La condanna a morte di Assad che diventa un salvacondotto

Gli interessi russi in Siria si intrecciano con le questioni giuridiche, e la pena capitale comminata al dittatore acquista il valore di un’assicurazione sulla vita

11 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 18:39
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Foto ANSA

Fame di vendetta da una parte e voglia di giustizia dall’altra si contendono l’anima della Siria post assadista. La prima, oggi, ha portato migliaia di persone a festeggiare le condanne a morte inflitte dai giudici contro i vertici del vecchio regime, Bashar el Assad incluso. La seconda, invece, rischia di soffocare in un vicolo cieco, dacché queste condanne rendono improbabile che un domani il dittatore sieda al banco degli imputati di un’aula di tribunale per rispondere delle proprie azioni. Insieme a Bashar, giudicato in absentia perché riparato a Mosca con la famiglia dal dicembre del ’24, è stato condannato a morte anche il fratello Maher, pure lui verosimilmente in Russia, comandante della spietata Quarta divisione della guardia repubblicana, un esercito parallelo che si è macchiato dei più efferati delitti. Chi è stato condannato comparendo davanti al giudice è stato invece Ateb Najef, cugino di Assad ed ex capo dell’ufficio della Sicurezza politica di Daraa. Alla lettura della sentenza, nella città del sud della Siria sono iniziati i festeggiamenti per le strade.
Ma a guardar bene, giustizia non è fatta e, per paradosso, la condanna a morte di Bashar somiglia più a un salvacondotto accordato all’ex dittatore. Desta sospetti la tempistica della sentenza, arrivata a soli due giorni dall’accordo tra Damasco e Mosca per lo smantellamento delle basi russe in Siria a Tartus e Latakia. Probabile che l’intesa per una permanenza (anche se solo parziale) dei russi abbia incluso segretamente qualche accordo riguardante il destino di Assad. Poi ci sono le questioni giuridiche, che con la condanna capitale renderanno complicata, se non impossibile, un’estradizione del dittatore e dei suoi famigliari a Damasco. Nel Regno Unito, per esempio, non è consentito estradare detenuti in paesi che prevedono la pena di morte. Eppure la moglie di Bashar, Asma, è cittadina britannica e si sospetta che in questi anni abbia viaggiato verso il Regno Unito in gran segreto. Con la sentenza di ieri, insomma, si è sancito che gli Assad non metteranno più piede in Siria e che non pagheranno per i loro crimini. Una promessa di impunità più che una condanna a morte.