Esteri
assimilazione culturale •
Il partito che si crede dio. I piani del Pcc sul popolo tibetano
La leadership di Pechino vuole decidere chi sarà il prossimo Dalai Lama. E’ l’ironia di un regime che non crede nella reincarnazione ma vuole certificarla. E il messaggio non è solo per i buddisti tibetani

Una protesta lunedì scorso a Mumbai, in India, dei sostenitori del Tibetan Youth Congress contro la legge cinese sulla “unità etnica” (Getty)
Pochi episodi della storia politica contemporanea sono ironici quanto quello di un partito politico ufficialmente ateo che tenta di presiedere a un rito religioso i cui fondamenti dottrinali esso stesso rigetta esplicitamente. La determinazione del Partito comunista cinese (Pcc) a controllare la reincarnazione del Dalai Lama è precisamente uno spettacolo di questo genere, assurdo. Da un lato, continua a proclamare che la religione è “l’oppio dei popoli”; dall’altro, pretende di certificare la reincarnazione del più alto leader spirituale del buddhismo tibetano e di decidere la legittimità della sua prossima vita.
Nel 2007 il governo cinese ha promulgato le “Misure per la gestione della reincarnazione dei Buddha viventi nel buddhismo tibetano”. La sua disposizione centrale è inequivocabile: ogni reincarnazione di un lama tibetano deve ricevere l’approvazione del governo centrale. L’obiettivo reale di questo regolamento è altrettanto chiaro: mira direttamente alla futura reincarnazione del Quattordicesimo Dalai Lama. Controllando la porta attraverso cui le reincarnazioni vengono ufficialmente riconosciute, il Pcc punta a indebolire, e infine eliminare, l’influenza dell’istituzione del Dalai Lama, erodendo così l’identità religiosa e i legami culturali del popolo tibetano. Questo fa parte di un progetto ben più ampio: l’assimilazione culturale e la rimodellazione ideologica del Tibet.
Il Partito punta a indebolire, e infine eliminare, l’influenza dell’istituzione del Dalai Lama sui tibetani e non solo
Per cogliere l’assurdità di questa politica, si consideri una semplice analogia. Si immagini che il governo italiano annunciasse che l’elezione dei futuri papi richiederà l’approvazione dello stato italiano. Oppure che il governo degli Stati Uniti dichiarasse di voler determinare chi debba succedere ai membri del Collegio cardinalizio. La comunità internazionale reagirebbe con incredulità e indignazione. Simili azioni rappresenterebbero non solo un attacco all’autonomia religiosa, ma anche un affronto al buon senso. Eppure la politica del Pcc è ancora più straordinaria: non si tratta semplicemente di un caso di ingerenza governativa, ma dell’interferenza di uno stato la cui ideologia di governo rigetta alla radice le credenze religiose su cui l’istituzione stessa si fonda.
Il governo cinese sostiene ripetutamente che in Cina vige la “libertà di credo religioso”, eppure in nessun altro ambito questo slogan suona così vuoto quanto nella questione della reincarnazione del Dalai Lama. Per qualsiasi religione, stabilire come vengano scelti i propri leader spirituali è tra le funzioni più sacre e imprescindibili. Nel buddhismo tibetano, il sistema di riconoscimento dei lama reincarnati non è un semplice rituale religioso: costituisce il fondamento stesso della continuità dottrinale e della successione spirituale. Se a una comunità religiosa viene negata l’autorità di determinare l’aspetto più fondamentale della propria fede, allora la promessa della libertà religiosa diventa poco più di una foglia di fico trasparente.
La storia ha già offerto un precedente agghiacciante. Dopo la morte del Decimo Panchen Lama, Gedhun Choekyi Nyima, riconosciuto secondo la tradizione buddhista tibetana come l’Undicesimo Panchen Lama, fu preso in custodia dalle autorità cinesi nel 1995 e da allora non è mai più stato visto in pubblico, diventando una delle più giovani vittime di sparizione politica al mondo. Nel frattempo, Pechino ha nominato un proprio Panchen Lama ufficialmente sanzionato, elevandolo a legittimo successore. Un leader religioso è scomparso; un altro è stato fabbricato dallo stato. Questa sola realtà smaschera la vacuità delle dichiarazioni ufficiali sulla libertà religiosa.
Ma la contraddizione è ancora più profonda. Come partito al potere fondato sul materialismo dialettico, il Pcc ha costantemente descritto la religione come arretrata, irrazionale e in definitiva dannosa. Dalla distruzione dei “Quattro Vecchiumi” durante la Rivoluzione culturale fino alla soppressione di numerose comunità di fede, l’accusa di “idealismo” ha spesso funzionato al contempo come capo d’accusa politico e come giustificazione della persecuzione. Ancora oggi, gruppi spirituali possono essere repressi semplicemente perché etichettati come “idealisti”.
Seguendo questa logica, la religione stessa apparterrebbe al regno dell’“idealismo”, e la credenza nella reincarnazione dei Buddha viventi ne rappresenterebbe la forma più pura. Da qui una domanda ovvia: perché un governo votato al materialismo e ostile all’idealismo dovrebbe essere così determinato a intervenire, e persino a dominare, uno dei rituali più profondamente spirituali che si possano immaginare? E’ come qualcuno che nega pubblicamente l’esistenza della musica, insistendo però per dirigere un’orchestra sinfonica.
E’ proprio questa contraddizione che ha spinto il Dalai Lama a rispondere con la sua caratteristica ironia. Se il Partito comunista cinese insiste nell’interferire nella sua reincarnazione, ha osservato, dovrebbe prima riconoscere che la reincarnazione esiste davvero. Forse dovrebbe cominciare col rintracciare le reincarnazioni di Mao Zedong o di Deng Xiaoping, prima di pretendere di regolamentare gli affari religiosi altrui. Dietro l’umorismo si cela una critica logica devastante: un governo che rigetta le credenze più fondamentali di una religione non può coerentemente rivendicare autorità sulle sue istituzioni più sacre.
I funzionari cinesi giustificano spesso questa politica invocando la “tradizione storica” e i precedenti in cui governi cinesi del passato confermarono formalmente alte figure del buddhismo tibetano. Tali argomentazioni, tuttavia, crollano a un esame più attento. Il rapporto tra autorità politica e istituzioni religiose è variato enormemente nei diversi periodi storici. Occasionali interazioni tra governi imperiali e comunità religiose non equivalgono al tipo di controllo amministrativo integrale che Pechino oggi rivendica. Elevare precedenti storici isolati a fondamento giuridico di una supervisione statale totale è essa stessa un esercizio di interpretazione storica selettiva.
Ancora più importante: questa politica non può essere compresa isolatamente. Fa parte di un quadro molto più ampio di governance etnica e culturale. Negli ultimi anni, Pechino ha promosso sempre più il concetto di forgiare una “coscienza condivisa della nazione cinese”, mentre la legislazione e le politiche amministrative riflettono una spinta sempre più sistematica verso l’assimilazione. La Legge sulla promozione dell’unità etnica, adottata durante le “Due Sessioni” annuali tenutesi a Pechino lo scorso marzo, codifica ulteriormente in legge le politiche assimilazioniste del Pcc verso le minoranze etniche. In questo quadro, le differenze religiose, linguistiche e culturali vengono viste sempre meno come forme di diversità da tutelare, e sempre più come differenze da integrare in un’unica identità nazionale.
Visto in questo contesto, diventa chiaro perché il governo cinese abbia scelto di non abolire apertamente l’istituzione dei lama reincarnati. Le ragioni sono semplici. Primo, il Dalai Lama gode di un’enorme stima e influenza in tutto il mondo, e abolire apertamente l’istituzione provocherebbe una sostanziale condanna internazionale. Secondo, preservarne l’apparenza esteriore consente a Pechino di continuare a proiettare l’immagine di un rispetto delle tradizioni religiose. Ma, più alla base, questo approccio riflette una strategia più sottile di controllo politico: non la distruzione tramite l’eliminazione, ma il dominio tramite l’appropriazione; non il rigetto aperto, ma il progressivo svuotamento dall’interno.
Controllando il riconoscimento del prossimo Dalai Lama, il governo cinese può preservare il guscio istituzionale trasformandone radicalmente la sostanza. Una volta che l’autorità di un leader religioso non deriva più dalla comunità di fede ma dall’approvazione amministrativa concessa dallo Stato, la sua legittimità spirituale risulta inevitabilmente diminuita. Con il tempo, l’istituzione potrà anche sopravvivere, ma il suo significato sarà stato svuotato: la forma resterà, mentre l’anima sarà stata rimossa. Questa “continuità orchestrata” potrebbe rivelarsi, alla fine, il mezzo più efficace per smantellare una tradizione.
L’obiettivo è quello di svuotare il buddismo tibetano dalle sue tradizioni. Salvare la forma per rimuoverne l’anima
Ma le implicazioni vanno ben oltre la sola sfera religiosa. Quando il sistema di credenze centrale di un popolo viene sistematicamente rimodellato, ne risulta inevitabilmente colpita anche la sua identità culturale. Lingua, religione e memoria storica costituiscono insieme il fondamento spirituale di una nazione. Mentre questi elementi vengono progressivamente erosi, l’“assimilazione” cessa di essere un concetto politico astratto e diventa una sfida profonda alla sopravvivenza culturale di un popolo.
La controversia sulla reincarnazione del Dalai Lama, dunque, non è una semplice disputa tecnica su procedure religiose. E’ uno specchio che riflette il complesso rapporto tra potere politico, fede religiosa e identità culturale. Pone una domanda fondamentale: cosa accade quando lo stato tenta di entrare in un ambito che è sempre appartenuto alla vita spirituale di una comunità religiosa? E una volta che tale ingerenza si istituzionalizza attraverso leggi e autorità amministrativa, fin dove si estenderanno le sue conseguenze?
La storia dimostra ripetutamente che la vitalità della cultura e della fede religiosa supera spesso le aspettative del potere politico. Ma la storia ci ricorda anche che campagne prolungate di soppressione e trasformazione impongono costi molto reali a comunità e individui reali. Di fronte a simili realtà, anche il silenzio può diventare una forma di acquiescenza.
In questo senso, il dibattito sulla reincarnazione del Dalai Lama riguarda molto più del futuro del buddhismo tibetano. Solleva interrogativi più ampi sul significato della libertà religiosa, sui limiti propri dell’autorità statale, e sulla domanda se, in un mondo pluralistico, culture distinte abbiano il diritto di preservarsi e perpetuarsi secondo le proprie tradizioni.
L’autore è un intellettuale e dissidente cinese in esilio, Distinguished Visiting Fellow del Center for the National Interest ed editorialista di National Review