Esteri
Il colloquio •
“Viva l’arsenale democratico”, dice l'ex generale israeliano Yaakov Amidror
“Per proteggere Atene serve anche Sparta. Chi pensa che tutti i soldi debbano andare alla cultura, alla bella vita e così via, si sta sbagliando. Bisogna mettere più soldi nella Difesa. Se vuoi la democrazia devi essere pronto a proteggerla”. Intervista
28 LUG 26

Foto ANSA
“Diventeremo Atene e super Sparta, non abbiamo scelta” disse Benjamin Netanyahu lo scorso autunno. Suona come un’utoprofezia riletta dopo l’annuncio che l’Amministrazione Trump avrebbe accantonato l’escalation militare contro l'Iran temendo che possano esaurirsi le scorte del Pentagono, già ridotte, di intercettori Patriot (Trump nega e dice che “abbiamo più munizioni di tutti”). Ieri il Wall Street Journal ha citato un rapporto del Center for Strategic and International Studies: si stima che siano stati impiegati 1.500 intercettori Patriot dall’inizio della guerra con l’Iran e che ne restino mille. Un’analisi del Royal United Services Institute for Defence and Security Studies, think tank con legami con l’intelligence britannica, spiega che anche Israele avrebbe esaurito 122 dei suoi 150 Arrow, nonché 22 dei 48 missili Thaad. Ogni Arrow costa due milioni di dollari e richiede mesi per essere prodotto, mentre un Thaad ne costa dodici. Un problema anche per l’Europa: le uniche difese aeree del Vecchio continente sono made in Israel. La Germania si è affidata all’Arrow, mentre la Grecia ha appena acquistato un sistema da Israele del valore di cinque miliardi. Yaakov Amidror, ex generale israeliano e capo del Consiglio per la sicurezza nazionale del governo Netanyahu, oggi al Jerusalem institute for strategic studies, nega che Israele sia a corto di intercettori. “Sono come i soldi e le donne: più ne hai, meglio è, ma non abbiamo carenza per un altro round contro gli iraniani” dice Amidror al Foglio.
“In Israele ci sono abbastanza intercettori” ci dice Amidror. “Forse dovremo essere più tattici e, in alcuni casi, invece di lanciarne due ne lanceremo uno, oppure invece di usare un certo tipo ne useremo un altro”. Eran Ortal, ex comandante del Dado Center dell’esercito israeliano e responsabile del programma di Studi militari del Begin-Sadat Center dell’Università Bar-Ilan, spiega che parte dell’attuale crisi deriva dal declino della capacità industriale occidentale. “Negli ultimi cinquant’anni, l’occidente ha esportato gran parte della propria capacità produttiva verso Oriente e solo ora si sta svegliando. L’occidente non ha tenuto sufficientemente conto della possibilità che, pur essendo entrato in una guerra con un vantaggio tecnologico e intercettori sofisticati, la situazione sarebbe diventata drammatica una volta che la guerra si fosse protratta”.
Netanyahu ha evocato Sparta per giustificare l’autarchia militare. Dopo il 7 ottobre, Israele ha iniziato ad ampliare le sue linee di produzione militari. “La crisi semmai riguarda quanto Israele dovrà destinare dal suo bilancio alle esigenze difensive” dice Amidror. “Prima della guerra era il cinque per cento del bilancio alla Difesa e arriverà al sei”. L’ex generale non crede che Teheran abbia più missili di quanto si stimi. “Il numero di missili e lanciatori che hanno oggi è almeno tra un terzo e la metà di quello che avevano all’inizio della guerra. E noi non abbiamo perso alcuna capacità di continuare a distruggerli nel prossimo round, se ci saremo”. Amidror non sa come potrebbe riprendere la guerra. “E’ tra gli americani e gli iraniani. Quello che so per certo è che gli iraniani non hanno trovato una soluzione alla superiorità degli americani. Non sono riusciti a impedire agli americani di distruggere nemmeno un obiettivo che gli americani avevano deciso di distruggere. Quello che hanno fatto è stato cercare di ricattare gli americani attaccando i loro alleati in tutto il medio oriente. Ma uno di questi non lo hanno attaccato e sa chi è? Israele. E sa perché? Perché hanno capito che se avessero fatto entrare Israele in guerra, si sarebbero trovati con il doppio degli obiettivi distrutti rispetto a quelli distrutti dagli americani da soli. Quindi hanno deciso di non correre il rischio di farci entrare in guerra. E hanno capito perché”.
Il dibattito sugli intercettori, confessa Amidror, nasconde una certa postura che può rivelarsi pericolosa. “La prima volta che l’Iron Dome è riuscito a intercettare, qualcuno in Israele ha scritto che era un cattivo successo, perché avrebbe portato Israele a stare più dalla parte difensiva della guerra invece di essere più offensivo. E c’è un fondo di verità in questo. Ma è come nel calcio. Alla fine si vince se si è forti sul lato offensivo. Ma non si può giocare senza la parte difensiva della squadra, perché l’altra parte cerca continuamente di attaccarvi. Quindi è esattamente così: se la vostra squadra è totalmente difensiva, non vincerete. Ma se non avete una forte capacità difensiva, potreste perdere”.
Atene deve essere protetta. “Chi pensa che tutti i soldi debbano andare alla cultura, alla bella vita e così via, si sta sbagliando. Bisogna mettere più soldi nella Difesa. Se vuoi la democrazia devi essere pronto a proteggerla”.
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.

