Esteri
il rapporto •
La guerra non convenzionale di Putin contro l’Europa
Basi nucleari, aeroporti, porti e navi fantasma. Così la Russia studia le nostre difese senza dichiarare guerra. Il dossier dell'International Institute for Strategic Studies
8 AGO 26

Il rapporto dell’International Institute for Strategic Studies, Russia’s UAV Campaign Over Europe, prova a mettere ordine in uno dei fenomeni più difficili da leggere della guerra ibrida russa contro l’Europa: la comparsa, tra agosto 2024 e febbraio 2026, di droni sopra aeroporti, basi militari, porti, impianti energetici, industrie della difesa e siti nucleari. Il punto di partenza è importante perché evita conclusioni troppo facili. L’IISS non sostiene che ogni avvistamento sia stato opera della Russia e neppure che ogni oggetto segnalato fosse davvero un drone. Sostiene però che, osservati nel loro insieme, gli episodi formano uno schema che non può essere spiegato soltanto con errori di identificazione, droni amatoriali o provocazioni occasionali. Il database costruito dall’istituto contiene 144 incidenti in tredici paesi europei. Circa il 48 per cento riguarda installazioni militari, il 18 per cento aeroporti civili, il 26 per cento infrastrutture critiche come porti, impianti energetici e siti industriali. La Germania è il paese più colpito, con 58 episodi selezionati, seguita da Belgio, Danimarca e Paesi Bassi. Il grande salto avviene tra settembre e dicembre 2025: da una media di quattro episodi al mese si passa a 22,5.
La parte più interessante dello studio riguarda però come queste operazioni potrebbero funzionare. Il problema per Mosca è semplice: come osservare una base Nato, un porto militare o un aeroporto senza far partire un velivolo dalla Russia e senza attraversare in modo riconoscibile una frontiera? La risposta dell’IISS è il mare. Gli autori giudicano probabile che almeno una parte dei droni sia stata lanciata o recuperata da navi commerciali legate alla Russia e, soprattutto, dalla cosiddetta “flotta ombra”: petroliere e cargo formalmente civili, spesso con bandiere di comodo e proprietà difficili da ricostruire, utilizzati in primo luogo per aggirare le sanzioni sul petrolio russo. Il rapporto cita una stima di circa 1.300 petroliere appartenenti alla flotta ombra e ricorda che nel febbraio 2026 queste navi trasportavano circa il 70 per cento delle esportazioni russe di greggio via mare.
La meccanica è relativamente semplice. Una nave si avvicina alla costa mantenendosi eventualmente nelle acque internazionali, spegne il transponder AIS, lancia il drone e riaccende il segnale una volta terminata l’operazione. Oppure continua a trasmettere, ma falsifica le proprie coordinate attraverso tecniche di spoofing. In altri casi può usare l’identità elettronica di un’altra imbarcazione. L’AIS, nato per evitare collisioni e identificare le navi, diventa così uno strumento facilmente manipolabile. È per questo che gli investigatori devono confrontarlo con immagini satellitari SAR, capaci di individuare una nave fisicamente presente anche di notte e sotto le nuvole. In un caso analizzato dal rapporto, al largo dell’Irlanda, il satellite mostra una nave che semplicemente non esiste sui dati AIS. È lì, ma ha spento il proprio segnale.
Anche lanciare un drone da una nave non richiede necessariamente una trasformazione spettacolare del cargo in una portaerei. Un Orlan-10 russo può avere un raggio operativo di circa 500 chilometri, restare in volo fino a dodici ore e viaggiare tra 90 e 130 chilometri orari. Può essere lanciato da uno spazio relativamente piccolo e trasportare sensori ottici e termici, oltre a strumenti per interferire con la navigazione satellitare o monitorare reti di comunicazione. Il Merlin-VR può partire tramite catapulta e tornare con un paracadute. I modelli a decollo verticale richiedono ancora meno spazio. E per aumentare la possibilità di negare qualsiasi coinvolgimento russo possono essere utilizzati droni commerciali modificati o velivoli artigianali. Al termine della missione il drone può essere recuperato con una rete, fatto atterrare o semplicemente abbandonato in mare, eliminando la prova materiale.
Il caso danese aiuta a capire il sistema. Il 22 settembre 2025 l’aeroporto di Copenaghen viene chiuso per circa quattro ore dopo l’avvistamento di due o tre droni. Centonovanta voli vengono coinvolti e migliaia di passeggeri rimangono bloccati. Nei giorni immediatamente successivi altri droni vengono segnalati ad Aalborg, Billund, Esbjerg e Sønderborg. Ma il dettaglio decisivo è che non si tratta soltanto di aeroporti civili. Aalborg è anche una base dell’aeronautica danese; Skrydstrup ha ospitato l’addestramento dei piloti ucraini sugli F-16; altri avvistamenti avvengono nei pressi di installazioni militari. Le autorità danesi parlano di operatori altamente capaci e prendono in considerazione pubblicamente l’ipotesi di droni partiti da navi.
I sospetti finiscono in particolare sulla Boracay, una petroliera della flotta ombra che in quei giorni naviga nelle acque intorno alla Danimarca. Il 28 settembre commandos francesi la intercettano e la abbordano al largo di Saint-Nazaire. A bordo, oltre al capitano cinese, vengono trovati due cittadini russi impiegati dal Moran Security Group, società militare privata fondata da ex uomini dell’Fsb; uno avrebbe lavorato in precedenza anche per Wagner. L’IISS è attento a non trasformare questa circostanza in una prova che la Boracay abbia lanciato i droni di Copenaghen. Ma il dato cambia il quadro: una petroliera apparentemente civile della flotta ombra trasportava personale direttamente collegato all’ambiente della sicurezza russa. Per gli autori è una dimostrazione concreta della possibile “militarizzazione” di queste navi.
Un episodio ancora più netto era avvenuto il 3 gennaio 2025. Fino a venti grandi droni vengono osservati volare in formazione sopra il porto di Køge, 39 chilometri a sud-ovest di Copenaghen. Poi accelerano e scompaiono in direzione della baia. Køge non è scelto a caso: nel 2022 era stato il principale punto d’imbarco del più grande dispiegamento militare danese degli ultimi decenni verso il fianco orientale della Nato. Osservare quel porto significa poter studiare una delle arterie attraverso cui uomini e mezzi possono essere trasferiti verso il Baltico. Anche qui il mare ritorna nella ricostruzione: nello stesso periodo una nave della flotta ombra, l’Arctica, si muove intorno alla Danimarca, mentre la petroliera Mulan effettua insoliti percorsi a zig-zag tra Danimarca e Norvegia, proprio in un’area attraversata da cavi sottomarini. Non è la “pistola fumante”, ma è esattamente il tipo di sovrapposizione che l’IISS cerca nel suo database.
La Germania è il laboratorio principale. Secondo documenti del Bundeskriminalamt citati dal rapporto, nel solo 2025 il paese avrebbe registrato 1.072 incidenti che coinvolgevano 1.955 droni; l’IISS ne seleziona 58 nel proprio database più ristretto. I bersagli sono rivelatori: basi militari, industrie, porti e aeroporti. Tra novembre 2024 e marzo 2025 vengono segnalati sei episodi di possibili “droni spia” sopra Ramstein, che ospita sia il quartier generale delle forze aeree americane in Europa sia l’Allied Air Command della Nato. Altri sorvoli interessano installazioni della Bundeswehr, il polo chimico BASF di Ludwigshafen e Rheinmetall, coinvolta nella produzione di munizioni e mezzi militari e nel sostegno all’Ucraina. A Brunsbüttel, nel nord del paese, droni arrivano dal mare e sorvolano un’area industriale che comprende infrastrutture per il gas naturale liquefatto costruite proprio per ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. I procuratori tedeschi arrivano a ipotizzare “attività di spionaggio a fini di sabotaggio”.
Ancora più significativa è la storia di alcune navi. Il cargo Scanlark, con equipaggio prevalentemente russo, viene abbordato dalle forze speciali tedesche dopo il sospetto che il 26 agosto 2025 da bordo fosse stato lanciato un drone per fotografare una nave militare tedesca. Un’inchiesta basata sui documenti della polizia federale mette poi in relazione movimenti anomali di Hav Dolphin, Hav Snapper e Lauga con diciannove sorvoli. La Hav Dolphin rimane per otto giorni al largo di Kiel mentre vengono avvistati droni sopra la base dei sottomarini di Eckernförde. La Lauga viene collegata a un episodio nel quale sette droni sorvolano il pattugliatore tedesco BP 81 Potsdam. Gli autori ipotizzano persino un sistema a più navi: una può lanciare e recuperare i droni, un’altra può funzionare da ripetitore o raccogliere intelligence elettronica fornendo al drone e al suo operatore i dati necessari.
Una dinamica simile emerge nel Regno Unito. Tra il 20 e il 26 novembre 2024 droni sofisticati vengono osservati presso le basi americane di RAF Fairford, Feltwell, Lakenheath e Mildenhall. Lakenheath è particolarmente delicata perché fonti aperte indicano preparativi per il possibile ritorno di armi nucleari americane. Dopo un appello alla popolazione vengono raccolte circa 170 segnalazioni e circa la metà viene ritenuta credibile perché sostenuta da più testimoni o da immagini non spiegabili con il traffico aereo conosciuto. Gli oggetti sembrano di tipo diverso: alcuni multirotori, altri ad ala fissa; alcuni testimoni riferiscono addirittura un rumore più simile a un motore a benzina che ai motori elettrici dei comuni droni commerciali. In quei giorni la Hav Dolphin, già finita sotto osservazione in Germania, era attraccata nel Regno Unito.
Il caso del Belgio mostra invece come un sorvolo possa servire non solo a fotografare un obiettivo ma a studiarne le difese. All’inizio di novembre 2025 droni entrano per tre notti consecutive nello spazio della base di Kleine-Brogel, dove sono custodite armi nucleari americane. Il ministro della Difesa Theo Francken parla di un’operazione simile allo spionaggio. Secondo la ricostruzione citata dall’IISS, in una prima fase piccoli droni avrebbero permesso agli operatori di capire quali frequenze radio usassero i sistemi di sicurezza belgi. Quando successivamente arrivano droni più grandi, i jammer non riescono a neutralizzarli perché gli operatori hanno adattato le frequenze. “Un dilettante non sa farlo”, osserva il ministro.
Qui si vede bene la logica che attraversa tutto il rapporto. Un drone non deve necessariamente rubare documenti, scattare fotografie straordinarie o distruggere qualcosa. Può essere sufficiente obbligare il nemico a reagire. Se la base accende un radar, Mosca scopre frequenze e copertura. Se parte un caccia, scopre tempi e procedure di intercettazione. Se viene attivato un jammer, ne studia il funzionamento. Se il governo decide di non sparare, scopre dove passa la soglia politica dell’uso della forza. È quella che l’IISS collega alla tradizione russa della razvedka boyem, la ricognizione attraverso il combattimento: provocare una risposta per ottenere informazioni che una sorveglianza passiva non fornirebbe.
I Paesi Bassi offrono forse l’esempio più completo. La base di Volkel, anch’essa legata alla deterrenza nucleare Nato, viene sorvolata ripetutamente nel novembre e dicembre 2025. Il 21 novembre fino a dieci droni operano direttamente sopra la base tra le 19 e le 21. Gli uomini della sicurezza sparano da terra, ma i droni evitano i colpi e non vengono recuperati rottami. Nello stesso momento altri droni compaiono sopra Eindhoven, costringendo a sospendere temporaneamente il traffico civile. Il 7 dicembre un altro drone viene inseguito da due F-35 fino all’uscita dallo spazio aereo olandese. Il valore dell’operazione è evidente: in poche ore si possono osservare la reazione della sicurezza della base, quella dei caccia e quella dell’aviazione civile. Durante quelle finestre temporali, al largo delle coste olandesi e francesi, vengono inoltre individuate diverse navi considerate sospette, tra cui Arctica, Cgas Leopard e Tranquil Sea.
Poi c’è l’Irlanda. Il 1° dicembre 2025 Volodymyr Zelenskyy arriva a Dublino per la sua prima visita ufficiale nel paese. Verso le 22.30 quattro droni descritti come grandi, costosi e di caratteristiche militari vengono osservati al largo e rimangono per quasi due ore sopra la nave della marina irlandese LÉ William Butler Yeats. Quando l’equipaggio li individua stanno andando verso la costa. Sparare significherebbe usare le armi della nave in direzione del territorio irlandese, perciò si decide di non farlo. A circa sessanta chilometri si trova la Vezhen, nave già sequestrata mesi prima dalla Svezia durante un’indagine sul danneggiamento di un cavo sottomarino, poi considerato accidentale. Ma soprattutto le immagini satellitari mostrano un’altra nave a meno di quaranta chilometri dal luogo dell’episodio: compare sul radar SAR, ma non sull’AIS. È fisicamente presente con il transponder spento.
Pochi giorni dopo, in Francia, cinque droni vengono rilevati sopra Île Longue, la base bretone dei sottomarini nucleari francesi. È uno degli obiettivi più sensibili d’Europa, perché quei sottomarini trasportano gran parte delle testate nucleari francesi basate su missili balistici. Il sorvolo avviene poche settimane dopo l’entrata in servizio del missile M51.3 e durante una notte di superluna, quindi con una visibilità particolarmente buona. Diverse navi che l’IISS considera meritevoli di attenzione si trovano a poche centinaia di chilometri; la più vicina è a poco più di cento. La Francia apre un’indagine ma non attribuisce l’episodio a Mosca. Anche questo è essenziale per capire il rapporto: correlazione e plausibilità non vengono presentate come prova definitiva.
La prova più forte della possibilità di lanciare droni da una nave russa arriva il 26 febbraio 2026, durante la presenza della portaerei francese Charles de Gaulle a Malmö. Secondo il rapporto, un drone non autorizzato viene lanciato dalla Zhigulevsk, nave russa specializzata nell’intelligence dei segnali. La nave entra nelle acque territoriali svedesi e il drone viene neutralizzato a circa dodici chilometri dall’ancoraggio della portaerei. L’episodio è cruciale perché trasforma quella che fino a quel momento poteva essere considerata soprattutto un’ipotesi investigativa in una capacità dimostrata: una nave russa può effettivamente avvicinarsi a un obiettivo europeo e mettere in aria un drone da ricognizione. Non dimostra che tutte le altre missioni siano state organizzate nello stesso modo, ma rende molto meno teorica l’ipotesi marittima.
A tutto questo si aggiunge il fianco orientale della Nato, dove il confine tra guerra contro l’Ucraina e provocazione contro l’Alleanza è ancora più sottile. Nella notte tra il 9 e il 10 settembre 2025 fino a 24 droni russi entrano nello spazio aereo polacco. La risposta coinvolge F-16 polacchi, F-35 olandesi e velivoli italiani di allerta precoce. Alcuni Gerbera vengono indirizzati verso l’area dell’aeroporto di Rzeszów-Jasionka, il grande snodo logistico attraverso cui passa una parte decisiva degli aiuti militari occidentali all’Ucraina. Anche qui il risultato non è misurato soltanto in termini di danni: l’incursione permette di osservare chi decolla, quanto rapidamente, con quali procedure, attraverso quali corridoi e con quali sistemi.
C’è poi il costo economico. Un drone relativamente economico può costringere a chiudere un aeroporto con centinaia di voli oppure a far decollare un caccia e attivare sistemi antiaerei molto più costosi. Copenaghen resta chiuso per quattro ore; Eindhoven deve interrompere il traffico; in Danimarca più aeroporti vengono coinvolti nel giro di pochi giorni. E sopra questo primo livello se ne innesta un secondo, informativo. L’IISS osserva che reti filorusse, comprese quelle collegate all’operazione Doppelganger, amplificano immediatamente versioni alternative: i droni non sarebbero russi, sarebbe l’Ucraina a organizzare provocazioni oppure sarebbero i governi europei a costruire artificialmente una crisi. Prima si crea l’incertezza e poi si sfrutta politicamente l’impossibilità di attribuire con certezza l’attacco.
È questa ambiguità che mette in difficoltà l’Europa. Le difese aeree occidentali sono state costruite soprattutto per individuare aerei convenzionali: veloci, relativamente grandi, ad alta quota e normalmente identificabili. Un drone piccolo che vola basso di notte, non trasmette la propria posizione e può essere partito dal mare si infila tra le maglie del sistema. Inoltre non sempre è chiaro chi abbia il diritto di abbatterlo. Polizia, autorità dell’aviazione civile e militari hanno poteri diversi. In Germania, per esempio, la Bundeswehr poteva intervenire direttamente soprattutto sopra installazioni militari; gli incidenti hanno spinto il governo a modificare le regole e a costruire una struttura congiunta di difesa anti-drone. In altri casi prevale il timore che abbattere un UAV sopra un’area abitata produca vittime con i rottami.
Il problema resta persino se l’Europa riuscirà a costruire una rete anti-drone molto più efficace. La European Drone Defence Initiative punta a collegare radar, sensori acustici e radio, jammer e intercettori. Ma l’IISS individua una falla concettuale: un sistema del genere si concentra sul drone quando il drone è già entrato nello spazio aereo europeo. Non risolve necessariamente il problema della nave che lo ha lanciato. Finché una petroliera della flotta ombra può rimanere in acque internazionali o in una zona economica esclusiva, usare una bandiera di comodo, spegnere l’AIS e mettere in volo un drone, la piattaforma che rende possibile l’operazione rimane sostanzialmente intatta.
Ed è qui che arriva la conclusione forse più importante dello studio. L’IISS non dice di avere dimostrato che tutti i 144 episodi siano russi. Anzi, ricorda esplicitamente che alcuni avvistamenti possono essere falsi positivi, errori di identificazione o attività innocue; nessuna ricostruzione da fonti aperte permette inoltre di stabilire con certezza se esista una cabina di regia unica del Cremlino o se alcune operazioni siano condotte autonomamente da Fsb, Gru, Svr o loro intermediari. Ma il disegno complessivo resta impressionante: droni soprattutto notturni, basi nucleari, porti, infrastrutture utilizzate per l’Ucraina e grandi aeroporti; navi russe o legate alla Russia nelle zone interessate; anomalie nei sistemi di tracciamento; apparati occidentali costretti ad accendere radar, jammer e difese e quindi a mostrare come reagiscono. Per l’IISS, è questo insieme a essere difficilmente spiegabile con il caso.
In fondo, la meccanica raccontata dal rapporto è molto semplice. Si avvicina una nave che sembra civile. Si spegne o si falsifica il transponder. Parte un drone relativamente economico. Il drone entra dove non dovrebbe entrare. L’Europa deve decidere se è davvero un drone, chi lo ha mandato, chi è autorizzato a fermarlo e quanto può rischiare per abbatterlo. Nel frattempo radar, caccia, jammer, polizia e aeroporti reagiscono. E quella reazione produce informazioni. Anche quando il drone viene scoperto, inseguito o neutralizzato, quindi, la missione può avere già raggiunto una parte del proprio obiettivo. È questo il cuore concreto del rapporto: non tanto una nuova arma russa, quanto un modo relativamente economico, ambiguo e ripetibile per usare le zone grigie dell’Europa contro l’Europa stessa.