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Il regime ha impoverito l’Iran e Trump attende che la situazione peggiori
Il regime può addebitare ogni colpa al nemico esterno (si parla di 144 miliardi di dollari di danni), ma lo stritolamento economico preme sulle fragilità che i pasdaran hanno costruito ai danni dei cittadini in anni di deficit coperti dalla Banca centrale, sotto investimenti, corruzione e risorse dirottate verso le milizie alleate
11 AGO 26

Dopo cinque mesi di guerra l’Iran è entrato in una recessione economica ancor più profonda di prima. Il Fondo monetario internazionale prevede che quest’anno il pil si contragga del 5,4 per cento, mentre a luglio l’inflazione annuale registrata era dell’87,9 per cento. Per risolvere il conflitto in medio oriente in cui si è impantanato, il presidente Donald Trump ha deciso di scommettere sullo stritolamento economico dell’Iran. “Stiamo tenendo un profilo basso, stiamo solo semi negoziando con loro – ha detto domenica ad Axios– Stiamo guardando l’Iran con la sua enorme inflazione e il fatto che non hanno soldi”. Sospese le operazioni militari contro il violento regime dei pasdaran, gli Stati Uniti fanno leva sul logoramento economico del sistema. (Mattone segue nell’inserto III)
Secondo le stime di giugno del centro studi di Washington Foundation for Defense of Democracies (Fdd) nei primi mesi di guerra l’Iran ha subìto danni per circa 144 miliardi di dollari, intorno al 40 per cento del pil prebellico, nonostante secondo gli stessi autori il valore sia ancora indefinito e potrebbe oscillare fino ai 300 miliardi. L’Al Habtoor Research Centre del Cairo, che usa in parte gli stessi dati, calcola invece che il conto economico per Teheran potrebbe aggirarsi sui 187 miliardi di dollari entro dicembre. I dati in entrambi i casi sommano i ricavi distrutti dal blocco navale americano fino ai danni dei raid contro infrastrutture critiche non solo legate al petrolio, come i poli petrolchimici e le acciaierie. E sempre secondo gli analisti della Fdd, la quota dell’Iran nel commercio mondiale è crollata dal 2,2 a meno dello 0,02 per cento di quest’anno. Un paese praticamente isolato.
A giugno, non appena il blocco americano è stato sospeso dalla breve tregua, l’export petrolifero era salito a 4,5 miliardi di dollari secondo i dati di United Against Nuclear Iran (Uani), mentre a luglio era sceso a 2,44 miliardi di dollari dopo che gli attacchi dei pasdaran alle navi commerciali avevano spinto gli Stati Uniti a ripristinare il blocco. Ma da allora quasi nessuna petroliera iraniana carica risulta uscita dal Golfo, se non verso la Cina con uno sconto di 10-12 dollari al barile, secondo Uani.
Vendere il petrolio era uno dei principali metodi attraverso cui il regime si procurava dollari per finanziare i vari gruppi terroristici alleati nella regione, ma anche per pagare le importazioni di grano, medicine e macchinari, e a sostenere un rial più forte. Per aggirare le sanzioni l’Iran ha costruito e si è affidato a una rete parallela di case di cambio, società di comodo e piattaforme finanziarie, costruendo così un sistema bancario ombra indispensabile per trasformare i ricavi del petrolio, incassati in larga parte in yuan. Ma negli ultimi mesi il Tesoro americano ha colpito ripetutamente questa rete. A luglio ha sanzionato sia le case di cambio che movimentavano centinaia di milioni di dollari per banche iraniane e sia le società schermo utilizzate per nascondere le transazioni. Venerdì scorso è invece toccato al circuito delle criptovalute, nello specifico a Aban Tether e a Shelbit, accusate di aver trasferito milioni per i pasdaran. Il Tesoro ha così specificato che il regime è “alla disperata ricerca di valuta estera”.
Ma più il blocco continua, più il quadro si deteriora. Il settore petrolifero iraniano è infatti sepolto dai debiti, e persino per ammissione degli stessi funzionari di Teheran secondo quanto riportato da Reuters. La compagnia di stato ha i conti congelati per tasse non pagate e il governo ha appena ristrutturato 55 miliardi di euro di debiti verso le banche, e che a sua volta vengono coperti dalla Banca centrale.
Stampare moneta su richiesta del governo è una soluzione diventata quasi prassi. Il rial, che già quando scattarono le furiose proteste dei commercianti di Teheran a fine dicembre valeva 1,39 milioni per dollaro, a fine aprile era precipitato a 1,9 milioni. Secondo la Banca mondiale l’inflazione alimentare, la scarsità di importazioni e la caduta dei redditi reali non faranno che aumentare la povertà. In primavera risultavano quasi 800 mila persone inattive in più secondo il Centro statistico dell’Iran e per Miad Maleki, ex funzionario del Tesoro americano, solamente il 35 per cento della popolazione in età da lavoro sarebbe occupato e il salario minimo non coprirebbe nemmeno un quarto dei costi di vita.
Finché lo stato di guerra continua, il regime può addebitare ogni colpa al nemico esterno, ma lo stritolamento di Trump preme sulle fragilità che il regime aveva già costruito ai danni dei cittadini, in anni di deficit coperti dalla Banca centrale, sotto investimenti e risorse dirottate verso le milizie alleate.