La tappa più importante della politica estera irachena è Ankara

Dopo le visite a Washington, Doha e Teheran, per il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi la tappa turca rappresenta una sfida diversa: capire se il suo paese possa trasformare la propria posizione geografica in un’influenza economica duratura. Una convergenza di interessi

29 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 17:21
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Baghdad. A un primo sguardo, la visita ad Ankara del primo ministro iracheno Ali al-Zaidi è apparsa come una naturale prosecuzione del suo tour diplomatico, che aveva già toccato Washington, Doha e Teheran. Una lettura più attenta suggerisce però che la Turchia non sia semplicemente un’ulteriore tappa diplomatica, ma possa rappresentare il paese in cui il successo della nuova visione strategica del governo iracheno sarà messo alla prova più che in qualsiasi altra capitale. A Washington l’obiettivo era ridefinire il rapporto di sicurezza e politico dell’Iraq con gli Stati Uniti. A Teheran, Baghdad ha cercato di rassicurare il suo partner regionale più influente sul fatto che il crescente avvicinamento all’occidente non fosse volto a indebolire i rapporti con l’Iran, bensì a ridurre le tensioni preservando al contempo la sovranità irachena. Ankara presenta invece una sfida diversa: capire se l’Iraq possa trasformare la propria posizione geografica in un’influenza economica duratura.
Per questo motivo, il lancio ufficiale del Development Road Project rappresenta molto più di una semplice iniziativa infrastrutturale. Il progetto punta a collegare il Grande Porto di Faw con il confine turco attraverso una moderna rete di ferrovie e autostrade, ponendo l’Iraq al centro delle rotte commerciali che collegano il Golfo con l’Europa. Se realizzato secondo i piani, potrebbe ridefinire radicalmente il ruolo economico dell’Iraq, trasformandolo da paese dipendente dalle esportazioni petrolifere a paese che controlla uno dei corridoi commerciali più rilevanti della regione. Nello stesso contesto, l’accordo per portare le esportazioni di petrolio iracheno verso la Turchia a un milione di barili al giorno comporta implicazioni strategiche che vanno ben oltre il mercato energetico. Ankara punta a consolidare la propria posizione di hub energetico regionale, mentre l’Iraq è alla ricerca di un partner economico di lungo periodo che possa collegarlo ai mercati europei. Questa convergenza di interessi conferisce alle relazioni irachene-turche un grado di stabilità superiore a quello di partnership fondate solo su intese politiche o di sicurezza.
Questa visione deve tuttavia affrontare diverse sfide, a cominciare dal contesto di sicurezza interno dell’Iraq. Il corridoio destinato a veicolare commercio e investimenti attraversa province che negli ultimi due decenni hanno conosciuto l’attività di organizzazioni estremiste, oltre alla presenza di fazioni armate che esercitano un’influenza di intensità variabile lungo parte del percorso. Anche se questi gruppi non si oppongono politicamente al progetto, il perdurare di più centri di potere e l’incapacità dello stato di monopolizzare pienamente l’uso legittimo della forza restano preoccupazioni rilevanti per investitori, compagnie di trasporto e assicuratori internazionali. Per i mercati dei capitali, le garanzie politiche da sole non bastano se non sono accompagnate da un contesto operativo prevedibile e sicuro. La seconda sfida riguarda gli equilibri regionali. Quanto più l’Iraq si integra nei progetti di trasporto ed energia che collegano il Golfo con la Turchia e l’Europa, tanto più questi corridoi diventano strategicamente sensibili per le altre potenze regionali. Baghdad dovrà quindi gestire con attenzione, e simultaneamente, i propri rapporti con Teheran, Washington e Ankara, evitando che un progetto economico strategico venga interpretato come un riallineamento geopolitico a favore di una parte contro l’altra.
Un’altra sfida è interamente di natura interna. I governi iracheni che si sono succeduti hanno più volte annunciato progetti strategici ambiziosi, ma il divario tra annuncio e realizzazione è rimasto ampio, a causa dell’inerzia burocratica, della sovrapposizione di competenze istituzionali, delle divisioni politiche e della capacità limitata delle istituzioni statali di portare avanti mega-progetti secondo tempistiche chiare. In questo contesto, il ricercatore politico basato in Turchia Omar al-Janabi dice che una delle preoccupazioni principali tra gli imprenditori turchi riguarda l’ottenimento di un accesso più ampio e agevolato al mercato iracheno, un punto ripreso anche nelle dichiarazioni di diversi uomini d’affari turchi. Secondo al-Janabi, il problema che ha afflitto i precedenti governi iracheni è stata l’incapacità di tradurre memorandum d’intesa e accordi bilaterali in risultati concreti, con un’attuazione ripetutamente rinviata – un problema che gli stessi funzionari turchi hanno più volte sottolineato.
Al-Janabi spiega che la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran ha finito per favorire una cooperazione economica più profonda tra Iraq e Turchia, soprattutto considerando la dipendenza pressoché totale dell’Iraq dalle esportazioni di petrolio quale principale fonte di entrate statali. Questo, sostiene, ha spinto il governo di al-Zaidi a cercare rotte di esportazione che bypassino lo Stretto di Hormuz, attivando tre grandi corridoi petroliferi: l’oleodotto Kirkuk-Baniyas, a cui la Turchia parteciperà durante parte della fase di costruzione; l’oleodotto Bassora-Aqaba, che dovrebbe essere assegnato a un’azienda italiana con una capacità prevista di due milioni di barili al giorno; e l’espansione delle esportazioni attraverso il terminale turco di Ceyhan fino a un milione di barili al giorno. Secondo al-Janabi, questi sviluppi provocheranno probabilmente forti obiezioni da parte dell’Iran, che dovrebbe esercitare varie forme di pressione su al-Zaidi e sul suo governo nel tentativo di ostacolare tali progetti.
Al-Janabi, presente alla conferenza stampa congiunta tra al-Zaidi e il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, spiega che il Development Road Project, così come descritto dal primo ministro iracheno, costituirebbe un “terzo fiume” che collega Turchia e Iraq, fungendo da ponte strategico tra l’Iraq e l’Europa e portando una grande trasformazione all’economia irachena. Sottolinea anche che il progetto richiederà ingenti stanziamenti finanziari. Allo stesso tempo, però, migliorerà in modo significativo le infrastrutture irachene, attirando aziende i cui proprietari, a differenza di quelli legati alle milizie sostenute dall’Iran, non esercitano coercizione armata all’interno del paese. Il ricercatore conclude affermando di aspettarsi che l’Iran attivi i propri strumenti politici e di sicurezza per ostacolare gli sforzi di al-Zaidi, che, se coronati da successo, allenterebbero gradualmente la dipendenza di Baghdad da Teheran – un rapporto che l’Iran ha lavorato intensamente per preservare in quella che ha definito una forma di tutela sull’Iraq. Allo stesso tempo, dice che la recente guerra ha indebolito la capacità dell’Iran di mantenere la propria influenza in Iraq, in particolare nel contesto degli sforzi dell’Amministrazione Trump volti a isolare il regime iraniano dai suoi alleati regionali, rafforzando al contempo il ruolo regionale sia della Turchia sia dell’Arabia Saudita.
Ciò che distingue la visita ad Ankara, tuttavia, è il fatto che essa riflette uno spostamento graduale nelle priorità di politica estera dell’Iraq. Invece di concentrarsi esclusivamente sulla sicurezza dei confini e sulla gestione delle crisi, Baghdad discute sempre più di corridoi commerciali, catene di approvvigionamento, energia, investimenti e connettività regionale. Sono esattamente questi i temi che determineranno la posizione degli stati nell’ordine regionale nei prossimi decenni. La domanda centrale resta tuttavia se il governo di al-Zaidi sia in grado di portare a compimento questa trasformazione all’interno dello stesso Iraq. La sfida non è più l’assenza di una visione strategica, ma la capacità dello stato di farla rispettare. Quanto più il governo riuscirà a consolidare il monopolio delle istituzioni ufficiali sulle decisioni in materia di sicurezza, a ridurre l’influenza degli attori armati che operano al di fuori della catena di comando statale e a stabilire un contesto giuridico stabile per gli investitori, tanto maggiori saranno le probabilità che il Development Road Project si trasformi da visione ambiziosa in realtà economica capace di ridisegnare la posizione regionale dell’Iraq.
Per questo motivo, il successo della visita ad Ankara non andrebbe misurato dal numero di accordi firmati, ma dalla capacità di Baghdad di trasformare la geografia in influenza, l’economia in strumento di politica estera e lo stato nell’unico garante della sicurezza e degli investimenti. Se questo obiettivo verrà raggiunto, questa visita potrebbe rappresentare la svolta più significativa nel riposizionamento regionale dell’Iraq dal 2003 a oggi.