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L’Iran lancia "operazioni di terra" in Iraq. Si avvicina il ritiro americano
Un tentato omicidio a Erbil è avvenuto il giorno dopo che un alto ufficiale militare iraniano ha dichiarato che il suo paese ha recentemente condotto 14 “operazioni di terra” in questa zona settentrionale dell’Iraq. Mentre per Trump la guerra finirà “abbastanza presto”

Foto Lapresse
Istanbul. Il 4 agosto, il figlio di un membro di un gruppo armato di opposizione curdo-iraniano in esilio è stato colpito da arma da fuoco e gravemente ferito nei pressi di un complesso residenziale di lusso a Erbil, capitale della regione del Kurdistan iracheno (Kri). Le fazioni dell’opposizione iraniana in esilio hanno immediatamente attribuito la responsabilità agli apparati di intelligence iraniani, mentre le autorità del governo regionale fino a ieri non avevano ancora identificato i presunti responsabili. Diverse fazioni armate iraniane e le loro famiglie hanno trovato rifugio nella Kri da decenni. Nella maggior parte dei casi sostengono di non condurre attacchi transfrontalieri contro il vicino Iran.
Il tentato omicidio a Erbil è avvenuto il giorno dopo che un alto ufficiale militare iraniano ha dichiarato che il suo paese ha recentemente condotto 14 “operazioni di terra” in questa zona settentrionale dell’Iraq. Se gli attacchi con droni e altri mezzi contro installazioni militari nella Kri che ospitano truppe straniere, condotti da fazioni armate irachene filo-iraniane, sono da tempo frequenti e tendono tipicamente ad aumentare per numero e intensità nei periodi di tensione regionale, vere e proprie operazioni militari di terra iraniane sul territorio iracheno non si registravano con regolarità dai tempi della guerra Iran-Iraq del 1980-88.
Le ostilità sono proseguite nei primi giorni di agosto in tutta la regione, nell’ambito di una guerra in corso che vede da un lato Stati Uniti e Israele e dall’altro l’Iran e le sue diverse forze per procura, iniziata alla fine di febbraio. Il 6 agosto Donald Trump ha dichiarato che la guerra finirà “abbastanza presto”. Le forze armate statunitensi sono destinate a ritirarsi completamente dall’Iraq – paese che condivide un lungo confine con l’Iran e che ne subisce da tempo una forte influenza – entro il 30 settembre. A differenza delle controparti statunitensi, i consulenti militari iraniani continuano invece a essere schierati nelle basi irachene, secondo fonti locali. Come prova viene citata l’uccisione, il 29 luglio, di almeno quattro membri del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) iraniano in raid aerei congiunti Usa-sauditi contro postazioni delle Forze di mobilitazione popolare (Pmf) irachene nella provincia di Diyala.
Diyala confina a est con l’Iran, a nord con la Regione del Kurdistan e a sud-ovest con Baghdad. Molte delle fazioni e dei comandanti delle Pmf hanno legami storici con l’Iran, e alcuni hanno combattuto contro l’Iraq nella guerra del 1980-1988 tra i due paesi. Il personale dell’Irgc sostiene che i propri ufficiali si trovassero lì per partecipare alla “sicurezza delle processioni” per il pellegrinaggio religioso dell’Arbaeen.
Le operazioni iraniane sul territorio iracheno – almeno quelle nella regione del Kurdistan semi-autonoma del nord – nelle ultime settimane sembrano essersi limitate perlopiù ad assassinii, come quello di Soran Mohammadzadeh, membro della fazione dell’opposizione armata iraniana in esilio Partito per la libertà del Kurdistan (Pak). Il corpo di Mohammadzadeh è stato ritrovato in un hotel di Erbil, capitale della Kri, il 27 giugno. Le forze di sicurezza della Kri hanno affermato che vi erano prove del fatto che Mohammadzadeh fosse stato accoltellato a morte alcuni giorni prima.
Il generale di brigata Mojtaba Jafari, consigliere del comandante in capo dell’esercito iraniano, ha dichiarato, nella nota del 3 agosto che annunciava le “operazioni di terra”, che queste avevano preso di mira forze “controrivoluzionarie”, uccidendo alcune persone e catturandone altre senza subire perdite tra le proprie fila. L’Iran ha condotto negli ultimi anni numerosi attacchi missilistici su Erbil, sostenendo di voler colpire “il centro strategico di Israele” nella capitale della Kri. I funzionari del governo regionale del Kurdistan hanno sempre negato che Israele conduca operazioni sul proprio territorio. L’Iran è noto anche per il ricorso alla disinformazione e alle operazioni psicologiche, e alcuni osservatori ritengono che l’annuncio delle “operazioni di terra” fosse volto a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica, mentre altri lo considerano rivolto a un pubblico interno.
Una delle recenti “operazioni” iraniane nelle montagne del nord dell’Iraq è stata l’uccisione di un uomo che, secondo i familiari, era un semplice pastore, nell’area di Sidakhan, tra le montagne vicine al confine iraniano. Un giornalista iracheno che ha parlato con i familiari della vittima ha raccontato al Foglio che questi sostengono che il giovane fosse semplicemente un “pastore curdo-iracheno ucciso mentre difendeva il proprio gregge”, ricordando di aver documentato anche un altro caso, quello dell’arresto di un padre anziano e di suo figlio “mentre anche loro cercavano di difendere il proprio bestiame a Sulaymaniyah”.
“In entrambi i casi”, ha dichiarato il giornalista iracheno con base a Erbil, “si trattava di curdi iracheni che difendevano i propri mezzi di sussistenza”, e non di iraniani o di persone coinvolte in ambiti politici o militari.