Esteri
l'editoriale dell'elefantino •
La seconda sfida di Netanyahu e Zelensky è gestire il narciso Trump
La recente cerimonia a Washington ricorda quanto sia determinante il ruolo del presidente americano nelle guerre combattute da Israele e Ucraina
30 LUG 26

Trump durante i funerali di Graham (Foto ANSA)
Detesto usare il termine “paradigma” o “paradigmatico” al di fuori del suo significato in grammatica, declinazione dei nomi e coniugazione dei verbi. Insieme con “tempo sospeso” e con “emblematico” merita la ghigliottina di Francesco Merlo, arnese efficacissimo per i lettori di Repubblica, che ne hanno un disperato bisogno (non solo loro). Dunque non lo userò per definire l’immagine di Zelensky e Netanyahu al fianco di Trump ai funerali di Lindsey Graham, mentre il triste ruffianetto Sean Hannity evoca il senatore e Realpolitiker scomparso per suggerire che dal cielo vede Mar-a-Lago come una estensione del paradiso. Sentendosi laudare (cit.), Trump sonnecchiava e distribuiva di tanto in tanto caramelle al mentolo a Vance (vice) e a Bessent (Tesoro). I due, l’ucraino e l’israeliano, sono epici protagonisti della libertà e della resistenza di civiltà alla barbarie, così diversi e così diversamente detestati, l’uno per la inveterata corruzione nel suo paese eroico, per l’ardimento con cui si oppone all’efferato padrone della coscienza infelice dell’occidente minore, e l’altro per la durezza della guerra di Gaza (sbagliato, cinico calcolo moralistico, abietto rovesciamento delle parti) e l’obbligata alleanza con la destra fanatica a Gerusalemme e in Cisgiordania (comprensibile, i coloni scavano i loro diritti nella tomba di quelli degli altri). Il problema è che dietro di loro, davanti nel corso della cerimonia funebre, c’è questo bambinone ottantenne, avido e narciso, che non sa cosa pensare perché pensa esclusivamente a sé stesso e forse ai suoi cari.
Che triangolo fatale. Israele deve fronteggiare, per esistere come identità e democrazia mediorientale, l’unica, il motore iraniano, la rivoluzione islamista e jihadista nella sua èra prenucleare, la mostruosità che sta dietro ai sette fronti di combattimento all’origine del 7 ottobre, una minaccia nichilista all’ombra della dimenticata Shoah e della nuova corrente di antisemitismo delle élite generazionali prevalenti in Europa e perfino in America, almeno nell’immaginazione di massa flotillista. L’Ucraina deve contrastare, da un tempo che ormai supera o sta per superare i limiti delle due guerre mondiali del Novecento, una potenza autocratica e nucleare dieci, venti volte più forte che vuole annullarla e annetterla in alleanza con quel bestione di Kim Jong Un e con gli Ayatollah e pasdaran di Teheran, sotto la sorveglianza sorniona del gigante cinese (per non parlare della mitologica e dissoluta corrente putiniana che agisce tra noi). I due proteggono il fronte esposto di quel che resta delle libertà e dei diritti civili, mentre quelle libertà e quei diritti vengono usati per delegittimarli, anzi, per criminalizzarli, nel più insensibile tradimento delle loro e nostre ragioni, anche quelle del femminismo e Lgtbq+, decisamente non un caso di suprematismo.
Non ogni cosa, ma moltissimo, dipende da Trump. E ho detto tutto, come stornellavano Don Chisciotte e Peppino De Filippo. Conosco la tiritera. L’America è sempre l’America, il sistema regge e corregge, i presidenti passano, la Costituzione resta eccetera. Ma mettetevi nei panni di quei due. Devono blandire incessantemente un uomo assetato di lode. Il loro secondo mestiere, come non bastasse il primo e decisivo, è recarsi a corte e fornire informazioni giuste a un carattere insieme buffo, bonario e dispotico, legato al business, al prezzo al gallone, alla propaganda, al lascito storico personale, cioè a cose che a paragone dell’epica israeliana e ucraina sono incidenti minori di una storia che procedeva dai tempi della Dichiarazione di Indipendenza delle tredici colonie (ah, i coloni), della Costituzione e del Bill of Rights. Ma incidenti minori che due stati e due popoli, quelli giusti, devono fronteggiare con i costi che sappiamo, anche per gli altri, i civili prigionieri del nemico armato, e i prezzi che sappiamo per ebrei e ucraini. Un tremendo paradigma.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
