Tutte le asimmetrie e manipolazioni nel conflitto tra America e Iran

Teheran ha costruito la propria strategia non sulla superiorità militare, ma sul divario tra il tempo della guerra e quello della politica. Il cielo sopra Teheran appartiene agli Stati Uniti. Lo Stretto sotto quel cielo no
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LaPresse

Nel conflitto contro l’Iran gli Stati Uniti sono entrati nella fase della manipolazione contabile. I quattro caduti successivi alla dichiarazione di cessate il fuoco sono stati rimossi dal conteggio delle vittime dell’operazione Epic Fury in quanto l’Amministrazione sostiene che questa si sia conclusa con la tregua e che quella in atto sia una fase successiva iniziata per rispondere alla violazione iraniana. Lo scopo è garantirsi altri sessanta giorni di operazioni senza consentire al Congresso di intervenire sul merito della guerra. Nel frattempo, secondo la Cnn, le vittime sono salite a 618 (18 caduti e 600 feriti) rispetto alle circa cinquecento della scorsa settimana. Un numero considerevole per un conflitto che non ha ancora previsto un contatto diretto tra truppe avversarie.
Nel frattempo, gli americani hanno sospeso gli attacchi all’Iran per dare nuovo spazio alle trattative mentre Teheran, pur avendo dichiarato che sospenderà il fuoco fino a quando lo faranno gli Stati Uniti, non sembra interessata a nuovi negoziati. Questa è la conferma implicita che l’impiego esclusivo della guerra aerea difficilmente garantisce una risoluzione dei conflitti. Come ha affermato Dan Caine davanti al Senato, “il potere aereo ha limiti strutturali”, e questo nonostante Pete Hegseth abbia definito l’operazione Epic Fury la campagna aerea più efficace della storia. In poche parole, il potere distruttivo non garantisce il successo nei conflitti asimmetrici quando la parte debole riesce a spostare l’asse del confronto e a trarre motivazione dagli attacchi. Lo scarto tra efficienza tattica e risultati operativi definisce la campagna americana in Iran. Questo perché gli Stati Uniti hanno combattuto simultaneamente due guerre aeree. La prima è stata quella della distruzione, combattuta ad alta quota dove la superiorità tecnologica decide gli esiti. La seconda è stata la guerra del logoramento, combattuta a bassa quota, dove ciò che conta per gli iraniani è resistere alla pressione abbastanza a lungo da rendere il conflitto insostenibile per chi attacca. Sul piano tattico la prima ha prodotto risultati considerevoli; sul piano strategico la seconda è stata sostanzialmente inefficace e ha determinato l’esito complessivo del conflitto fino a ora.
La risposta di Teheran si è dunque concentrata sulla fascia aerea a bassa quota sopra e intorno allo Stretto, dove hanno operato droni economici e missili da crociera, imponendo costi sproporzionati rispetto al loro valore unitario. Questo ha costretto gli americani a evacuare il centro di coordinamento delle operazioni di al Udeid. Aerei e aerocisterne sono stati progressivamente spostati verso il Mar Arabico e la Giordania, fuori dalla portata efficace dei sistemi iraniani più pericolosi, ma anche troppo lontani per esercitare una presenza persistente sullo Stretto. Come ha osservato Kelly Grieco, ricercatrice allo Stimson Center, “l’Iran non ha conquistato la superiorità aerea, ma ha impedito agli americani di esercitarla nella zona che contava”. Questa asimmetria va letta come la conseguenza di una decennale politica di scelte di acquisizione orientate al bombardamento a lungo raggio e allo smantellamento delle difese aeree avanzate, a scapito di droni con lunga autonomia di stazionamento, difese aeree mobili e intercettori prodotti in massa a costi sostenibili.
Cosa pensano gli americani degli attacchi contro l’Iran. Sondaggio Reuters/Ipsos condotto su un campione di 1.248 persone dal 24 al 26 luglio
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Robert Pape, che nel 1996 aveva scritto il testo fondamentale sull’efficacia del potere aereo, ha recentemente analizzato la situazione su Foreign Affairs nel numero di questo mese. La guerra del Golfo del 1991 aveva convinto il mondo che gli Stati Uniti potessero colpire qualsiasi avversario con precisione e rapidità. La rivoluzione dei droni a basso costo ha reso la logica della guerra “a distanza” sempre più difficile da sostenere. Questo conferma il fatto che i regimi difficilmente crollano dall’esterno. Molto più spesso collassano dall’interno, quando la motivazione viene meno e le élite iniziano a pensare che resistere costi più che cedere. I bombardamenti, con gli inevitabili effetti sulla popolazione civile, tendono a consolidare la resistenza interna e possono ottenere un effetto contrario a quello ipotizzato. La guerra in Iran suggerisce che la superiorità aerea stia cambiando funzione. La sua capacità di distruggere obiettivi militari convenzionali rimane integra, mentre la traduzione di quella capacità in esiti politici dipende da condizioni che il solo potere aereo non controlla. La differenza tra queste due capacità è destinata a influenzare la pianificazione militare occidentale ben oltre il Golfo Persico.
Se il bombardamento non è sufficiente, resta l’opzione terrestre che, al momento, appare non praticabile, come già descritto su queste pagine. Un’invasione dell’Iran, paese tre volte più grande dell’Iraq con una popolazione quasi doppia e una geografia montana che favorisce la difesa, richiede risorse, tempi e tolleranza politica alle perdite che nessuna Amministrazione americana è in grado di garantire alle attuali condizioni. L’opzione di neutralizzare i siti nucleari sotterranei per via terrestre appare ancora più difficile: si tratterebbe, secondo chi ha esaminato il dossier, della missione speciale più complicata della storia militare americana. Quel che è certo è che nessun accumulo di forze terrestri è in corso nella regione. Il risultato è una strategia sospesa: la distruzione aerea non riesce a piegare il regime, la terra non è praticabile, il blocco navale è una gara di resistenza economica che Washington non è certa di vincere. Valutazioni dell’intelligence americana riportate dalla stampa hanno concluso che è improbabile che l’Iran modifichi la propria posizione negoziale come risultato di attacchi intensificati. Per il regime di Teheran questa è una guerra di sopravvivenza, e contro chi combatte per sopravvivere il bombardamento produce coesione, non resa.
L’esperienza insegna che la pressione politica sul decisore cresce quando la campagna aerea non produce i risultati attesi, e il modo più semplice per rispondervi è intensificare, espandere i bersagli. Se il nucleo del regime tiene, tuttavia, ulteriori bombardamenti non alterano quel calcolo. Trump ha minacciato più volte di colpire ancora più duramente senza farlo, sapendo che ogni escalation sull’infrastruttura energetica iraniana produrrebbe una risposta analoga sulle infrastrutture del Golfo: la minaccia si è così trasformata in un sostituto dell’azione, ripetuta con frequenza inversamente proporzionale alla disponibilità di alternative credibili. Resta la diplomazia, che al momento sembra, probabilmente, l’opzione più promettente. La negoziazione dell’accordo internazionale sul nucleare iraniano del 2015 ha richiesto due anni di lavoro specialistico di diplomatici con lunga esperienza. Le trattative attuali sono affidate a figure senza competenze specifiche e il dipartimento di stato è stato svuotato delle professionalità necessarie. Teheran ha costruito la propria strategia non sulla superiorità militare, ma sul divario tra il tempo della guerra e quello della politica. Il cielo sopra Teheran appartiene agli americani. Lo Stretto sotto quel cielo no. E questa, alla fine, è l’unica contabilità che conta.