Da Fauci a Conte, il Covid è ormai solo polarizzazione politica

Le polemiche sulle restrizioni e le accuse reciproche sulle origini del virus. Della pandemia è rimasta soltanto una guerra di narrazioni. Intanto le domande rimaste aperte aspettano ancora risposte

5 AGO 26
Tradotto con IA
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Nei giorni scorsi anche i media cinesi hanno dovuto ammettere che il tasso di positività al Covid-19 è in aumento nella Repubblica popolare, raggiungendo il 20 per cento dei casi di malattie simil-influenzali riscontrati negli ambulatori e nei pronto soccorso cosiddetti “sentinella”. La stragrande maggioranza delle infezioni è “di lieve entità”, ha scritto il China Daily riportando il comunicato del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie cinese, ma il problema di fondo resta: quanto i cinesi si fidano delle comunicazioni delle autorità? E quanto si fida il resto del mondo? Perché la ricerca sulle origini della pandemia da Covid del 2020 finora è stata impossibile.
Subito dopo i primi lockdown l’Australia propose un’inchiesta internazionale indipendente sulle origini dei contagi che hanno provocato uno choc globale simile a quello della Grande depressione, e i cui effetti non abbiamo ancora concretamente studiato: la gestione iniziale dell’epidemia a Wuhan, i ritardi nella condivisione delle informazioni, il ruolo dell’Oms e gli errori commessi anche dagli altri governi, perché per evitare una nuova pandemia, bisognava capire che cosa fosse successo davvero. Pechino però rispose con un durissimo boicottaggio commerciale contro Canberra, e nessun investigatore indipendente ha potuto più mettere in discussione la ricostruzione fornita dal Partito comunista cinese e nessun paese ha più proposto una commissione internazionale per paura dell’ira di Pechino. Così l’indagine sulle origini del Covid ha smesso di essere un problema scientifico ed è diventato uno scontro politico un po’ ovunque nel mondo.
Negli Stati Uniti il Covid è uno dei principali capitoli della guerra culturale fra trumpiani e democratici. La teoria della fuga dal laboratorio è stata trasformata prima in un marchio identitario della destra e poi in uno strumento per attribuire responsabilità politiche interne. E’ in questo clima che Anthony Fauci, nominato prima da Trump nel 2020 nella task force Covid e poi da Biden consigliere medico capo, la scorsa settimana si è presentato davanti alla Commissione del Senato americano per la sicurezza interna, presieduta dal senatore repubblicano Rand Paul che lo aveva obbligato con un mandato di comparizione a testimoniare. Paul ha una “ossessione incontrollabile nei miei confronti”, ha detto Fauci nel suo discorso d’apertura, e poi ha scelto di avvalersi del Quinto emendamento e di non rispondere alle domande, ripetendo oltre cento volte la stessa formula durante le tre ore di audizione, mentre Paul lo accusava – come ha fatto di frequente in passato – di aver contribuito a creare la pandemia o addirittura di averne tratto profitto.
Per una parte dei repubblicani, e per gran parte del movimento Maga, Fauci è il simbolo dei lockdown, delle mascherine e delle campagne vaccinali, ma anche il volto di una presunta copertura organizzata per proteggere la Cina e impedire che emergesse la verità sulle origini del virus. Il fatto che abbia scelto di non rispondere alle domande di chi lo accusava è stato interpretato come un’ammissione di colpevolezza. Fauci, invece, ha sostenuto che qualsiasi risposta sarebbe stata usata per sostenere accuse che Paul porta avanti da anni. Perché nessuno aveva interesse a produrre nuove informazioni, l’obiettivo era confermare una convinzione già esistente. Per anni Trump e il mondo Maga hanno insistito sull’espressione “China virus”, accusando Biden e i democratici di voler coprire le responsabilità di Pechino. Sembra un cortocircuito: ogni discussione sulle origini del virus oggi diventa uno scontro interno all’America, e lascia sullo sfondo proprio le responsabilità del governo cinese, con cui l’attuale Amministrazione vuole avere un ottimo rapporto – molto più invischiato di quello che aveva Biden.
In Italia il tema ha preso una strada simile. La Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Sars-CoV-2, istituita nel 2024, doveva ricostruire errori e responsabilità nella gestione italiana della pandemia. Ma a differenza delle inchieste giudiziarie, dispone di poteri limitati e le sue conclusioni avranno inevitabilmente un peso soprattutto politico, più che di ricerca della verità di quei giorni bui. Nel frattempo l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte continua a rinviare la propria audizione, alimentando lo scontro tra partiti piuttosto che contribuendo con una razionale ricostruzione dei fatti.
A sei anni dall’inizio della pandemia, l’unico tentativo di costruire un’inchiesta internazionale realmente indipendente venne bloccato dalla Cina. Tutto ciò che è venuto dopo è stato soprattutto politica interna, e più il dibattito si è polarizzato, meno è diventato possibile rispondere alla domanda più importante per i cittadini, e cioè come è cominciata davvero la pandemia e che cosa bisogna fare perché non accada di nuovo.