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L’Olanda vuole vietare le merci dei territori occupati da Israele, ma riuscirci è un rebus
Il provvedimento prevede di tracciare l’origine esatta dei prodotti: un lavoro complesso che probabilmente non basterà. Il rischio di falsificazione dei certificati di origine resta elevato. Sia il Consiglio di Stato sia il Servizio di intelligence e investigazione fiscale hanno espresso perplessità
29 LUG 26

Foto LaPresse
L’Aia. Sarà un boicottaggio complicato. In questi giorni il governo olandese ha annunciato che farà entrare in vigore il divieto di importazione di tutti i prodotti provenienti dai territori occupati da Israele, a partire dal prossimo 22 settembre per i prossimi tre anni. Il provvedimento sarà adottato in seguito alle forti pressioni di parte della politica e dell’opinione pubblica, che il governo di centrodestra guidato da Rob Jetten ha deciso di assecondare. “Israele continua a compromettere i propri obblighi giuridici internazionali e la soluzione dei due stati”, spiega il ministro degli Esteri Tom Berendsen (Cda). “Non possiamo più stare a guardare”. I Paesi Bassi si uniscono così a diverse controparti europee – Spagna, Belgio, Irlanda e Slovenia – che hanno già intrapreso diverse forme di embargo commerciale contro Israele e i suoi insediamenti. Eppure, a tutti i livelli della filiera, emerge una certa preoccupazione attorno all’effettiva applicazione del decreto.
Il divieto – che riguarda gli insediamenti occupati di Cisgiordania, alture del Golan e Gaza, qualora tornassero i coloni – non si limita infatti all’importazione di merci, ma anche alla loro successiva compravendita su tutto il suolo nazionale olandese. Si tratta per lo più di generi alimentari di vario tipo, per un volume d’affari da decine di milioni di euro: vino, agrumi, datteri, melograni, derivati del sesamo. In base alle attuali disposizioni, le sanzioni economiche e le conseguenze penali in caso di infrazione del divieto ricadrebbero direttamente sulle aziende coinvolte. E qui sorge il primo, grosso problema. Perché tracciare l’origine esatta di questi prodotti è un lavoro estremamente complesso: le dogane dei Paesi Bassi dovranno verificare il controllo dei codici postali di provenienza, monitorare i flussi logistici e trattenere i lotti sospetti. Ci vorranno tempo e risorse extra. Ma probabilmente non basterà. Il rischio di falsificazione dei certificati di origine resta elevato e la dicitura generica “made in Israel” tende a coprire una fetta importante delle spedizioni verso l’Unione europea: secondo una recente indagine dell’ong Global Echo Litigation Center, il 19 per cento dei carichi in questione esaminati negli ultimi otto anni risulta provenire dai territori occupati, nonostante l’etichetta fornita dai produttori israeliani dica altrimenti. Molte aziende olandesi finirebbero così per continuare a vendere merci vietate a loro insaputa.
Da capire allora come i Paesi Bassi ritengono di poter compiere il boicottaggio unilaterale. Il primo ministro Jetten aveva semplicemente dichiarato a più riprese di non voler “contribuire economicamente a un’occupazione illegale e al mantenimento degli insediamenti abusivi”. Al di là dell’opposizione simbolica, l’applicabilità del divieto resta un rebus: sia il Consiglio di Stato sia il Servizio di intelligence e investigazione fiscale (Fiod) hanno espresso diverse perplessità al riguardo – pure alcuni ministri dello stesso governo Jetten hanno ammesso l’oggettiva difficoltà della manovra. Come sottolinea il quotidiano de Volkskrant, i soggetti più esposti della filiera sono le catene di supermercati e i negozi di alimentari kosher, già da diverso tempo nel mirino degli attivisti filopalestinesi. L’altro aspetto delicato è proprio la polarizzazione del dibattito: l’elettorato progressista ha accolto con favore l’annuncio del divieto, mentre i conservatori e le comunità ebraiche locali denunciano le sue potenziali ripercussioni discriminatorie – prestando il fianco all’estrema destra, che attraverso Geert Wilders accusa il governo Jetten di “aver abbracciato un’agenda ideologica e anti israeliana”.
Non aiuta il fatto che negli ultimi anni l’antisemitismo è in forte aumento, in Olanda come in tutta Europa: l’attacco dinamitardo a una scuola ebraica di Amsterdam, lo scorso marzo, è il termometro della tensione latente fra la popolazione. L’embargo contro i territori occupati si basa su valide ragioni di diritto internazionale, ma non è detto che i Paesi Bassi saranno in grado di sostenerlo. Né di metterlo in pratica.