Esteri
Michigan e oltre •
I democratici americani si azzannano tra di loro e hanno un problema di soldi
E le faide interne non fanno altro che ingigantirlo. Dal Maine al Michigan alle primarie è una sequela di pasticci
29 LUG 26

Il Partito democratico americano ha sistemato con un nuovo candidato – scelto dal palazzo e non dal popolo – il gran pasticcio combinato in Maine, dove era stato selezionato un candidato per il Senato, Graham Platner, che aveva sì creato “energia”, come amano ripetere i consiglieri elettorali, ma che aveva postato commenti razzisti e misogini, portava sul petto un tatuaggio d’ispirazione nazista e aveva un rapporto malsano con le donne – una di loro lo ha accusato di molestie sessuali, la pietra tombale sulla candidatura. Ora il sostituto è Troy Jackson, che ha idee simili a Platner ma non è accusato di molestie (ha un caratteraccio, urla e lancia oggetti nelle riunioni) e deve maneggiare due problemi: l’energia, appunto, che non si era emanata per lui, e i soldi, che sono pochissimi. La rivale repubblicana, la conservatrice moderata Susan Collins che è senatrice da 28 anni, ha 11 milioni di dollari come tesoretto, Jackson ne ha uno soltanto.
I soldi sono diventati un problema strutturale per il Partito democratico e le faide interne non fanno che ingigantirlo: si è in fase di primarie, lo scontro è normale, ma per questo giro di elezioni di metà mandato (si vota a novembre) l’ostilità è alle stelle. L’ala più a sinistra del partito seleziona candidati battaglieri e radicalissimi che sembrano sfasciare ogni genere di convivenza possibile, nella grande tenda del Partito democratico, con i moderati, accusati di essere alle dipendenze dell’establishment e degli oligarchi. Così ideologia e soldi, pochi soldi, si intrecciano e si consumano in uno scontro che qualcuno, tra i democratici, inizia a considerare invero controproducente: non si può rimandare tutto dopo novembre? In Michigan, dove le primarie per il Senato si terranno il 4 agosto, questo conflitto è più visibile che mai. Lunedì sera si è tenuto a Detroit il secondo dibattito televisivo tra i due candidati democratici, Haley Stevens e Abdul El Sayed, la prima sostenuta dall’establishment e il secondo selezionato da Fight Agency, l’agenzia di comunicazione e di consulenza strategica che ha tessuto il successo del sindaco di New York Zohran Mamdani e che in questo ciclo elettorale sceglie, sostiene e costruisce i candidati più radicali (anche Platner in Maine era una creatura di Fight Agency e in particolare del wunderkind Morris Katz). Durante il dibattito, Stevens ed El Sayed si sono attaccati principalmente sul sostegno a Israele – lei riceve soldi dalla principale lobby ebraica del paese, l’Aipac; lui denuncia “il genocidio a Gaza” e sostiene la lotta di liberazione palestinese – sui soldi delle grandi aziende, che lei prende e lui rifiuta, definendosi però non un socialista, ma “un capitalista che sa come funziona il capitalismo”. Le linee di frattura tra i democratici si fanno sempre più nitide e profonde, ma come spesso accade in questi casi ad approfittarsene potrebbero essere i rivali: qualche ora prima del dibattito, Donald Trump ha partecipato a un comizio con quello che si pensa che sarà il candidato repubblicano per il seggio del Senato in Michigan, Mike Rogers, sproloquiando furbo più sui “comunisti” che su Israele, ma ricordando che c’è un grande investimento su Rogers perché si intravede una chance che fino a qualche mese fa non c’era: questo seggio è occupato da un esponente del Partito democratico da 25 anni. E se il seggio del Senato in Maine va per forza conquistato se i democratici vogliono ambire ad avere la maggioranza al Senato (ne servono comunque altri due), è evidente che quello del Michigan non può essere perso, altrimenti finisce che sono i repubblicani ad aumentare la loro rilevanza.
Senza soldi, però, è difficile fare le campagne elettorali, anche in questa modernissima stagione in cui “l’energia” la fa da padrona. Qualche giorno fa il New York Times ha raccontato i malumori negli uffici del Democratic National Committee – con anche un lancio di telefono da parte del presidente del comitato, Ken Martin, che ha scandalizzato i più giovani, e con la richiesta ai fornitori di poter pagare le fatture dopo le elezioni, per mascherare i problemi finanziari e magari risolverli con una buona prestazione nelle urne. Il New York Times però scrive: “Il Partito democratico e i suoi alleati sono molto indietro rispetto al Partito repubblicano quando si tratta di soldi. Trump controlla un super Pac da 400 milioni e il Republican National Committee è seduto su un bottino da 130 milioni di dollari. Il Democratic National Committee ha 2 milioni di debiti”. E certo che il presidente racimola soldi in modi al limite (e forse oltre) della legalità, certo che gli oligarchi si sono allineati alla Casa Bianca per evitare scocciature, certo che è una gara falsata, ma sbagliare la selezione dei candidati, scambiare l’energia ai comizi per fonte finanziaria e ritrovarsi con un buco milionario è un modo un filino rischioso per competere con l’intrattabile Trump.
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Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi
