× Una fotografia di Lobsang Palden, morto dopo essersi dato fuoco davanti alla sede delle Nazioni Unite a New York, durante una cerimonia di preghiera di tibetani in esilio a Dharamshala, in India (Ap)
× La missione istituzionale in Cina dell’Associazione parlamentare di amicizia Italia-Cina, presieduta dal deputato del Pd Vinicio Peluffo (instagram @viniciopeluffo)
Il Tibet è il laboratorio del modello Cina su scala globale. E la repressione riguarda anche tutti noi
La nuova legge sull'unità etnica di Pechino è in vigore da poco più di un mese. Crescono le proteste, ma l'occidente non si accorge della trasformazione che sta avvenendo: la Repubblica popolare è sempre più liberticida
La prima cosa che hanno chiesto le autorità cinesi a quelle indiane, in vista della possibile visita del leader Xi Jinping al vertice dei Brics a Nuova Delhi di metà settembre, è che i media considerati vicini agli attivisti, ai Falun Gong e alla comunità tibetana (molto attivi in India, che a Dharamshala ospita il governo tibetano in esilio e la residenza del Dalai Lama) vengano esclusi dagli spazi del summit. Del resto nelle ultime settimane le proteste contro la leadership del Partito comunista cinese sono aumentate, in una mobilitazione che ha ricevuto scarsa attenzione mediatica, ma parecchia attenzione da Pechino. Il 2 luglio scorso, cioè il giorno dopo l'entrata in vigore della controversa legge sull'unità etnica cinese, un attivista tibetano, Lobga Rangzen, si è dato fuoco davanti alla sede dell'Onu a New York. È morto poco dopo.
Una fotografia di Lobsang Palden, morto dopo essersi dato fuoco davanti alla sede delle Nazioni Unite a New York, durante una cerimonia di preghiera di tibetani in esilio a Dharamshala, in India (Ap)
La notizia della prima autoimmolazione tibetana avvenuta sul suolo americano ha attirato una folla di manifestanti fuori dal Palazzo di vetro. Rangzen era un attivista indipendentista e leader della comunità newyorchese, emigrato dal Tibet negli anni Ottanta. Faceva il tassista, e la sua morte rappresentava una protesta rituale contro l'entrata in vigore della legge cinese sull'unità etnica, pensata per assimilare le 56 minoranze etniche ufficialmente "riconosciute" dalla Cina, tibetani inclusi, in un'unica identità nazionale cinese, e per perseguire chi, ovunque nel mondo, venga accusato di "minare l'unità etnica" (art. 63), espressione sufficientemente vaga per rendere un bersaglio chiunque. La legge ha provocato proteste un po' ovunque, ma i governi occidentali, in un momento delicato fra la guerra contro l'Ucraina, la guerra in medio oriente, e i conflitti commerciali con Washington e Pechino, probabilmente non hanno sufficienti energie per aprire un altro fronte di scontro con la Cina. È proprio per questo che la leadership di Pechino ha scelto questo momento per introdurre la legge (sempre il primo luglio, come sei anni fa quella liberticida di Hong Kong): ora è istituzionalizzato ciò che avveniva da tempo, nello Xinjiang, nella Mongolia interna, e nel Tibet dal 1959, con un'accelerazione spaventosa sotto la leadership di Xi Jinping. Domenica scorsa la Cnn ha intervistato Choegyal Dawa, venticinquenne tibetano che all'inizio di quest'anno è riuscito a scappare in Nepal, e a vedere per la prima volta il volto del Dalai Lama, le cui immagini sono vietate in Cina. Choegyal ha detto che la sua generazione rischia di essere l'ultima ad aver potuto studiare lingua e cultura tibetane, prima che le nuove politiche sull'"unità etnica" rendano definitivo il processo di assimilazione voluto da Pechino.
Il problema della legge – e il motivo per cui dovrebbe essere allarmante per tutti, non solo per le minoranze etniche cinesi – è che non si tratta solo di una cancellazione culturale, ma funziona come intimidazione per chiunque parli di Tibet, Taiwan, Xinjiang e più in generale dello stato di diritto in Cina. Stati Uniti, Ue, e singoli politici hanno diffuso comunicati allarmati, ma la verità è che Pechino è riuscita a fare di sé il regime intoccabile, incriticabile. Per fare un esempio molto locale, alcuni rappresentanti della politica italiana hanno parlato della legge e delle sue conseguenze, tra loro la deputata del Partito democratico Ilenia Malavasi. Negli stessi giorni un altro deputato dello stesso partito, Vinicio Peluffo, iniziava una missione parlamentare in Cina su invito del dipartimento internazionale del Comitato centrale del Partito, con tanto di visita sulla barca rossa di Jiaxing, la barca in legno su cui si concluse il 1° Congresso del partito, con l'obiettivo di "comprendere i percorsi storici" per "costruire relazioni parlamentari bilaterali fondate sul rispetto reciproco". Capire la Cina, come ripetono ossessivamente i funzionari cinesi, significa vedere la realtà selettiva che offre la leadership, non esattamente un fulgido esempio di diplomazia.
La missione istituzionale in Cina dell’Associazione parlamentare di amicizia Italia-Cina, presieduta dal deputato del Pd Vinicio Peluffo (instagram @viniciopeluffo)
E quindi alla difesa dei cinesi comuni non resta che Richard Gere, ottantenne icona di Hollywood, buddista praticante e da decenni tra le voci più esposte in difesa del Tibet, che nei giorni scorsi ha diffuso un video in cui poneva una domanda: cosa pensereste se un altro stato pretendesse il diritto di punirmi per le parole che pronuncerò in questo video? Non si tratta di un'iperbole retorica, ha detto Gere, ma la logica conseguenza della nuova legge cinese, che estende la giurisdizione di Pechino a chiunque, in qualunque paese, venga giudicato colpevole di "minare l'unità etnica". Il Tibet, ha detto l'attore, non è che il laboratorio: il luogo dove Pechino collauda strumenti di sorveglianza e assimilazione prima di esportarli altrove. Gere è rimasto tra i pochissimi dell'industria culturale internazionale a esporsi pubblicamente su questi temi, tutti gli altri – anche quelli che fino a qualche anno fa cavalcavano il buddismo tibetano come una moda – hanno smesso per paura di ritorsioni e rischiare di non avere più accesso al più grande mercato dell'intrattenimento del pianeta.
È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.