denominata dal governo FETÖ, il Partito-Fronte Rivoluzionario di Liberazione del Popolo DHKP-C, gruppo terroristico di estrema sinistra e l’Isi. È prevista però una amnistia mascherata con una sospensione della pena fino a un massimo di 15 anni per coloro che sono stati condannati all'ergastolo e a pesanti pene detentive.
Questa nuova iniziativa di pace curda, dopo quella fallita del 2012-15, si svolge in un contesto fortemente autoritario, con i leader del maggior partito d’opposizione, il repubblicano Chp, arrestati, processati e con centinaia di sindaci sostituiti da amministratori fiduciari, sollevando dubbi sulla corrispondenza della politica di sicurezza adottata con le norme democratiche. Nel patto che il governo ha stretto con Abdullah Öcalan, capo carismatico e fondatore dell’organizzazione armata, vi sarebbe l’ottenimento di migliori condizioni carcerarie fino all’espiazione della pena nella propria abitazione ripagando Erdoğan della sua “apertura” e assicurandogli i voti necessari della comunità nelle prossime elezioni. Öcalan ha lanciato diversi appelli al disarmo e per lo scioglimento della sua organizzazione armata, per il ritorno al dialogo e alla pace. Stanchi, invecchiati e privi di sistemi d’arma adeguati, alle donne e agli uomini non restava che la consegna delle armi, salvare quel che restava della guerriglia tra le montagne, sperare nella liberazione di circa 50 mila prigionieri curdi rinchiusi in centinaia di carceri del paese e proseguire la lotta per i loro diritti lungo la strada politica-parlamentare che sperano possa aprirsi. I leader curdi hanno dunque deciso di compiere un nuovo passo avanti, unilaterale, che possa rappresentare un’ancora di salvezza per il processo che definiscono di “pace e democrazia”, ma che il presidente Erdoğan preferisce chiamare “Turchia senza terrorismo” per rassicurare l’opinione pubblica trasversalmente nazionalista; presentando questa nuova “apertura” come un’operazione “securitaria” e dunque non cedevole verso un’organizzazione considerata terroristica che ha fatto scorrere sul terreno molto sangue turco.