Un certo malaise s'aggira per le stanze di Matignon, residenza del premier francese. Suicidi e potere

Cinque drammi in sette mesi tra i servizi del primo ministro francese aprono un'inchiesta sul clima di lavoro nella residenza del potere. E il caso Matignon si intreccia con un'altra vicenda di presunto mobbing, raccontando il lato oscuro delle élite francesi

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Il primo ministro francese Sebastien Lecornu - foto LaPresse

Che succede all'hotel Matignon, residenza ufficiale del primo ministro del governo francese, al numero 57 di rue Varenne, nel benestante VII arrondissement parigino? Il 22 giugno scorso, qualcuno ha attaccato all'ingresso di una sala riunioni un foglio con su scritto a mano "Riunione in corso". Una porta chiusa, un meeting, niente di particolarmente strano – non fosse che quel giorno, nella sede storica del potere francese, veniva discusso il rapporto sul disagio psicologico diffusosi all'interno di quegli stessi uffici. In quei corridoi serpeggia da tempo un malessere tangibile, ma portarlo alla luce del sole è una scelta di per sé clamorosa. Si sa, ma non si dice, fin quando la misura è colma.
I fatti: tra ottobre 2025 e marzo 2026, nelle fila dei Services du Premier ministre (Spm), l'apparato di sicurezza dell'inquilino di Matignon, due agenti si sono tolti la vita, altri due hanno tentato di farlo senza riuscirci e una persona è stata trovata morta nei bagni in circostanze sospette. Sette mesi, cinque drammi. Il 25 giugno un rappresentante del personale ha depositato una segnalazione alla procuratrice di Parigi, sollecitando un'inchiesta preliminare per mobbing e per messa in pericolo della vita altrui. La procura si è mossa, sebbene nella più impenetrabile riservatezza. L'unica che per ora parla, in modo sibillino, è un'avvocatessa, Christelle Mazza, che rappresenta una delle dipendenti del Servizio sopravvissute al tentativo di suicidio. "Dal momento in cui ci sono questo tipo di segnali, è indispensabile l'ascolto e la verifica…", ha detto, lasciando la frase in sospeso. Parole che alludono a un ambiente nel quale le gerarchie sono sottoposte a pressioni eccezionali per la presenza di "un management intransigente", di una "perdita totale di riferimenti certi", di una cultura che premia "la competizione tra gli agenti".
Né Matignon né l'entourage del primo ministro Sébastien Lecornu hanno per ora replicato alle domande della stampa sul dossier. Con un dettaglio che rende più vivido il quadro: Mazza non è una avvocatessa del lavoro qualunque. È la stessa che, nel 2019, ha seguito il processo France Télécom – la sentenza che per prima riconobbe in Francia il reato di "mobbing istituzionale", condannando l'ex amministratore delegato Didier Lombard per una politica aziendale giudicata dal tribunale corresponsabile di una serie di suicidi tra i dipendenti dell'azienda. Ed è la stessa penalista che ha lavorato sui casi di sofferenza sul lavoro negli ospedali pubblici. Se oggi usa questo lessico per Matignon, quelle parole non vanno prese per un'iperbole, ma come una valutazione basata su un preciso metro di paragone.
Sullo sfondo uno scenario che chi segue la politica francese conosce: dal giugno 2024 – con la dissoluzione dell'Assemblea nazionale voluta da Macron – a oggi, a Matignon si sono succeduti quattro effimeri premier: Attal, Barnier, Bayrou e Sébastien Lecornu, richiamato e rinominato lo scorso settembre dopo essersi dimesso una prima volta, e costretto a camminare perennemente sul filo. L'avvento di ogni nuovo di premier porta con sé un cambio di gabinetto, di priorità e di linguaggio, nell'ambito dei quali ogni funzionario deve ricostruire le proprie relazioni, deve individuare le chiavi per meritare fiducia e, in primo luogo, deve dimostrare la propria indispensabilità.
In sostanza la stabilità, che dovrebbe essere garanzia dell'apparato statale, in questo tourbillon si capovolge in un logoramento cronico, scaricato in prima istanza sui corpi professionali che operano all'interno di un posto complessa come la sede del capo del governo. Curiosamente, poi, nella stessa settimana in cui esplode il caso Matignon, il Figaro racconta un'altra storia di potere e sottomissione: quella di Antoine Vey, penalista parigino di 42 anni, difensore di nomi importanti come Julian Assange o Jérôme Cahuzac, il ministro dell'economia travolto nel 2012 da uno scandalo finanziario. Il 9 luglio Vey è stato messo sotto inchiesta per mobbing ai danni di otto ex-collaboratori e due ex dipendenti. I giudici gli contestano "una contraddittoria direzione dell'operato del suo ufficio, un'organizzazione del lavoro destabilizzante, delle parole vessatorie o umilianti rivolte ai sottoposti e la pretesa di disponibilità 24/7". Vey dice di non saperne nulla, rivendicando anzi quindici anni di professione improntati alla "benevolenza". Ma pare esistano testimonianze che offrono un suo ritratto a dir poco compromettente.
Sono due mondi lontani – un grande ministero e un famoso studio legale – che nella stessa settimana descrivono il medesimo manifestarsi del potere, a base di sopraffazione e timori, controlli maniacali, sacrifici pretesi, disponibilità totale come prova di fedeltà, umiliazioni verbali. È un quadro che, nel 2026, la Francia ha gli strumenti giuridici per esplorare – la salute mentale è del resto la Grande Cause Nationale di quest'anno – anche quando a finire sotto accusa sono luoghi che dovrebbero incarnare l'autorità dello stato o il dispiegarsi della giustizia. Resta il dettaglio del cartello scritto a mano e appeso su una porta di Matignon: "riunione in corso", fotografato il giorno in cui, là dentro, si provava a capire come impedire che disastri del genere accadano di nuovo.