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Editoriali •
Se pure Tokayev tira le orecchie a Putin vuol dire che qualcosa sta cambiando
Nell'incontro con Putin, il presidente del Kazakhstan ha invitato a “congelare” il conflitto in Ucraina e a tornare alla cosiddetta formula di Istanbul 2.0. Le sue parole rappresentano uno dei pochi appelli pubblici arrivati dal leader di uno dei partner regionali più stretti di Mosca affinché la Russia si rimetta al tavolo dei negoziati
29 LUG 26

Foto LaPresse
Sabato scorso nella città russa di Omsk, il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev ha pronunciato un discorso che pochi si aspettavano da un alleato storico di Mosca. Incontrando il presidente Vladimir Putin al Forum di cooperazione interregionale Russia-Kazakhstan, Tokayev ha invitato a “congelare” il conflitto in Ucraina e a tornare alla cosiddetta formula di Istanbul 2.0, sotto garanzia delle grandi potenze, Russia compresa. Ha aggiunto che la natura stessa del conflitto resta poco chiara anche ai kazaki, e che a morire sono i giovani di entrambi i popoli, definiti fratelli per patrimonio genetico comune: “Tutto questo deve finire”, ha detto, sostenendo che la prosecuzione della guerra avvantaggia solo gli avversari di Russia e Ucraina.
Se ne è parlato poco, ma per molti osservatori si è trattato di un intervento raro e significativo, perché le parole di Tokayev rappresentano uno dei pochi appelli pubblici arrivati dal leader di uno dei partner regionali più stretti di Mosca affinché la Russia si rimetta al tavolo dei negoziati e fermi il conflitto. Secondo alcuin, dietro l’uscita di Tokayev non ci sarebbe solo una scelta diplomatica di Astana, ma la trasmissione di un messaggio da Pechino. Il presidente kazako era a Shanghai solo due settimane fa, ha incontrato il leader Xi Jinping, e potrebbe aver agito da tramite, portando a Putin un segnale della leadership cinese, probabilmente stanca del clima d’incertezza attorno alla guerra della Russia contro l’Ucraina ma preferendo un ruolo defilato. Negli ultimi anni Tokayev è riuscito a bilanciare e dosare il suo rapporto con Mosca e Pechino, ma è un sinologo, parla mandarino, secondo molti subisce molto di più l’influenza cinese di quella russa. Non è chiaro quale sia davvero la posizione della leadership cinese sulla guerra di Putin, quel che è certo è che se anche gli alleati storici cominciano a suggerire al capo del Cremlino moderazione, qualcosa sta cambiando.