Esteri
Dalla nostra inviata •
L’elefante nella “kill zone”
Sul fronte meridionale l’Ucraina ha un piano: spingere i russi con le spalle alla Crimea e rendere impossibile ogni movimento per i soldati e le armi . Le offensive del tenente Slon, dei suoi elefantini e droni oltre il Dnipro
28 LUG 26

Kherson, dalla nostra inviata. Se il tenente Slon fosse un bartender, si sarebbe specializzato in mixologia. Studierebbe in profondità alcolici e spezie, darebbe nomi assurdi alle sue creazioni e il suo locale sarebbe sempre pieno, con una squadra di apprendisti devoti pronti a dividere assieme a lui il lavoro e magari la sbronza in chiusura di serata con l’ultima trovata alcolica che parrà a tutti insuperabile. Slon però è un soldato, il suo vero nome è Ihor, e le sue alchimie non riguardano distillati e aromi, ma il loro corrispettivo in droni: azioni di ricognizione sapienti e assalti fantasiosi. Comanda il reparto che si occupa dei veicoli senza pilota della 34esima brigata. Il suo nome di battaglia vuol dire “elefante”, a scrutarlo non si capisce bene il perché: non ha le orecchie enormi, non è neppure così grosso, ha la pancia da buongustaio ma nei limiti della morbidezza, non rientra proprio nella scala di grandezza degli elefanti. “Non lo so neppure io perché, forse qualcosa dal mio cognome”. Ci pensa su, la risposta la sa eccome: “O forse perché non mi fermo davanti a niente”. Quando la guerra è iniziata nel 2022 si è messo in fila per arruolarsi: “Ma c’erano sette chilometri di coda, non potevo certo rimanere ad aspettare tutta la notte. Mi sono presentato il giorno dopo e la coda non diminuiva. Ce l’ho fatto il 4 marzo”. E due settimane dopo si occupava già di droni, ben poca cosa all’epoca, si trattava al massimo di un Mavic e un joystick. “Se allora avessimo avuto gli strumenti di oggi, sarebbe stato tutto diverso e avremmo risparmiato molte vite”, racconta mentre mostra Rys e Zmi, Lince e Serpente, due ultimi modelli di robot mandati al fronte per rifornimenti, missioni di salvataggio e anche d’assalto. Ci siamo dati appuntamento in una strada della regione di Kherson. Prima dell’arrivo di Slon, si presentano due operatori di droni in calzoncini, ciabatte e cappello da pescatore. Sembrano due passanti diretti ai campi intorno, provano a sembrare più soldati quando vanno a indossare la mimetica. Non sono semplici soldati, fra di loro si chiamano sloniki, gli elefantini. Slon è un marchio. “I russi lo conoscono bene”, dicono. Il tenente racconta che lo conoscono a tal punto da seguirne le tracce. L’ultimo grattacapo glielo ha dato una vecchietta a Kherson: “Mi hanno informato che i russi avevano saputo che la mia macchina personale era targata Slon. Era stata un’anziana in città a dare l’informazione. Così ho cambiato la targa”.
Al nostro incontro è arrivato con la sua macchina ufficiale, che comunque non rimane inosservata visto che il cofano è sormontato dalla testa di un elefante dagli occhi rossi. Non serve chiederglielo, gli occhi sono rosso sangue, sono i suoi e quelli dei suoi sloniki mentre da remoto conducono le loro operazioni contro l’esercito russo. Dopo l’appuntamento lungo la strada, Slon e i suoi proseguono e si fermano in uno spiazzo fra la vegetazione, spiegano di essere arrivati in ritardo per i droni nemici e siccome con loro hanno portato Rys e Zmi, dovevano essere molto cauti durante il trasporto. Slon inizia a elencare tutte le operazioni che hanno già compiuto con i robot, la parte che preferisce però sembra essere quella delle operazioni che possono ancora compiere. Slon ha un obiettivo: aumentare oltre il fiume Dnipro la “kill zone” che divide la linea ucraina da quella russa per stanare i russi e spingerli verso la Crimea isolata.
“La kill zone è di circa trenta chilometri, l’obiettivo è farla arrivare a sessanta chilometri e se i nostri droni finora volavano con difficoltà fino a quaranta, quarantacinque chilometri, adesso siamo riusciti a farli arrivare anche a sessantadue senza che i russi li fermino”. Slon mostra il video di un sorvolo dei suoi droni fino al Mar Nero, in questo tipo di operazioni è uno specialista dall’inizio della guerra, quando era riuscito a raccogliere dati facendo volare un drone Mavic sulle zone nemiche: “Mostrai le immagini e mi dissero: ‘Questo sì che è un buon lavoro’”. In quella fase del conflitto, un sorvolo del genere era molto difficile, portare a casa informazioni sulle linee russe non era un’operazione quotidiana come oggi. “Ora il nostro compito è stringere un po’ il cerchio, blindare la kill zone a circa quarantacinque chilometri e tenerla. Dobbiamo fare pressione in modo che i russi non soltanto non mettano più piede e restino ben lontani, ma che temano anche di introdurre droni terrestri, perché verrebbero eliminati”. Fra l’espansione della kill zone e l’interruzione della logistica, le truppe russe che attaccano dalla parte occupata dell’oblast di Kherson si troverebbero isolate. Condizioni simili hanno creato le ritirate di Mosca degli anni passati, prima dalla regione di Kharkiv poi dalla città di Kherson. “Il nostro compito è espandere la kill zone e creare le condizioni per una controffensiva”, dice Slon. E non pare né sognante né sbruffone quando immagina le prossime mosse dell’esercito ucraino. La sua 34esima brigata è fra le più premiate dal ministero della Difesa, la capacità di eliminare il nemico e identificarlo le ha permesso di essere fra le più munite. Negli ultimi mesi è riuscita a distruggere più di venti postazioni di artiglieria nella parte occupata della regione di Kherson, riducendo così la quantità di colpi che arriva verso la città. La capacità degli sloniki di identificare il nemico è aumentata e Slon vuole dominare almeno dall’alto la zona grigia fra le due linee, per impedire ai russi di entrare, di mandare droni aerei o terrestri.
Non è difficile immaginare questo Elefante nella stanza delle decisioni, Slon non si ferma davanti a nulla e i suoi racconti lo dimostrano. E’ di Kropyvnyckyj, nella regione orientale di Kirovohrad, ma è stato mandato da subito nella zona meridionale, a ridosso del Mar Nero. Nell’aprile del 2022, guidava una squadra di lanciagranate inviata a operare a Tavrijsk, “l’unico centro abitato non occupato nella regione di Kherson”. Ricevuto l’ordine di spostarsi, sono andati in un villaggio vicino, il loro compito era operare negli estuari. “Ci avevano detto che dove eravamo diretti avremmo trovato di tutto, pure le saune. Non c’era niente, potevamo stare soltanto a casa di un anziano che oltre a noi aveva accolto tutti i cani e i gatti del villaggio. Dormivamo per terra, lui ci cucinava focaccine in padella con acqua e farina, potevamo cacciare cinghiali ma non c’era l’elettricità; quindi, tagliavamo la carne e la mettevamo sotto sale. Siamo riusciti a ricaricare una bombola di gas arrivando in bicicletta al posto di comando, quando siamo tornati indietro abbiamo iniziato una vita da signori”. Fino a quando non è cominciato l’assalto russo che Slon e gli altri stavano aspettando, consapevoli di essere soltanto in sette contro un nemico molto più grande: “Non avevo mai visto coprire con tanto fuoco sette persone, ci sparavano con tutto quello che avevano, grad, proiettili, mine. Eravamo storditi, ma abbiamo tenuto”. Con i timpani spaccati dalla pioggia di fuoco russa, sono andati in ospedale non appena arrivarono i rinforzi. La guerra è totalmente cambiata da quell’aprile del 2022, gli ucraini hanno a disposizione molto di più e anche i russi hanno imparato a usare i droni per qualsiasi necessità, oltre all’attacco. Quando Slon racconta dell’obiettivo di ampliare la kill zone, intende renderla inaccessibile e spaventosa, vuole che i nemici temano anche di perdere i loro mezzi. Slon chiama i russi “orchi”, come fanno in tanti in Ucraina. Per qualcuno il termine allude a qualcosa di spaventoso, per altri, come il tenente, si fa riferimento invece a qualcosa di goffo, stupido: “Prima era possibile vedere gli orchi entrare con i loro mezzi in zone come Oleshki, Hola Prystan. Ora non sono neppure in grado di dirti quando è stata l’ultima volta che ho visto un veicolo degli orchi, forse un quad che si muoveva per la foresta”. Far passare i mezzi è complicato sotto gli occhi dei droni, e i russi cercano di mandare i soldati, costringendoli a operazioni la cui conclusione è già certa. “A volte usiamo i droni per farli arrendere. Una volta abbiamo lanciato una bottiglia d’acqua con le indicazioni per arrendersi. A volte abbiamo anche montato un altoparlante su dei droni per rivolgerci direttamente ai russi, ma è capitato che con i loro di droni, gli orchi abbiamo ucciso i soldati che sceglievano la resa”.
Si vede che c’è una cosa che a Slon piace in modo particolare dei suoi droni ed è vedere, tracciare, capire, immaginare. In una guerra a distanza, il drone è l’occhio con cui gli sloniki studiano il nemico, lo guardano in faccia. Il modo in cui gli indicano la strada per salvarsi o decidono di ucciderlo. A chilometri di distanza sembra che qui da una parte all’altra ci si conosca bene fra nemici: “Parliamo anche, loro sono i primi a chiamarci sloniki. Noi rispondiamo: ‘Sì, siamo noi e voi morirete tutti’”.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)


