Esteri
la repressione interna •
Il ritmo osceno delle impiccagioni in Iran
L'andamento del conflitto con gli Stati Uniti non sembra intaccare la spietata morsa del regime sulla società iraniana: Teheran continua a punire i giovani attivisti con la pena di morte
4 AGO 26

Foto ANSA
Roma. La Repubblica islamica d’Iran ha annunciato ieri di aver eseguito la condanna a morte di Omid Behzad e Pouria Safvat, accusati di spionaggio per Israele (avrebbero fornito le coordinate di siti militari e di sicurezza del regime). Non era stata comunicata la data dell’arresto, non è stato fatto un processo, ci sono state soltanto le loro “confessioni”. Domenica è stato consegnato alla sua famiglia il corpo di Arvin Kheirkhah, che aveva vent’anni, che era stato arrestato durante le proteste dell’inverno: non c’è stato il processo, non c’è stata la comunicazione della data dell’impiccagione, è stato ucciso in segreto a Shahroud. La settimana scorsa, Alireza Sephai avrebbe dovuto essere impiccato, ma ha avuto un infarto: è stato portato in ospedale e stabilizzato per tenerlo in vita e eseguire la condanna a morte (è ancora vivo).
Secondo tutti i rapporti, dall’Onu ad Amnesty alle ong, c’è stata un’intensificazione delle impiccagioni, alcune avvengono pubblicamente, altre no: decine di giovani sono stati impiccati per aver partecipato alle proteste contro il regime. Assieme al corpo di Arvin c’era un biglietto che aveva scritto ai suoi genitori: “Non lasciate che io sia dimenticato. Non lasciate che il sentiero su cui abbiamo camminato diventi silenzioso”.