Esteri
il nuovo centro artistico •
Shanghai vuole essere la prossima capitale del mondo dell’arte
Il centro finanziario cinese ospita la più grande retrospettiva su Giorgio Morandi, mentre Fondazione Prada apre il suo ufficio cinese a pochi passi dalla casa-museo di Mao Zedong. Ma ogni esibizione deve fare i conti con i limiti imposti dall’autorità
6 AGO 26

Foto ANSA
Shanghai. L’ultima sorpresa arriva da Giorgio Morandi. Il pittore delle bottiglie silenziose, delle nature morte sospese, dell’infinita variazione sul medesimo tema è diventato uno degli artisti italiani più amati dal pubblico cinese. Al Museum of Art Pudong (MAP), il nuovo museo progettato da Jean Nouvel sulla riva orientale dell’Huangpu, Giorgio Morandi. Solo (a cura di Lorenzo Balbi, direttore del MAMbo e del Museo Morandi, e da Francesco D’Arelli, direttore dell’Istituto italiano di cultura di Shanghai), è la più grande retrospettiva mai dedicata all’artista fuori dall’Italia e la prima monografica in Cina. Oltre 140 opere raccontano un autore che, nel paese del gigantismo e delle megalopoli, conquista proprio attraverso il silenzio. Questo è, forse, il paradosso più interessante della Shanghai contemporanea: la metropoli più veloce d’Asia ha eletto a proprio beniamino il pittore della lentezza.
Shanghai somiglia sempre meno alla fabbrica del mondo e sempre di più alla New York asiatica che da anni ambisce a essere, non soltanto per la densità dei grattacieli o per il capitale finanziario che vi circola, ma per la velocità con cui costruisce istituzioni culturali destinate a entrare nel circuito internazionale dell’arte. Nel giro di pochi anni sono comparsi musei progettati dalle archistar, fondazioni private finanziate da miliardari, distretti creativi ricavati da vecchie fabbriche tessili, gallerie sperimentali e collezioni capaci di competere con quelle occidentali. Il MAP è forse il simbolo più evidente di questa strategia. Jean Nouvel (amatissimo anche nei paesi arabi, dove continua a progettare musei) lo ha immaginato come una scultura di granito bianco e vetro affacciata sul Bund, quasi una quinta teatrale che riflette il fiume Huangpu. Accanto ai musei pubblici cresce però soprattutto il potere dei privati, su tutti il Long Museum, fondato dai collezionisti Liu Yiqian e Wang Wei, dove fino al 25 ottobre l’artista Wallace Chan ha la sua personale Vessels of Other Worlds, una delle mostre più ambiziose dell’anno.
Nato come orafo e inventore di nuove tecniche di lavorazione del titanio e delle gemme, questo “artista senza gallerista”, come ci racconta, costruisce monumentali vasi metallici che sembrano organismi viventi. Decine di migliaia di viti, superfici specchianti, figure umane e creature mitologiche trasformano la sua scultura in un’esperienza immersiva che dialoga in tempo reale con Venezia, dove una mostra gemella è ospitata nella Cappella della Pietà durante la 61esima Biennale d’Arte. Anche la Fondazione Prada ha scelto Shanghai per la sua nuova sede cinese, a pochi passi dalla casa-museo di Mao Zedong, nel distretto di Jing’an, dove il lusso internazionale convive con i luoghi della memoria rivoluzionaria. Poco distante sopravvive l’M50, un ex distretto industriale di Moganshan Road che conserva l’atmosfera dei luoghi ancora imperfetti popolati da studi d’artista, graffiti, piccole gallerie indipendenti e laboratori. E’ l’equivalente del 798 di Pechino, ma meno istituzionalizzato, più spontaneo, almeno in apparenza. Qui convivono pittori, fotografi, artisti digitali e designer in una continua negoziazione fra creatività e controllo, come Luca Rizzi Brignoli, che vi ha aperto la sede del suo studio V10 con il socio Fang Zhou. Sul Bund, invece, il Rockbund Art Museum continua a proporre una programmazione sorprendentemente sofisticata dove troviamo Ludwig di Diego Marcon, una videoinstallazione tra cinema e fiaba già presentata alla Fondazione Nicola Trussardi di Milano. Davanti l’ingresso dell’edificio principale ci sono le sedi delle gallerie Perrotin e Lisson, poco distante c’è il MOCA Shanghai che continua a ospitare grandi nomi dell’arte internazionale, mentre la mostra dedicata a Giacometti al Mingsheng Art Museum – altro omaggio a un italiano qui in Cina (di recente, al Temple Dongjingyuan di Pechino Pietro Ruffo ha inaugurato la sua mostra con opere del ciclo The Flowers of time) – registrano numeri che molti musei europei possono soltanto immaginare (540mila visitatori per la mostra del Palladio). Il mercato segue la stessa traiettoria con collezionisti privati che acquistano opere occidentali con naturalezza crescente, mentre gli artisti italiani del 900 conoscono una fortuna inattesa.
Tutto questo accade dentro una delle più sofisticate contraddizioni del nostro tempo. La libertà creativa sembra non essere mai stata così ampia, gli investimenti sono enormi, i musei proliferano, gli artisti sperimentano materiali, tecnologie e linguaggi, ma tutto avviene all’interno di un regime che continua a esercitare un controllo rigoroso sull’informazione, sul dissenso e, quando necessario, anche sull’arte. A Shanghai il Partito comunista raramente si manifesta in modo plateale, non ne ha bisogno, perché è presente nell’architettura amministrativa, nelle autorizzazioni, nei limiti impliciti, nell’autocensura e nei confini invisibili che ogni artista conosce perfettamente. Le opere possono essere radicali sul piano formale, molto meno su quello politico e la sperimentazione è incoraggiata finché non mette in discussione il sistema. Anche il visitatore straniero avverte questa sensazione. Pochissimi parlano inglese, la rete occidentale funziona a intermittenza, molte applicazioni sono inutilizzabili senza strumenti specifici (senza Alipay non fai nulla, manco prenotare un taxi), e la città restituisce continuamente l’impressione di vivere in un ecosistema autonomo, parallelo, quasi impermeabile. La modernità cinese non coincide con quella occidentale: la ingloba, la rielabora e infine la piega alle proprie regole, ma è, forse, proprio questa tensione a rendere Shanghai uno dei luoghi più interessanti del presente, una città che produce libertà estetica dentro un sistema politico che della libertà diffida. Un laboratorio dove l’arte contemporanea raggiunge un momento fertile, mentre il potere continua a ricordare, silenziosamente, chi stabilisce i limiti dell’immaginazione.