Esteri
RITORNO A WEIMAR. IN AMERICA •
J. D. Vance fa l'ambiguo sull'antisemitismo e i suoi (ex) amici lo bacchettano
Il vicepresidente pensa alla Casa Bianca e non vuole fare a meno degli anti israeliani. Rod Dreher, intellettuale conservatore e tra i primi a sostenere Vance, dice "non siamo più amici: non penso che sia una persona cattiva, ma ho bisogno di vederlo prendere una posizione netta contro chi odia gli ebrei"
29 LUG 26

J. D. Vance
Roma. Rod Dreher, scrittore conservatore americano tornato in patria dopo il periodo trascorso nell’Ungheria di Viktor Orbán, sta per mandare in libreria Weimar America. In quelle pagine descriverà tutto ciò che lo porta a considerare gli Stati Uniti di oggi simili alla decrepita repubblica tedesca nata sul cumulo di sanzioni comminate a Versailles dopo la Prima guerra mondiale che preparò l’ascesa di Adolf Hitler e del nazismo. Con tutto quel che ne è conseguito. C’è qualcosa nell’America di oggi che non va, le pulsioni totalitarie non sono solo quelle dei leader al comando: è qualcosa di più profondo, diffuso nella società. Anche per questo, ha detto in una intervista al Jeremy Boreing Show, non sa se presto o tardi vedremo un Hitler 2.0 o uno Stalin 2.0. Vedremo, però, qualcosa di totalitario. Tutto è uguale agli anni Trenta, a cominciare dall’odio crescente contro gli ebrei. Dreher l’aveva già raccontato in un lungo reportage per Free Press. Nei college dell’America profonda, nelle cittadine della Rust Belt, da un capo all’altro del paese: ragazzi che s’immergevano in podcast violentemente antiebraici e poi, candidamente, si definivano antisemiti davanti ai professori, a scuola. E quegli stessi docenti non si davano pace: cosa abbiamo sbagliato? Come è possibile che stia accadendo questo, in America? E qui veniamo alle colpe delle élite al comando, anche quelle più giovani. Un nome su tutti pronuncia l’intervistatore, uno su cui Dreher aveva parecchio scommesso e in cui credeva in modo incrollabile: J. D. Vance.
Era lui che, conoscendo quell’America profonda, avrebbe potuto arginare l’ascesa dell’estrema destra, quella che mescola ideologia e cristianesimo, in un cocktail micidiale che porta – nei suoi momenti più iconici – a brandire rosari e a sollevare croci al funerale-show di Charlie Kirk in Arizona, ma che nei torbidi poco coperti dai media, si riduce a purissimo antisemitismo. “Speravo che J. D. potesse arginare” il fenomeno, ha detto Dreher: “Persone come Vance, forse anche Marco Rubio, penseranno di poter portare questi radicali dalla loro parte. Stanno commettendo lo stesso errore di Franz von Papen”, il politico tedesco convinto di contenere Hitler dandogli un po’ di potere. “L’antisemitismo nel mondo sarà la questione fondamentale della nostra civiltà per il resto della nostra vita”, sottolinea lo scrittore, che dice di non sapere più se lui e J. D. Vance siano ancora amici: lo scorso ottobre gli aveva suggerito di lasciar perdere i flirt con quella destra, ma il vicepresidente non gli ha dato ascolto: “Non penso che sia una persona cattiva, ma ho bisogno di vederlo prendere una posizione netta contro chi odia gli ebrei. Chiariamo: non credo che criticare il governo israeliano ti renda un antisemita. E lo dico anche se mi considero un sostenitore di Israele. Ma questa distinzione, nel dibattito americano, non esiste”. Vance ha partecipato allo show di Joe Rogan e in quello che a non pochi osservatori è parso un ammiccamento all’ala antisemita “groyper” della destra americana ha incolpato Israele per aver fatto fallire i colloqui di pace: “So, senza ombra di dubbio, che ci sono state persone all’interno del governo israeliano che hanno cercato, diciamo, effettivamente di allontanarci dai negoziati perché vogliono continuare la campagna militare”. Un ragionamento che “è una versione contemporanea della ‘leggenda della pugnalata alle spalle’ che i generali tedeschi elaborarono e diffusero nel 1918 per incolpare gli ebrei e i socialisti della sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale e dei propri fallimenti di leadership”, ha scritto in un articolo Dreher, vedendo nella posizione del vicepresidente un altro elemento che accelera la spirale di Weimar in America. E’ tutto cambiato così velocemente, cinque anni fa l’antisemitismo era qualcosa di confinato ai campus di sinistra, ha osservato lo scrittore, tant’è che non ne parlò neppure nel suo Live Not by Lies del 2020. Se dovesse riprendere in mano il volume, della questione ne parlerebbe eccome.
Vance, a ogni modo, ha avuto parecchie occasioni per sgomberare il campo dal dubbio sul suo essere più o meno amico di Israele. A dicembre, però, si dichiarò “neutrale” rispetto al dibattito sull’antisemitismo organizzato dal suo amico Tucker Carlson. Come poi dimostrato dall’intervista con Rogan, non si era trattato di un errore di valutazione: addirittura diede corda a certe teorie su legami di Jeffrey Epstein con l’intelligence israeliana. Il vicepresidente, che guarda alle elezioni del 2028, non vuole liberarsi di quei settori più estremi dai quali Dreher gli aveva suggerito di tenersi alla larga. La grande tenda Maga, quell’enorme contenitore (pieno di contraddizioni al suo interno) che ha portato Trump due volte alla Casa Bianca, contempla anche quelle frange ideologiche e non proprio raccomandabili. E Vance se le vuole tenere strette. Soprattutto perché, studiando cosa viene fatto in casa democratica, vede che attorno alla causa anti israeliana si raduna una buona fetta delle nuove generazioni che, si presume, alle presidenziali fra due anni andranno a votare. Che sia un calcolo giusto o sbagliato, lo diranno il tempo e le urne. In ogni caso, se c’è un uomo nell’attuale Amministrazione che di certo non è integralmente e senza dubbio alcuno pro Israele, questi è proprio J. D. Vance, il vecchio amico di Rod Dreher.
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Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.
