Esteri
Il futuro alle primarie •
In Michigan i democratici potrebbero iniziare a perdere le presidenziali del 2028
Oggi si vota nelle primarie in uno dei principali swing states, per scegliere il candidato democratico che a novembre sfiderà il repubblicano Mike Rogers per un seggio in Senato. E una vittoria dell'egiziano-americano Abdul El Sayed sarebbe l’ennesimo trionfo dell’ala più a sinistra del partito
4 AGO 26

Foto Lapresse
Oggi negli Stati Uniti è il giorno in cui i democratici potrebbero cominciare a perdere le elezioni presidenziali del 2028. Cioè a porre le condizioni per essere sconfitti tra un biennio in uno degli appuntamenti elettorali più importanti nei 250 anni di storia americana: il momento nel quale si deciderà se il trumpismo è destinato o no a proseguire, in altre forme, anche negli anni Trenta.
Perché oggi? Perché si vota nelle primarie in Michigan, uno dei principali swing states, per scegliere il candidato democratico che a novembre sfiderà il repubblicano Mike Rogers per un seggio in Senato. Il seggio di per sé è importante, perché il Michigan è uno dei quattro stati nei quali si deciderà chi controllerà il Senato nei due anni finali della presidenza di Donald Trump. Ma lo stato diventerà ancora più significativo se alla fine delle votazioni nelle primarie, come sembra probabile dai sondaggi, a emergere come candidato dei democratici sarà l’egiziano-americano Abdul El Sayed. Sarebbe l’ennesimo trionfo in questo ciclo elettorale di un esponente dell’ala più progressista del partito, di quei democratici-socialisti che sono sempre più al centro dell’attenzione e che hanno come esponenti di punta l’ex candidato presidenziale Bernie Sanders, l’aspirante presidente Alexandria Ocasio-Cortez e il poliedrico e carismatico sindaco di New York Zohran Mamdani. Il movimento dei Democratic Socialists of America (Dsa), che si è riunito nel proprio summit annuale nel fine settimana ed è sotto i riflettori da mesi, potrebbe ingoiare il Partito democratico con una modalità simile a quello che il movimento Maga riuscì a fare nel 2016 con i repubblicani. Una vittoria di El Sayed nelle primarie in uno stato decisivo come il Michigan sarebbe la conferma di questo momento d’oro dell’ala più a sinistra del partito, con conseguente aumento della pressione mediatica per spingerlo a lanciarsi con decisione verso il 2028 affidandosi a quelli che Trump chiama semplicemente “i comunisti”.
L’establishment democratico e tutta l’ala centrista e moderata del partito tremano all’idea, nella convinzione che sia la strada per la sconfitta. Replicare su scala nazionale gli esperimenti socialisti nati nei sobborghi di New York o in un contesto marginale come il Vermont di Sanders, viene vista come una scelta folle da molti esponenti di punta democratici. I repubblicani invece ci sperano, perché darebbe loro l’opportunità di costruire una campagna elettorale nella quale dipingere gli avversari come personaggi “lontani dalla gente comune”, nemici del capitalismo e quindi nemici dell’America.
Molto dipende dalla vittoria o meno di El Sayed nelle primarie di oggi e poi nel voto di novembre. Il dottor El Sayed, come preferisce farsi chiamare, ha 41 anni, è nato in Michigan la notte di Halloween del 1984 ed è figlio di immigrati egiziani. Il suo curriculum sembra costruito a tavolino per il sogno americano: capitano della squadra di football al liceo, borsista Rhodes a Oxford, medico formato alla Columbia, epidemiologo, poi direttore della sanità pubblica prima a Detroit e poi nella contea di Wayne. Quando si laureò ad Ann Arbor, l’oratore ufficiale della cerimonia era Bill Clinton, che gli scrisse un biglietto: lascia perdere la medicina, dedicati alla politica. L’ha ascoltato. Nel 2018 ci provò da governatore e perse malamente le primarie contro Gretchen Whitmer, oggi la governatrice che sostiene la sua rivale Haley Stevens. Otto anni dopo è diventato il volto della nuova sinistra democratica. I suoi sostenitori lo descrivono come un incrocio tra Sanders e Barack Obama, un suo collaboratore lo chiama “il Bruce Springsteen musulmano”. Ha il carisma dell’oratore da comizio e la precisione del tecnico che ha scritto un libro sul Medicare. Se vince a novembre sarà il primo senatore musulmano nella storia americana.
C’è però un’altra lettura. I critici lo trovano arrogante e supponente, un ragazzo di Oxford travestito da guerriero di classe. La parte più divisiva è la posizione su Gaza: ha definito “malvagio” il governo israeliano e “genocidio” le sue azioni, ha fatto campagna con lo streamer marxista e antisionista Hasan Piker, e ha condannato l’attentato a una sinagoga del Michigan aggiungendo un “chi soffre fa soffrire” che a molti è suonato come attenuante. L’organizzazione filoisraeliana Aipac ha speso quasi trenta milioni di dollari per fermarlo, il singolo investimento più alto della sua storia. Ma i sondaggi lo danno in testa. E’ l’avversario che i repubblicani sognano. E che una parte dei democratici teme per la stessa ragione.