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Michel Houellebecq, il papa laico
È l’ultimo predicatore. Da giullare del nichilismo a curato sdentato dell’occidente che ha digerito anche se stesso
3 AGO 26

Michel Houellebecq non è un moralista, prende a sassate gli idoli di un relativismo che ha esaurito le promesse di emancipazione (foto Getty)
"Mi sono dedicato all’esame dei sintomi del suicidio dell’occidente e dell’ascesa del nichilismo. Ma non ricordo di aver mai gioito di tutto ciò. Stiamo entrando in un mondo in cui sarà più facile morire: avrei preferito un mondo in cui fosse possibile vivere”. Così scrive Michel Houellebecq nel testo uscito i primi di luglio, dedicato all’eutanasia e tradotto in più lingue. Dieci giorni fa un altro saggio, stavolta sul settimanale Point. “Il morente è, di tutti gli uomini, l’unico che non restituirà più nulla: nella contabilità dei flussi, un costo puro. Contro questa aritmetica, ogni civiltà ha eretto un sistema di eccezioni: la domenica, la notte, l’infanzia, il capezzale. Il sacro non è mai stato altro e la modernità le ha cancellate una a una: la domenica è caduta, la notte è cancellata, l’infanzia è diventata un mercato. Restava il letto del morente, ultimo territorio dove l’utilità non entrava. Chiamiamo decivilizzazione l’estinzione dell’ultima eccezione. Quando la legge sarà votata, non accadrà nulla di visibile; le biblioteche resteranno aperte (sebbene vuote), i treni circoleranno ancora, pressappoco. Semplicemente, l’ultima eccezione si sarà estinta”.
Houellebecq di saggi sull’eutanasia ne ha scritti una dozzina negli ultimi tre anni, compreso un dialogo con il rabbino capo di Francia Haïm Korsia. Quattro saggi soltanto da gennaio a oggi. Nessun altro, neanche i Papi e i vescovi, impegnati a dispensare discorsi temperati e sorrisi diplomatici, dedicano tanta energia a una battaglia tanto persa e tanto di retroguardia. Non perché la sofferenza non meriti pietà, ma perché l’eutanasia trasforma la morte in servizio amministrativo, prestazione di welfare. L’opposizione alla legge voluta dal suo amico Emmanuel Macron l’ha fatto lui più dei partiti, “il mago che perde i denti”, come nella copertina di Charlie Hebdo.
Sull’eutanasia neanche i vescovi, impegnati a dispensare sorrisi, dedicano tanta energia a una battaglia tanto persa e tanto di retroguardia
Se esiste una “nave di folli”, Houellebecq doveva essere a bordo, a fumare sottocoperta. Invece si è ritagliato i panni dell’ultimo predicatore d’occidente. Lo scrittore che, dopo aver giocato a lungo con il vuoto, ha preso i voti di sacerdote senza altare, capace di nominare ciò che anche le gerarchie ecclesiastiche preferiscono avvolgere in formule temperate. Lo aveva capito anche un critico culturale del “Gruppo 63” come Angelo Guglielmi, che in uno dei suoi ultimi articoli sulla Stampa scrisse: “Forse il Duemila cova per noi l’allarme di sconvolgimenti e definitivi disastri? Questo secolo ha già consumato i primi venti anni del suo tempo senza dirci chi è e cosa vuole. Non era mai accaduto. In Europa le sole note di novità ci vengono da Houellebecq che profetizza a breve la fine della cultura occidentale”. Prima un articolo sul Monde dopo l’eutanasia di Vincent Lambert. Poi un testo lunghissimo per la rivista americana Harper’s. Titolo: “The European way to die”. Quando l’Assemblea francese iniziò a discutere la legge, la rabbia di Houellebecq è salita di livello: “Dovrò essere molto esplicito: quando un paese, una società, una civiltà, arriva a legalizzare l’eutanasia, perde ai miei occhi ogni diritto al rispetto. Diventa quindi non solo legittimo, ma desiderabile distruggerlo; in modo che qualcos’altro – un altro paese, un’altra società, un’altra civiltà – abbia la possibilità di accadere”. “Houellebecq fa udire al mio orecchio una delle voci cattoliche più autentiche del nostro tempo”, scrive il padre domenicano Olivier-Thomas Venard, al termine di una brillante analisi pubblicata in “Misère de l’homme sans Dieu”, un volume composto dagli atti di convegni sulla questione religiosa nell’opera di Houellebecq.
Fa strano leggere del cattolicesimo di questo romanziere tabagista amico di Nicolas Sarkozy, Carla Bruni, Bruno Le Maire e Gérard Depardieu e che, come succedeva con la figura dei buffoni di corte, è spinto a dire in pubblico ciò che nessuno osa più neanche in privato e che dà l’impressione di divertirsi da morire con il suo personaggio disilluso. A partire dagli anni Cinquanta, la figura dello scrittore cattolico iniziò a svanire mentre le chiese si svuotavano, per scomparire definitivamente negli anni Ottanta, l’epoca in cui si preferì Tapie a Dio. Poi è arrivato Houellebecq.
Fa strano leggere del cattolicesimo di un romanziere che ha giocato con la crisi, l’agnostico che ha capito il bisogno contemporaneo di profeti
Non indossa la tonaca del reazionario consolatorio. Non è un moralista. Prende a sassate gli idoli di un relativismo che ha esaurito le promesse di emancipazione. Non è un credente, ma qualcosa di più inquietante: un bizzarro agnostico che richiama ciò che si è perduto. Non predica da un pulpito di pietra, ma in campeggi naturisti frequentati da ex sessantottini e in supermercati dove le lampade al neon illuminano scaffali di merce e di anime ugualmente esposte. Non chiama alla conversione, non brandisce rosari, non partecipa a manifestazioni e non firma appelli: è l’ultimo a registrare la crisi dal suo appartamento in un grattacielo degli anni Settanta nel tredicesimo arrondissement di Parigi, lontano anni luce dalle cartoline turistiche, un quartiere lunare che sembra uscito da Blade Runner, fatto di hotel economici, palazzi della post-modernità, tangenziali e negozi di generi alimentari asiatici (in Irlanda aveva preso casa in un lotto senz’anima pieno di rotatorie, vicino all’aeroporto di Shannon).
“Dov’è l’Houellebecq inglese?”, si chiede lo Spectator. Non ce l’hanno neanche i tedeschi, gli irlandesi (loro hanno Sally Rooney), gli spagnoli (si accontentano di Javier Cercas) e gli italiani (noi ci infliggiamo Scurati e Carofiglio). Succede qualcosa di strano a ogni pubblicazione di Houellebecq. I giornalisti e i commentatori scrutano le pagine del romanziere come gli antichi facevano con il fegato degli animali sacrificati. Ma non è il libro di cui si discute, quanto la rivelazione che si attende. Houellebecq avrà ancora “visto arrivare” qualcosa? Coi suoi romanzi, che giocano col nichilismo e gli fruttano tanti soldi, Houellebecq è sempre un passo avanti: sugli attentati islamici e il turismo sessuale (“Piattaforma”), sulla fine dell’arte e la museificazione (“La carta e il territorio”), sull’isola di Epstein e il transumanesimo (“La possibilità di un’isola”), sui gilet gialli (“Serotonina”), sui Fratelli musulmani e la remissione delle élite (“Sottomissione”). La nostra epoca adora i profeti. Houellebecq, con la sua silhouette stropicciata e la voce strascicata, lo ha capito e si presta. Basta che dica che siamo nella merda e tutti annuiscono. A digiuno dai romanzi da sei anni, Houellebecq ora sta tenendo una serie di concerti che prevedono la recitazione delle sua poesie sullo sfondo di melodie scritte da Frédéric Lo, che ha collaborato con Pete Doherty (in Italia le poesie usciranno a settembre per la Nave di Teseo col titolo di “Si perde sempre”).
Houellebecq si è appena esibito in una celebre sala che ha conosciuto diverse vite e che sembra uscita da un suo romanzo: Café de thétre frequentato da Marcel Proust fino agli anni Venti, sala cinematografica Art déco dove Godard e Buñuel presentavano i loro film, multiplex porno, chiesa battista brasiliana alla fine dagli anni Novanta per tornare infine sala di spettacolo. L’ultimo brano, “Combat Toujours Perdant”, affronta i temi che a Houellebecq hanno valso ammirazione e odio in egual misura: il declino dell’occidente di fronte all’immigrazione e all’islam, la solitudine e la fuga nell’avventura sessuale. I critici di sinistra, sconcertati dai suoi attacchi all’umanitarismo (“chi ha idee umanitarie è pericoloso” ha detto al Financial Times), sono meno entusiasti. Il recensore di Libération chiama Houellebecq “criptofascista”. Il romanziere dei “vecchi maschi bianchi misogini”: così lo definisce Mediapart. “Houellebecq non vincerà mai il Nobel” ha detto la scrittrice premio Nobel Annie Ernaux a Robison di Repubblica. “E’ uno scrittore di estrema destra portatore di un discorso d’odio verso donne e minoranze”. Perché Houellebecq descrive, anticipa e amplifica le crepe della società liberale di cui Ernaux è la matrigna (per lei essere madre è perdere la libertà).
L’individuo occidentale a Houellebecq appare come un organismo che ha smesso di metabolizzare il futuro e che dopo aver digerito il progresso, la libertà sessuale, la mobilità, la scienza e la democrazia, ora digiuna. Digiuno non per scelta, ma per saturazione. Quando tutto è disponibile, nulla è necessario. Souvenez-vous de l’homme, ricordatevi dell’uomo dice Houellebecq, che scrive: “Occidentali che volete vivere, il vostro tempo sta finendo”. Non annuncia soluzioni, registra sintomi. Ripete che una società secolarizzata non regge con il solo self-care, woke, fine vita o la sua qualità. Houellebecq parla di religione non perché ci creda. Ne parla perché sa che la religione è stata il grande dispositivo di contenimento del nichilismo. Ha dato forma al desiderio, misura al tempo e dignità alla morte. Mentre tutti, vescovi compresi, parlavano della pandemia come di un’occasione per rigenerare l’occidente (decrescita, ecologismo, rallentare), Houellebecq scrisse l’unica frase che aveva senso: “Sarà tutto come prima, solo un po’ peggio”.
Non benedice ghiacciai né proclama rinascite ecologiche. E’ Gerusalemme che lo interroga; i monasteri lo attirano; i giovani cattolici gli ispirano simpatia paterna. Non ha trovato Dio (“non credo che il cristianesimo abbia un futuro in Europa” dice al sito danese Information), ma non vuole partecipare al suo funerale. La chiesa stessa, a suo giudizio, è “impegnata in un lungo processo di suicidio”, incapace di offrire una diga al dissolvimento. “L’impronta delle religioni monoteiste è in me” ha detto Houellebecq da Gerusalemme, fra i pochi scrittori a definirsi pro Israele. “Ogni scrittore occidentale, che gli piaccia o no, porta l’impronta delle religioni monoteiste. Nessuno scrittore, e soprattutto nessuno scrittore occidentale, può essere indifferente a Gerusalemme”. Quando agli israeliani presenti a Gerusalemme viene data l’opportunità di porre domande a Houellebecq, una donna gli chiede se vede come qualcosa di positivo l’affermazione della vita da parte di Israele di fronte alla guerra. “Ciò è positivo”, risponde Houellebecq. “In occidente la gente ha paura di tutto e di tutti e si preoccupa più di contare i passi sulle app che di vivere. E’ molto spiacevole dirlo, ma forse è necessaria una guerra buona per ritrovare la vita. Ma al punto in cui siamo, non so nemmeno se sia sufficiente”. Ha soggiornato nel monastero di Ligugé per scrivere “Sottomissione”, che originariamente doveva essere chiamato “Conversione” (e per fortuna ha scelto il primo titolo).
“Nessuno scrittore, e soprattutto nessuno scrittore occidentale, può essere indifferente a Gerusalemme” ha detto Houellebecq in Israele
Lo ha detto in un’altra intervista alla Reveu des deux mondes: “Sono molto legato ai paesi in cui ho vissuto: i due paesi più cattolici d’Europa. In Spagna è noto, c’è la movida, le persone sono molto interessate al sesso. In Irlanda non è affatto così, sono interessati solo ai soldi… Eppure il collasso è lo stesso, alla stessa velocità. Mi spaventa”. L’eutanasia burocratizzata è la sua ultima paura. “Nel profondo lo sappiamo tutti, anche se è difficile ammetterlo: la partita è finita”. Sta combattendo una battaglia già persa. “Mi sembra di aver giocato tutte le carte che avevo in mano e ora, forse, sto cominciando a barare. Ma per un’ultima volta, non credo sia inutile esortare coloro i cui voti avranno forza di legge a riflettere sul piccolissimo numero di filosofi che, nei secoli, hanno approvato il suicidio. Difendete pure l’occidente, ma solo finché merita di essere difeso”. A differenza dei panglossiani del Candido di Voltaire, lui scrive: “Da un pezzo l’occidente non produce più niente d’interessante al di là della sua scienza”. Ne “La possibilità di un’isola” si favorisce l’eutanasia come rimedio alle “miserie” della vecchiaia. Sembra scritto oggi. “Fu la canicola dell’estate 2003, particolarmente micidiale in Francia, a provocare la prima presa di coscienza globale del fenomeno”. Ne “La carta e il territorio” spiegava che “il valore di mercato della sofferenza e della morte sarà maggiore di quello del piacere e del sesso”. La morte rende bene, ecco perché è contrario: “Una eutanasia veniva fatturata in media cinquemila euro, quando la dose letale di pentobarbital sodico costava venti euro e una cremazione economica probabilmente non molto di più”.
Mentre i letterati vogliono riempirci di stronzate, Houellebecq ci mostra il vuoto. E il vuoto, quando ben scritto, scuote più di mille omelie
Mentre i letterati vogliono riempirci di stronzate, questo personaggio letterario ci mostra il vuoto. E il vuoto, quando è nominato con tanta precisione, scuote più di mille omelie. Stiamo raggiungendo lo stadio finale dell’autodeterminazione: l’autodistruzione. Stiamo chiudendo il conto.
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.
