Esteri
Europei poco solidali •
Quella di Ceuta, alla fine, sarà una crisi soprattutto spagnola. L’asse tra Vox e Partido Popular
Il vero problema di Sánchez ora è la gestione dei minori e la redistribuzione interna. “Quando si cedono certe funzioni di governance migratoria a paesi terzi come Marocco o Libia, il rischio è che poi questi sfruttino il fenomeno a loro vantaggio”, spiega il ricercatore Francesco Pasetti
1 AGO 26

Foto Lapresse
L’Aia. Una crisi migratoria “senza precedenti”, dicono in Spagna. E un caos politico che, al netto degli allarmi diffusi, anche da parte del governo Meloni, resterà prettamente un problema spagnolo. L’ondata clandestina che ha raggiunto le spiagge di Ceuta ha superato le sessantamila persone, a fronte di una popolazione dell’exclave iberica nel continente africano che ammonta a ottantacinquemila. Quasi la metà dei migranti sarebbe già stata rimpatriata verso il Marocco, spesso in forma volontaria. Non tutti però lasceranno il paese e anche per questo le forze di destra hanno attaccato il governo di Pedro Sánchez.
Questione di opportunismo, ma anche di una preoccupazione concreta: parte di questi irregolari potrebbe infatti essere dirottata verso le altre Comunidades Autónomas, molte delle quali amministrate dal Partido popular.
Tra le accuse mosse al presidente, oltre al deficitario pattugliamento dei confini, c’è la presunta apertura di Sánchez alla forza lavoro extra-europea. “Non dovrebbe sorprendere nessuno che migliaia di persone vogliano entrare in un paese che regolarizza più di un milione di immigrati irregolari da un giorno all’altro”, ha dichiarato in queste ore Miguel Tellado, portavoce nazionale del Partido popular. Parole simili espresse anche da Santiago Abascal, leader di Vox: “La regolarizzazione di massa ha provocato un’invasione all’interno dei nostri confini. Ogni accoltellamento e ogni futuro stupro saranno stati importati direttamente da Sánchez”. I sovranisti alludono al recente decreto adottato dall’esecutivo in materia di asilo, strumentalizzato però a fini di propaganda: l’iniziativa di Sánchez riguarda infatti la concessione di permessi di soggiorno o lavoro temporanei per gli irregolari senza precedenti penali, entrati nel territorio nazionale prima del 31 dicembre 2025. Si tratta di circa cinquecentomila persone coinvolte, ma in nessun modo potrebbero beneficiarne anche i migranti di questi giorni a Ceuta. E stabilizzare un mercato del lavoro dove gli irregolari storici erano di fatto già attivi, non significa incentivare la pressione sulle frontiere.
“Siamo di fronte a una crisi gestionale e di accoglienza: la regolarizzazione non c’entra”, spiega al Foglio Francesco Pasetti, ricercatore del Barcelona centre for international affairs (Cidob). “Gli argomenti di certa politica sono davvero di poco spessore – Ceuta è una realtà a sé, che si ritrova ad affrontare qualcosa di più grande di sé. Anziché mettere in scacco il progetto di solidarietà europea, come sento dire dall’Italia alla Svezia, servirebbe coordinamento comunitario: oggi tocca all’exclave spagnola, domani alla Grecia, a Lampedusa. Quando si cedono certe funzioni di governance migratoria a paesi terzi come Marocco o Libia, il rischio è che poi questi sfruttino il fenomeno a loro vantaggio. Soltanto qualche giorno fa Sánchez aveva tenuto un incontro di rilancio diplomatico con l’Algeria, paese rivale di Rabat, e le dichiarazioni ufficiali assicurano una stretta collaborazione fra le parti, ma è difficile pensare che le tempistiche siano soltanto casuali”.
L’altro problema che porterà Ceuta, una volta superata l’emergenza umanitaria, semmai è di redistribuzione interna. Tra i nuovi arrivi, rendono noto fonti ministeriali, ci sarebbero anche migliaia di minori non accompagnati: almeno settemila. Mentre gli adulti – come già sta avvenendo – verranno principalmente respinti o espulsi dall’exclave, per i minori vige un quadro normativo differente. La loro gestione non è infatti prerogativa dello stato centrale, ma da fine giugno la Spagna è soggetta a un obbligo di accoglienza regionale – questa sì, definita da un altro decreto del governo Sánchez nato per regolare una fattispecie finora affidata al principio della solidarietà volontaria delle autorità locali. In base alle nuove disposizioni, subito contestate dalle Comunidades Autónomas, i minori saranno dunque ricollocati sul territorio nazionale in base ad alcuni criteri di ripartizione: sulle regioni più popolate, e in secondo luogo più ricche, ricadranno maggiori obblighi di accoglienza. Dunque Madrid, Valencia, l’Andalusia e la Catalogna. Soltanto quest’ultima non è governata dal Partido popular. In termini numerici non si tratterebbe ancora di un afflusso ingestibile: fino a duemila ragazzi per Comunidad Autónoma. Il caso di Ceuta porterebbe però a un precedente giuridico ben definito, che gli organi regionali vorrebbero scongiurare. E questo spinge ulteriormente l’opposizione di destra ad alzare i toni contro l’esecutivo di sinistra. Un nodo tutto spagnolo, insomma. Rispetto al quale gli altri governi europei non hanno motivo di soffiare sul fuoco.