Zarina Zabrisky è una giornalista americana che vive a Kherson, nel centro della città che dà il nome all’oblast, abita in un edificio in cui molti appartamenti sono stati distrutti. Negli ultimi giorni non ha acqua in casa, si adatta a vivere come la guerra impone, non lo fa con passività ma con rabbia.
Kherson si trova sulla parte libera del fiume Dnipro, ormai la riva è inaccessibile per gli abitanti, solo qualche tratto rimane raggiungibile ma con il rischio di essere colpito subito da un drone di Mosca. E’ da tempo che Zarina non raggiunge la riva, ma è come se vivesse costantemente con gli occhi dall’altra parte del fiume, nella parte di Ucraina inghiottita. Biondissima, indossa un giubbotto antiproiettile mentre va a trovare i soldati nel centro della città. E’ a Kherson per documentare, da Kherson si sente anche più prossima all’altra riva, che in linea d’aria è vicinissima davvero, ma è inaccessibile, segregata, spenta. “
Ormai a Oleshky vivono circa mille persone, nel 2021 gli abitanti erano quarantamila.
Il peggio è che di queste mille persone, il 70 per cento vorrebbe andare via”, racconta con foga la giornalista americana.
Da Oleshky non si esce, nonostante sia un posto in cui ormai manca di tutto, in cui rimangono circa quaranta bambini e la maggior parte della popolazione è anziana. E’ un posto vulnerabile, abitato da vulnerabili, tra i quali c’è qualcuno che ha tentato di fuggire, chiedendo di essere accompagnato fino a Skadovsk, un’altra cittadina nell’Ucraina occupata. Senza denaro non si arriva lontano, il viaggio è rischioso sia per chi chiede di essere accompagnato sia per chi accompagna e nessuno si lascia coinvolgere per cifre inferiori all’equivalente di duemila euro, un’assicurazione scarna sulla vita che non tiene conto del denaro necessario al posto di blocco lungo la strada. Chi è ormai a Oleshky ci rimane, perché i russi vogliono così. Perché ai russi serve così.