Esteri
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Il comandante Yonatan, l’altro Netanyahu
Il fratello maggiore del premier israeliano a soli trent'anni fu l’unico caduto della missione di Entebbe. La vittoria come sopravvivenza, nella guerra interminabile

Foto Ansa
Cinquant’anni fa, la sera del 3 luglio 1976, un manipolo di soldati israeliani, a bordo di quattro Hercules, partì da una base aerea nel Sinai, percorse a volo radente la zona del Mar Rosso per evitare di essere intercettato dai radar egiziani e sauditi, e dopo alcune ore, verso la mezzanotte del 4 luglio, atterrò all’aeroporto ugandese di Entebbe per quella che sarebbe divenuta una formidabile missione di salvataggio.
Ad Entebbe, infatti, da circa una settimana, erano tenuti prigionieri 106 ostaggi, quasi tutti israeliani, dopo il dirottamento di un volo partito da Tel Aviv e diretto a Parigi. Il dirottamento, avvenuto dopo uno scalo ad Atene, fu portato avanti da quattro terroristi (a cui poi se ne unirono altri), due palestinesi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di George Habash e due tedeschi delle Revolutionäre Zellen. Dopo una tappa nella Libia del colonnello Gheddafi, allora ancora in pieno impeto rivoluzionario, l’aereo fece rotta verso l’Uganda dell’allucinato Idi Amin Dada, che li fece atterrare. I dirottatori chiedevano le solite cose, soldi e la liberazione di compagni terroristi rinchiusi principalmente nelle prigioni israeliane. Altrimenti, avrebbero passato per le armi tutti i prigionieri. Dei 248 passeggeri inizialmente a bordo, più della metà vennero rilasciati dopo un paio di giorni, trattenendo solo quelli israeliani e di origine ebraica. Indimenticabile fu il gesto di Michel Bacos, comandante dell’aereo, che decise di rimanere accanto ai passeggeri sequestrati: li riteneva ancora sotto la sua responsabilità, erano passeggeri del suo aereo. E così fecero anche tutti gli altri undici membri dell’equipaggio.
A Entebbe, in Uganda, erano tenuti prigionieri 106 ostaggi, quasi tutti israeliani, dopo il dirottamento di un volo da Tel Aviv diretto a Parigi
Israele, prima di allora, non si era mai trovata in una situazione tanto difficile. Un enorme numero di civili israeliani nelle mani di terroristi, in uno stato comandato da un dittatore folle, a quattromila chilometri da casa. Gli anni Settanta furono un periodo particolarmente difficile per lo stato ebraico, tanto in casa quanto per i suoi cittadini fuori dai confini. I dirottamenti erano incredibilmente frequenti, e così gli attacchi agli aeroporti. Nel maggio del 1972 c’era stato l’attentato all’aeroporto di Lod-Tel Aviv da parte dell’Armata Rossa Giapponese, un gruppo di terroristi comunisti che uccisero ventisei civili su mandato di una fazione del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Sempre nel 1972, a settembre, ci fu il terribile attacco agli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco. Nell’agosto del 1973 il gruppo palestinese Settembre Nero attaccò ad Atene passeggeri diretti in Israele. E ovviamente, nell’ottobre del 1973 ci fu la Guerra dello Yom Kippur, in cui Israele si fece cogliere di sorpresa e durante la quale pagò un prezzo altissimo in termini di vite umane e di proiezione di forza e invincibilità verso i Paesi arabi. E questi episodi solo per citare i più macroscopici. Insomma, Israele era costantemente sotto attacco, dentro e fuori il proprio territorio. Suona per caso nuovo come fatto? Suona forse vagamente attuale?
Il dirottamento di Entebbe rientra in questa fase estremamente complessa della storia dello Stato ebraico. In quei giorni del 1976 il primo ministro israeliano era Yitzhak Rabin e il ministro della difesa Shimon Peres, mentre il capo della principale unità d’elite dell’esercito, e futuro comandante dell’operazione sul campo a Entebbe, era un tenente colonnello di appena trent’anni, Yonatan Netanyahu, fratello maggiore di Bibi.
Dagli attacchi alle Olimpiadi di Monaco e ad Atene, fino alla Guerra del Kippur. Negli anni Settanta Israele era continuamente sotto attacco
Nel momento in cui la notizia del dirottamente giunse in Israele, lo shock fu totale. Non c’erano precedenti per un simile evento. Inizialmente la trattativa sembrava l’unica via. Immaginare una missione in uno stato ostile a quattromila chilometri di distanza appariva impossibile. Israele, questa volta, era stata messa sotto scacco. In seguito Rabin, commentando quei giorni, scrisse che la sua intenzione non era quella di usare uno stratagemma per guadagnare tempo, ma di entrare in negoziati seri. Tuttavia, le idee iniziarono a cambiare quando, un paio di giorni dopo il dirottamento, gli ostaggi non israeliani iniziarono a essere rilasciati, e cominciarono ad arrivare importanti informazioni sullo stato delle cose nel terminal di Entebbe dove erano tenuti sotto sequestro. Inoltre, altra cosa fondamentale, quel terminal era stato costruito anni prima da un’impresa israeliana. Si decise allora di iniziare a pianificare una missione di salvataggio, ma nel frattempo i negoziati per la liberazione degli ostaggi proseguirono. L’ultimatum fu fissato dai terroristi per il primo luglio, ma si riuscì poi a prorogare di tre giorni. Nel frattempo, l’unità di Yonatan Netanyahu fu preallertata e coinvolta nella preparazione. A completare il quadro dei grandi personaggi israeliani coinvolti in questo evento decisivo della storia recente dello stato ebraico, il futuro primo ministro Ehud Barak, allora colonnello, fu inviato in Kenya, confinante con l’Uganda, per coordinare un eventuale atterraggio degli aerei lì.
Yonatan preparò rapidamente il piano insieme ai suoi ufficiali e lo sottopose a Shimon Peres e a Motta Gur, il capo di stato maggiore che seguì personalmente le ripetute maniacali esercitazioni. Ogni cosa avrebbe dovuto funzionare come un meccanismo perfetto. Il primo Hercules doveva atterrare con una forza d’impatto iniziale di ventinove uomini. Da lì sarebbe scesa una Mercedes e due Land Rover, cariche di soldati, che avrebbero simulato il convoglio con cui di solito si muoveva Idi Amin, così da potersi avvicinare al terminal indisturbati. Poi sarebbero atterrati gli altri aerei, che avrebbero dovuto assicurare la presa dell’intera aerea dell’aeroporto, la distruzione a terra dei caccia ugandesi che altrimenti li avrebbero inseguiti, e che infine avrebbero riportato a casa gli ostaggi. Quando ormai l’esercitazione era stata ripetuta innumerevoli volte e tutto era pronto, Yonatan fu convocato da Shimon Peres, il quale in seguito raccontò “Mi presentò il piano dettagliatamente e mi piacque molto. Noi due sedemmo da soli. La mia impressione fu quella di esattezza e immaginazione, e completa fiducia in sé, che senza dubbio mi influenzò. Avevamo un problema con la mancanza di intelligence. Ma Yoni disse: “Conosci qualche operazione che non sia stata fatta parzialmente alla cieca? Ogni operazione è fatta parzialmente alla cieca”. Yoni era del tutto consapevole del problema e mi disse che l’operazione era assolutamente fattibile. E per quanto riguarda il costo, mi disse che avevamo tutte le possibilità di venirne fuori con quasi nessuna perdita”.
Così, la missione, con l’avallo di Motta Gur, ricevette il via libera dal governo. In ballo non c’era solo la vita degli ostaggi e di tutti i soldati impiegati nella missione, ma tutto ciò che restava della credibilità internazionale di Israele e, con ciò, della sua forza di deterrenza. Il rischio dell’operazione era enorme, ma andava tentato il tutto per tutto. Gli aerei decollarono dal Sinai nel pomeriggio del 3 e, all’ora giusta, il primo aereo con a bordo Yonatan e la squadra d’assalto atterrò a Entebbe. Scesero a bordo della Mercedes e delle Land Rover, e attaccarono l’aeroporto. L’azione fu rapidissima e determinata. Un soldato ugandese riuscì a dare l’allarme prima del previsto ma i soldati al comando di Yonatan si lanciarono rapidamente verso il terminal neutralizzando tutti i sequestratori e i soldati ugandesi. Liberarono gli ostaggi, tranne tre che caddero nel furore dell’impresa. Un solo soldato, il primo ad avanzare, cadde insieme ai tre ostaggi: il comandante Yonatan Netanyahu. Il suo corpo fu imbarcato su uno degli Hercules, e riportato a casa insieme ai liberati dalla sua azione. Il giorno dopo, quel giovane ufficiale completamente sconosciuto divenne un eroe nazionale, il simbolo insuperabile di un’impresa celebrata in tutto il mondo e che ridonava l’aura di invincibilità ai guerrieri israeliani.
Il 6 luglio, durante i suoi funerali, Shimon Peres pronunciò l’elogio funebre di Yonatan: “Per questa operazione era necessario assumersi un enorme rischio ma che sembrava più giustificabile dell’altro possibile rischio, quello di arrendersi a terroristi e ricattatori, il rischio che ogni sottomissione e capitolazione comportano. Il momento più difficile di questa notte di eroismo fu quando arrivò l’amara notizia che una pallottola aveva strappato il giovane cuore di uno dei migliori figli di Israele, uno dei nostri combattenti più coraggiosi, uno dei più promettenti comandanti delle forze armate, il magnifico Yonatan Netanyahu”.
In una notte di eroismo “una pallottola aveva strappato il giovane cuore di uno dei migliori figli di Israele, il magnifico Yonatan Netanyahu”
Le citazioni fatte sin qui derivano tutte dal libro Lettere di Yonatan, che ho curato e tradotto ormai dieci anni fa e che da pochi giorni è stato ripubblicato in una nuova edizione a cinquant’anni di distanza dall’operazione di Entebbe e dalla morte del comandante. Lasciatemi spendere, in conclusione, qualche parola su questo testo straordinario che non è altro che la raccolta delle lettere, appunto, che questo giovane uomo spedì ai fratelli, ai genitori e alle donne della sua vita dai diciotto anni fino a pochissimi giorni prima di cadere in battaglia. Il risultato è un formidabile, e involontario, romanzo di formazione che racconta la storia di un ragazzo brillantissimo, figlio dell’aristocrazia culturale israeliana (il padre Benzion era un luminare della storia dei marrani e uno dei responsabili dell’Encyclopaedia Judaica oltre che giovane assistente di Ze’ev Jabotinski), che avrebbe potuto avere una carriera eccezionale negli Stati Uniti visto che era stato ammesso ad Harvard, che però rinunciò a questa promessa di felicità per seguire ciò che avvertiva come una inevitabile chiamata, ossia la difesa dello stato d’Israele. Queste lettere sono un documento straordinario perché testimoniano in presa diretta la vita di un uomo interamente occidentale che sceglie un tipo di vita che noi non riusciamo più a comprendere. Non vi è alcun militarismo, nelle parole di Yonatan, alcun fanatismo. Vi si ascolta, invece, il dramma di una vita interamente consapevole dell’odio da cui era, ed è, avvolto Israele, dal viluppo di sentimenti fanatici da cui rischia di essere stritolato da un momento all’altro. Vi si avverte la necessità di combattere per sopravvivere, la conseguente inevitabilità del conflitto, e il bisogno insuperabile di vincere. Perché la sconfitta avrebbe significato l’annientamento. Suona familiare “dal fiume al mare”?
La nuova edizione delle “Lettere” di Yonatan, pubblicata a cinquant’anni dalla formidabile missione e dalla sua morte
In una lettera del 1968, quando ha appena ventidue anni ma già diversi anni di guerra sulle spalle, ripensando alla Guerra dei sei giorni, dove aveva combattuto ed era stato ferito l’anno precedente, scrive: “Sarebbe così bello se potessimo dire adesso che ‘la guerra è finita’. Come sarebbero facili le cose se questa fosse stata ‘una guerra che fu’, niente più che una parte di un lontano passato. Ma non è così”. Yonatan pensa al fatto che la guerra appare interminabile. “Non dubito che la guerra arriverà. E non dubito che la vinceremo. Ma per quanto tempo? Fino a quando? […] Siamo giovani e non siamo nati soltanto per fare guerre. Intendo proseguire i miei studi; voglio farlo e sono interessato a farlo. Ma non posso più vedere questa come la principale missione della mia vita. Anche se studiare è la cosa giusta, giusta per me e per Israele, non è la faccenda importante in questo momento. Dentro di me ne sono convinto. Da qui viene la tristezza a cui mi riferivo prima, la tristezza di giovani uomini destinati a una guerra senza fine”. Eppure, nonostante la voglia di tornare a una vita normale, a godere della sua giovinezza, Yonatan avvertirà il bisogno di proseguire la sua vita nell’esercito, di fare ciò che avvertiva come più necessario, al di là di ogni sacrificio, combattere per la sopravvivenza del proprio Paese.
In un passaggio lirico, che fa comprendere anche la bellezza della sua scrittura, di una lettera spedita alla sua compagna nel periodo di Pasqua del 1975, scrive: “Ho sempre pensato che fosse la più bella tra le nostre feste. E’ un’antica celebrazione di libertà, migliaia di anni di libertà. Quando navigo indietro nei mari della nostra storia, percorro lunghi anni di sofferenza, di oppressione, di massacri, di ghetti, di espulsioni, di umiliazione; molti anni che, in una prospettiva storica, sembrano vuoti di ogni raggio di luce, eppure non è così. Perché il fatto che l’idea della libertà sia rimasta, che la speranza persisteva, che la fiamma della libertà continuava a bruciare attraverso l’osservanza di questa antica festa, è per me testimonianza dell’eternità della tensione verso la libertà e dell’idea di libertà in Israele. […] Il mio anelito verso il passato si mescola con il mio desiderio per te e, a causa tua, scendo nel mio passato e trovo il tempo e la voglia di ricordare per condividere la mia vita con te. E con ‘passato’ non intendo soltanto il mio proprio passato, ma il modo in cui vedo me stesso: come una parte inseparabile, un anello della catena della nostra esistenza e dell’indipendenza di Israele”.