Merz ha la “sindrome Merkel”. Sa tutto ma non sa farsi amare

Il cancelliere ha detto che le città tedesche sono diventate brutte per colpa dell’immigrazione, ha affermato che l’Iran ha umiliato Donald Trump, ed è rientrato da un vertice sul clima a Belém, in Brasile, commentando: “Ma a chi piacerebbe stare lì?”. Una sequela di gaffe che aggrava la crisi di popolarità

1 AGO 26
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Foto ANSA

Berlino. L’onda lunga del caso Spahn continua a creare imbarazzi a Friedrich Merz. La vicenda del potente capogruppo della Cdu, il quarantaseienne Jens Spahn, risale al 18 luglio, quando si è dimesso dopo che il marito aveva annunciato pubblicamente la nascita del loro bambino negli Stati Uniti attraverso una gravidanza surrogata, una pratica vietata in Germania. Il cancelliere ne era uscito con eleganza: facendo tanti auguri ai due neogenitori il 17 luglio ma accettando l’indomani le dimissioni di uno Spahn travolto dalle polemiche perché “in politica la credibilità è tutto”. Il cancelliere ha poi approfittato del passo indietro del secondo più importante leader del partito per un rimpasto estivo: ha sostituito Spahn con il proprio capo di gabinetto Thorsten Frei; al suo posto ha scelto la ministra della Salute Nina Warken, rimpiazzata a sua volta dal segretario generale della Cdu, Carsten Linnemann. Un’operazione pulita e indolore, senza bisogno di coinvolgere gli alleati di governo socialdemocratici né il Bundestag (peraltro chiuso per ferie): se in Italia è l’intero governo a ricevere la fiducia dal Parlamento, in Germania questa spetta solo al cancelliere, in teoria libero di scegliere e revocare i ministri.
Non però di umiliarli, perché anche i ministri, poi, presentano il conto. Così ha fatto il titolare dei Trasporti Patrick Schnieder, del quale Merz aveva annunciato il siluramento senza nemmeno indicarne il successore. Dopo tre giorni di pubblica graticola, Schnieder ha sbattuto la porta con un sonoro: “Sai cosa? Me ne vado io”, costringendo Merz a delle goffe scuse. Del resto, il cancelliere ha il raro talento di fare infuriare tutti: negli ultimi mesi ha sostenuto che le città tedesche sono diventate brutte per colpa dell’immigrazione; ha affermato che l’Iran ha umiliato Donald Trump; ed è rientrato da un vertice sul clima a Belém, in Brasile, commentando: “Ma a chi piacerebbe stare lì?”. Una sequela di gaffe che aggrava la sua crisi di popolarità. Anche il suo commiato alla nazionale di calcio tedesca, eliminata con disonore ai sedicesimi di finale del Mondiale, ha suscitato polemiche: “Avete entusiasmato il nostro paese. Siamo orgogliosi di voi”. Eppure Merz ce la mette tutta: non apre agli estremisti dell’AfD, cerca di tenere a bada Trump, sostiene Israele e l’Ucraina e, al tempo stesso, tenta di rilanciare l’economia tedesca.
Stride, in questo senso, il confronto con la sua nemesi, l’ex cancelleria Angela Merkel. Dove Merz pianifica, avanza riforme, vuole fare della Bundeswehr il primo esercito europeo, Merkel sapeva cogliere le occasioni, vivere nell’oggi, andare a braccio. Il gasdotto Nord Stream funziona bene? Raddoppiamolo e avviciniamoci a Putin. La Germania è protetta dagli alleati? Cancelliamo il servizio militare obbligatori. Milioni di profughi premono sulle porte dell’Europa? Apriamo i confini. Anche nella fase discendente del suo lungo regno, quando nel 2021 scontava quel “Wir schaffen das”, quel “Ce la faremo” (ad accoglierli tutti), pronunciato sei anni prima, Merkel godeva del sostegno del 72 per cento dei tedeschi (Gallup). Oggi l’82 per cento (Ilium) crede che Merz governi male. Certo, i due sono molto diversi. Lui è ricco, lei no; lei è protestante divorziata, lui cattolico sposato; lei è dell’est, lui dell’ovest.
In fin dei conti, però, differenze personali tra leader si trovano sempre. Al di là del giudizio sul singolo operato, l’affermazione di una leadership politica dipende molto dalle qualità di chi la esercita. E anche nella fredda Germania ha più successo chi sa dimostrare ascolto ed empatia di chi ha una visione chiara ma parla troppo ed è spesso percepito come arrogante. Il successo di Angela Merkel, diventata cancelliera nel 2005, è profetizzato in una foto scattata nel lontanissimo 1990 quando, catapultata da Helmut Kohl nelle prime elezioni dalla riunificazione, viene ritratta in campagna elettorale con cinque pescatori in un capanno fra reti puzzolenti, sigarette accese e bottiglie di birra per terra. Merz risulta sempre più preparato, ma lei era l’amica di cui fidarsi.