Esteri
Cambi non soltanto a Kyiv •
Putin fa un rimpasto nell’esercito con il compito di portargli il Donetsk
Nomi già usati di generali che hanno già fallito nello stesso compito. La situazione al fronte e cosa succede davvero a Kramatorsk
7 AGO 26

Vladimir Putin cerca slancio e rimpasta nel vecchio, i nomi sono sempre gli stessi, le nuove leve rimangono indietro, forse ben coperte o poco appariscenti nei ranghi dell’esercito. Con la bandiera russa alle spalle, mentre sedeva accanto al capo di stato maggiore Valeri Gerasimov e al ministro della Difesa Andrei Belousov, Putin ha annunciato dei cambiamenti ai vertici dell’esercito. Nessun rimprovero, tutto è avvenuto a favore di telecamere, nel teatro freddo ed essenziale delle comunicazioni del Cremlino. Quando Putin appare, ripete che va tutto bene, che “l’operazione militare speciale procede secondo i piani”, che i suoi soldati sono eccellenti, che la Russia vincerà.
Non ama cambiare, i blogger militari, i voenkory, criticano la lentezza della guerra, sono spesso in prima linea al fianco dei soldati, vedono cosa funziona, cosa non funziona, cosa si muove o resta immobile e vedono che il fronte è quasi fermo e mai lo era stato tanto come quest’estate. Putin non ascolta i voenkory, presta le orecchie soltanto agli uomini che sceglie lui e soprattutto mostra alla Russia che ogni sua scelta è giusta. Per questo nel discorso televisivo che ha tenuto mercoledì sera ha lodato il suo esercito, i suoi comandanti, ma ha annunciato qualche spostamento fra nomi vecchi, nessuna novità. Il capo del Cremlino ha annunciato la nomina del generale Denis Lyamin a capo della Divisione dei droni, creata da poco nei ranghi dell’esercito russo che sta recuperando il suo ritardo nella tecnologia dei velivoli senza pilota: ormai produce molto, adatta, innova e passa le sue innovazioni ai suoi alleati. I volti rimangono nascosti, anche se Lyamin ha girato molti reparti dell’esercito russo, è anche figlio d’arte: suo padre Igor ha abbandonato la divisa soltanto nel 2020. Lyamin è stato a lungo in Ucraina, su vari fronti e con vari ruoli, è un generale della vecchia guerra, quella massiccia del 2022, sa poco di droni, ma il suo nome è più una rassicurazione che un cambiamento.
Quando Putin cambia, rimpasta, e smuove, le sue scelte passano piuttosto inosservate, mentre quando è l’Ucraina il paese del cambiamento, sembra che ogni nuova nomina o destituzione debbano essere un segnale di collasso per Kyiv o un’involuzione democratica per Volodymyr Zelensky. I cambiamenti russi appassionano meno, lasciano indifferenti, non destano polemiche, non vengono mai letti come la constatazione di malumori o insoddisfazioni da parte di Vladimir Putin. Quello che accade nel potere russo è normale amministrazione, dentro alle stanze del potere ucraino è subito un affare di tutti e non soltanto di Kyiv. Putin non ha scelto soltanto di dare un volto alla Divisione dei droni, ha riorganizzato i vertici delle Forze armate in prima linea, con un interesse particolare ai fronti dell’Ucraina orientale e meridionale. Il generale Andrei Ivanaev è nato in Kazakistan – Lyamin è nato invece in Bielorussia – è sanzionato dall’Unione europea e dagli Stati Uniti e ha assunto la direzione del gruppo di forze denominato “Tsentr”, centro. Mentre Petr Bolgarev è il nuovo comandante del gruppo “Vostok”, est. Non è un cambiamento, è una rotazione, uno scambio di etichette. Prima era Ivanaev a guidare il gruppo Vostok e adesso passando al Tsentr ha preso il posto di Valeri Solodchuk, generale accusato di coinvolgimento nelle atrocità di Bucha, ora capo della logistica del ministero della Difesa. Questi nomi poco noti rimarranno tali, ma i rimescolamenti di Putin coinvolgono personaggi che già hanno fallito ai quali lui però continua ad affidare gli stessi compiti. Annunciando le nuove nomine, il capo del Cremlino ha spiegato che l’obiettivo del gruppo “Tsentr” sarà quello di conquistare l’intera regione orientale di Donetsk, in cui gli ucraini continuano a difendere le loro roccaforti, con difficoltà, ma rallentando comunque di molto il ritmo dell’avanzata russa. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, Putin ha provato a farsi cedere il Donetsk, circuendo il presidente americano e spiegando che i suoi soldati sarebbero arrivati in breve tempo a ottenere comunque quello che lui voleva, quindi tanto valeva costringere l’Ucraina a cedere. Trump si era convinto, ci sono volute diverse visite di Zelensky, mappe dettagliate del fronte, conversazioni con esperti militari e diplomatici per far capire che invece la conquista del Donetsk era tutt’altro che immediata e quindi sarebbe stato ingiusto e pericoloso per il futuro dell’Ucraina cedere a Mosca il territorio che non riesce a prendersi con le armi.
Ieri il presidente ucraino ha mandato alcuni ordini di evacuazione a Kramatorsk, una delle città fortificate del Donetsk che la Russia vuole. In fretta la notizia è stata letta come un segnale di resa, proprio la resa che Mosca brama, ma non c’è stata e non è nelle intenzioni ucraine. Un militare ucraino che opera nella zona di Kramatorsk ha spiegato al Foglio che la situazione è diventata molto rischiosa per i civili, che fra droni e bombe plananti vivono rischi simili a quelli di Kherson, ma non ci sono segnali né di un’evacuazione di massa, né che gli ucraini stiano per perdere il controllo della città.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
