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“Sinistra antisemita, addio”. Le dimissioni da Libération di Jean Quatremer
Il giornalista ha lasciato il quotidiano francese in cui lavorava dal 1984: “Islamo-goscismo e wokismo hanno vinto”. Sullo sfondo, la guerra tra le due sinistre, quella socialdemocratica e gli Insoumis di Mélenchon
31 LUG 26

Un giornalista veterano di Libération, Jean Quatremer, ad aprile è dovuto comparire davanti alle risorse umane del suo giornale. Numerosi dipendenti di Libé avevano tenuto un’assemblea per esprimere “disagio e angoscia” causati dai suoi commenti pro Israele sui social. E avevano chiesto sanzioni, perché “la libertà di espressione non può essere un cavallo di Troia per il razzismo”. Qualche settimana fa, Quatremer si è visto recapitare un comunicato della redazione che prendeva le distanze dal proprio storico corrispondente da Bruxelles. Questa settimana Quatremer lascia il giornale in cui lavorava dal 1984: “Islamo-goscismo e wokismo hanno vinto”.
“Negli ultimi tre anni, i suoi rapporti con una parte della redazione si erano deteriorati”, ha ammesso il giornale fondato dal filosofo Jean-Paul Sartre e Serge July. Quatremer colloca l’escalation delle tensioni al 7 ottobre 2023. La società dei redattori ha preso posizione contro di lui, la direzione lo sosteneva. Sullo sfondo, la guerra tra le due sinistre, quella socialdemocratica e gli Insoumis di Mélenchon. “Le litigate sarebbero state sanguinose nella Libération degli anni ’90, ma nella Libération del 2026 non si discute più” scrive Quatremer.
“Difendo l’idea che Israele sia una democrazia” scrive Quatremer. “Constato che le prove di un genocidio a Gaza restano introvabili. Penso che si possa parlare senza giri di parole di un antisemitismo islamico. Se sbaglio, chiunque a Libération poteva chiedere uno spazio per tentare di dimostrarlo. Nessuno l’ha fatto”.
La lettera di dimissioni si apre con un “Addio Libé!”. Lo confesso, scrive Quatremer, “sono un libertario e, come ogni libertario, un provocatore. Né dio né padrone. E’ proprio per questo che ho scelto Libé nel 1984. Un giornale libero, stravagante, dissidente, anticonformista. Non avevamo paura di niente e soprattutto non di quelli che non la pensavano come noi, con i quali, al contrario, cercavamo lo scontro. Era vietato vietare. Ma le cose migliori hanno una fine”.
Ora, “per paura di essere accusata di ‘islamofobia’ o di neocolonialismo”, una parte della sinistra politica e mediatica tollera al suo interno chi predica l’odio. “Si manifesta davanti alle sinagoghe, si proibisce di parlare a intellettuali, artisti, scienziati, giornalisti perché sono ebrei e quindi sionisti e quindi ‘genocidiari’” scrive Quatremer. “Si tratta da fascista chiunque, ebreo o no, non sia su questa linea, in virtù di un antifascismo che assomiglia come un fratello gemello, per la sua violenza – a volte mortale – a ciò che pretende di combattere. Questa nuova sinistra si rotola nell’antisemitismo”. E’ stalinismo redazionale e intellettuale. “Come ai bei tempi dell’Urss e del Komintern, la polizia del pensiero fa regnare un terrore ideologico a colpi di anatemi, di denunce calunniose e di cultura della cancellazione. Chi mi accusa di razzismo, di islamofobia – un’accusa che uccide solo quelli che ne sono accusati – e di fascismo è un cretino o un bastardo o tutti e due”.
Da qui, l’addio. “Riprendo la mia libertà, perché è il mio bene più prezioso. Non ho intenzione di giustificarmi davanti a gruppuscoli di Mosca-sur-Seine. Non dimenticate che si riconosce la libertà dal rumore che fa mentre se ne va”. Le tricoteuses ora sferruzzano con fili d’inchiostro velenoso i nuovi delitti d’opinione.
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.
