Esteri
a Washington •
Tutti i soldi del presidente. Donald Trump e la lobby della Casa Bianca
Un club esclusivo, un fondo d’investimento prodigioso, le criptovalute. Come i ricavi di Trump sono balzati a 2,2 miliardi di dollari. Quel che c’è di diverso dal passato è la spudoratezza con cui il clan dei Trump mescola gli affari con la politica interna e internazionale e rivendica il diritto a estrarre valore economico dalla posizione dominante che occupa

Foto ANSA
C’è un luogo a Washington che incarna alla perfezione l’atmosfera da comitato d’affari che domina nella capitale americana dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump. Non è la Casa Bianca e non è neppure un edificio con il consueto brand “Trump” sulla facciata. Anzi, stranamente è quanto di più anonimo si possa pensare, una scelta inconsueta nell’era della sfacciataggine trumpiana, con i suoi stucchi dorati, progetti di archi di trionfo e sale da ballo monumentali. Eppure è da qui che occorre partire per cercare di disegnare una mappa dell’enorme ricchezza che stanno accumulando il presidente, i suoi figli e un nutrito gruppo di soci in affari in questo loro secondo giro alla guida del paese più potente del mondo.
Bisogna andare a Georgetown, il quartiere dei locali alla moda e della vita serale di Washington e infilarsi nei piani inferiori di un centro commerciale in mattoni rossi su Wisconsin Avenue. Qui fino al 2024 c’era una sala da biliardo che si chiamava “Clubhouse”, ma dall’anno scorso non ci sono insegne che indichino il nuovo club che ne ha preso il posto. Solo una solida porta d’accesso in mogano, discretamente presidiata da uomini che un tempo appartenevano ai Navy Seals, l’élite della Marina americana. Il locale si chiama “The Executive Branch” ed è stato inventato dai due soci del fondo d’investimento 1789 Capital: uno è Omeed Malik, un banchiere diventato uno dei più apprezzati consiglieri della famiglia Trump, l’altro è Donald Trump Jr, il figlio del presidente.
Tra gli altri soci fondatori, che si sono impegnati con un versamento di 500 mila dollari a testa, ci sono i fratelli Zach e Alex Witkoff, i figli di Steve Witkoff, l’inviato speciale a cui Trump ha affidato le trattative su tutte le principali crisi internazionali, dalla guerra in Ucraina al futuro di Gaza. Poi c’è lo “zar delle criptovalute” alla Casa Bianca, David Sacks, l’uomo che tiene i contatti tra l’Amministrazione e la Silicon Valley e soprattutto con il mondo magmatico ed emergente della finanza digitale.
Ancora, tra i fondatori figurano il lobbista Jeff Miller, a cui sono affidate una larga fetta delle attività di raccolta di fondi per le campagne elettorali del mondo Maga, e i gemelli Cameron e Tyler Winklevoss, celebri per le loro battaglie contro Mark Zuckerberg alle origini della storia di Facebook (sono stati raccontati nel film “The Social Network”), oggi imprenditori miliardari nel settore delle criptovalute: la Sec li aveva messi nel mirino negli anni scorsi per le loro attività, ma con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca i guai legali sono scomparsi. Nel gruppetto che ha dato vita a “The Executive Branch” c’è infine Chris Buskirk, uno dei più stretti alleati del vicepresidente J.D. Vance, probabile uomo-chiave alla Casa Bianca nel caso ci sia una futura amministrazione repubblicana guidata da Vance.
In quel locale dove fino a oggi non sono mai stati ammessi giornalisti e di cui non gira in rete alcuna immagine, si incontrano regolarmente circa duecento soci che rappresentano una larga fetta del mondo tecnologico, della difesa, farmaceutico, energetico americano, insieme a ministri e sottosegretari dell’Amministrazione Trump e a esponenti del Congresso. Per diventare membri occorre pagare una quota iniziale di 150 mila dollari, seguita da una iscrizione da quindicimila dollari l’anno, e la lista d’attesa pare sia lunghissima.
Niente di nuovo per Washington, ovviamente, che è sempre vissuta su un ecosistema nel quale politici, lobbisti, capitalisti e media convivono negli stessi spazi e condividono gli stessi cocktail. Quel che c’è di diverso dal passato è la sostanziale e rivendicata spudoratezza con cui il clan dei Trump mescola gli affari con la politica interna e internazionale e rivendica il diritto a estrarre valore economico dalla posizione dominante che occupa alla guida del governo federale.
“Durante il primo mandato abbiamo fatto tutto il possibile per evitare anche solo l’apparenza di un comportamento inappropriato e, francamente, siamo stati comunque travolti”, aveva dichiarato Eric Trump al New York Times all’inizio del cammino della seconda Amministrazione. “Non possiamo restare a guardare all’infinito, e io non lo farò”, ha aggiunto il figlio a cui il presidente ha affidato la delega alla guida della Trump Organization. Più esplicito il fratello Donald Jr.: “Il nostro nuovo approccio è: ‘Andate tutti a farvi fottere’”. Ed è da questo approccio che nascono idee come quella di creare un club esclusivo che fin dal nome promette accesso al potere esecutivo, cioè alla Casa Bianca, e nel quale tra un drink e l’altro si decidono grandi investimenti, iniziative legislative, accordi commerciali. Il tutto sapendo che è il posto giusto per far arrivare messaggi fino all’orecchio del presidente. E che magari una sera può capitare di trovare nel locale The Donald in persona, con una Diet Coke in mano.
Washington non è guidata da una cleptocrazia come Mosca, ma sicuramente il secondo mandato di Trump segna un punto di rottura con la tradizione di 250 anni di storia americana. Per due secoli e mezzo i presidenti hanno costruito architetture giuridiche per sembrare separati dai propri soldi. Trump ha smesso di costruirle. Non le ha aggirate, le ha semplicemente dichiarate inutili. Quello che sta avvenendo nella capitale americana è fino a prova contraria legale: il presidente, i figli e gli amici si stanno arricchendo in apparenza in modo legittimo e peraltro nel caso di Trump sotto la protezione dalla legge. Nel 1962 sono state varate le nuove regole penali sul conflitto di interessi (la legge 18 U.S.C. § 208) che valgono per i funzionari federali e nel 1989 la legge è stata modificata per escludere presidente e vicepresidente dalla definizione di “funzionario”. La ratio era pratica: le decisioni presidenziali toccano tutto, applicare la norma paralizzerebbe l’ufficio. Il Congresso concesse l’esenzione dando per scontato che il presidente si sarebbe tenuto a uno standard più alto di quello richiesto. Per anni ha funzionato, oggi non più.
Per due secoli e mezzo i presidenti hanno costruito architetture giuridiche per sembrare separati dai propri soldi. Trump ha smesso di costruirle. Non le ha aggirate, le ha semplicemente dichiarate inutili
Nella sua lunghissima intervista lo scorso gennaio con il New York Times, Donald Trump ha spiegato che nel primo mandato si era fatto degli scrupoli, aveva messo un freno alle attività dei figli, aveva isolato maggiormente il proprio ruolo politico dal suo business. Ma stavolta ha cambiato approccio. “E sapete perché?”, ha chiesto provocatoriamente ai giornalisti. “Perché ho scoperto che a nessuno importava. Mi è concesso farlo, è lecito. Adesso lascio che i miei figli si occupino di affari. Avevo vietato loro di farlo durante il primo mandato e non mi è stato riconosciuto alcun merito per questo. Poi ho visto cosa è successo con Biden”. Cioè cosa è successo con le vicende del figlio Hunter, finito sotto inchiesta per una serie di attività che conduceva nel mondo dell’energia, in apparenza sfruttando anche il cognome celebre e gli agganci con l’Amministrazione. Niente che si sia mai trasformato in condanne direttamente legate a un conflitto di interesse per il ruolo del padre, prima come vicepresidente di Barack Obama e poi come presidente. I molteplici guai di Hunter sono stati di tipo fiscale e personale e sono stati poi coperti da un perdono presidenziale, per proteggerlo da vendette dei repubblicani tornati al potere.
Quello che sta avvenendo nella capitale americana è fino a prova contraria legale: il presidente, i figli e gli amici si stanno arricchendo in apparenza in modo legittimo e peraltro nel caso di Trump sotto la protezione dalla legge
Con la scusa di “quello che faceva Biden” adesso alla Casa Bianca e dintorni si fa business senza più filtri, scrupoli o pudori. L’ultimo esempio è la trovata di Trump di mettere a disposizione i suoi post su Truth in anticipo per chi sia disposto a pagare centomila dollari al mese di abbonamento a un servizio premium. Trump Media (controllata da Trump tramite il suo trust) ha lanciato Truth API, un feed dati destinato a banche e società di trading che garantisce l’accesso più rapido ai post dei dieci account più influenti della piattaforma. Primo tra tutti quello del presidente, che molto spesso è capace di provocare forti oscillazioni sui mercati con una frase sulla guerra in Iran o sui dazi: sapere in anticipo, anche di millisecondi, quello che sta per uscire, può essere un vantaggio che vale centinaia di migliaia di dollari per gli investitori. Che l’offerta sia legata soprattutto ai post del presidente lo dimostra la tariffa scontata, 60 mila dollari al mese, riservata a chi firma un abbonamento triennale, cioè più o meno fino alla fine del mandato di Trump. Ma in un certo senso queste sono iniziative di “colore” che fanno parte del personaggio. La vera dimensione dell’arricchimento personale del presidente – esclusi quindi quelli di familiari e amici – si è vista in tutta la sua portata il 30 giugno scorso, quando l’Office of Government Ethics ha pubblicato la dichiarazione patrimoniale obbligatoria di Donald Trump per il 2025.
Sono 927 pagine e il numero che le riassume è 2,2 miliardi di dollari di ricavi dichiarati, contro un minimo di 622 milioni nel 2024, l’anno precedente al ritorno alla Casa Bianca. Le entrate di Trump sono più che triplicate da quando è rientrato sulla scena politica e la novità è che The Donald ormai non è più da considerare un magnate del real estate o un uomo di spettacolo: il suo vero business, grazie ai figli, sono diventate le criptovalute, che da sole gli hanno fruttato 1,4 miliardi di dollari. E’ la voce che rovescia tutto quello che si sapeva del patrimonio di Trump: non l’immobiliare, non il golf, non il marchio. Le monete digitali sono la sua attività più redditizia, e lo sono diventate mentre lui era il principale regolatore del settore.
Dentro quel miliardo e quattrocento milioni ci sono due filoni. Il primo è World Liberty Financial, la società fondata con i tre figli maschi e con i Witkoff padre e figli, che vende un token chiamato $WLFI. Nel 2025 il collocamento è stato costruito in modo che il 75 per cento di ogni vendita, dedotte alcune spese, finisse a un’entità riconducibile a Trump. Che il valore del token salga o scenda, l’incasso arriva. Ne sono derivati circa 500 milioni, contro 57 milioni nel 2024.
Le monete digitali sono la sua attività più redditizia, e lo sono diventate mentre lui era il principale regolatore del settore
Il secondo filone è la memecoin $TRUMP, una specie di valuta da collezione, messa in vendita nei giorni precedenti all’insediamento: oltre 600 milioni. Il prezzo del token è oggi intorno a 1,67 dollari, circa l’80 per cento sotto i valori di un anno fa. Il 22 maggio 2025 Trump ha ospitato al suo golf club di Sterling, in Virginia, i 220 maggiori detentori di $TRUMP. Per guadagnarsi un posto a tavola avevano speso complessivamente circa 148 milioni di dollari in token, oltre 111 dei quali dai primi venticinque, ammessi anche a un ricevimento riservato. In cima alla classifica c’era Justin Sun, finanziere cripto cinese che aveva investito 75 milioni in World Liberty Financial. Tre mesi prima la Sec aveva sospeso la causa per frode che gli aveva intentato, motivando la scelta con l’interesse pubblico. Nessuna lista degli invitati è mai stata resa nota.
C’è poi una riga che il documento non spiega e che è stata invece approfondita da varie inchieste giornalistiche. Investimenti non nominati per oltre 200 milioni. La dichiarazione non li collega esplicitamente all’operazione con cui, giorni prima dell’insediamento, una società di investimento legata al governo degli Emirati ha comprato il 49 per cento di World Liberty Financial. Poco dopo gli Emirati hanno ottenuto dall’Amministrazione un accordo sull’export dei chip per l’intelligenza artificiale.
Il resto dei ricavi è legato al vecchio impero. Il golf club e l’hotel Trump National Doral vicino Miami: 122 milioni. Gli introiti delle molteplici attività che si muovono intorno alla villa di Mar-a-Lago in Florida: 77 milioni. Le licenze del marchio “Trump” in medio oriente hanno reso almeno 35 milioni, quelle in Vietnam e Romania, sommate alle vecchie in India, Turchia e Indonesia, altri 20. Arabia Saudita e Qatar da sole oltre 14. Il portafoglio titoli è passato da un minimo di 236 milioni a fine 2024 a un minimo di 857 a fine 2025. Sul lato del passivo, il bilancio si è alleggerito. La condanna civile per frode a New York, quasi mezzo miliardo di dollari, è stata annullata in appello. Restano oltre 50 milioni dovuti a E. Jean Carroll, protagonista della vicenda giudiziaria nella quale il presidente è stato condannato in sede civile per abuso sessuale e diffamazione. In entrata sono arrivati i risarcimenti di Abc, Paramount e Meta, tutti da cause promosse da Trump. Il documento però non scioglie gli interrogativi sulle vere dimensioni attuali della ricchezza di Trump, che è sempre stata un mistero. Quelli dichiarati sono ricavi, non utili: non si sa quali di queste attività guadagnino e quali perdano.
Dopo la diffusione del documento sui guadagni presidenziali, Trump ha detto ai giornalisti di non parlare mai con chi gestisce i suoi soldi, e che se guadagna è perché sale la Borsa. Una risposta che però non contempla le attività internazionali che molto spesso hanno creato interrogativi per i legami evidenti tra attività istituzionale e business.
Un caso significativo è quello dell’ingresso degli emiratini in World Liberty Financial. Il 16 gennaio 2025, quattro giorni prima della cerimonia con cui Trump ha giurato per la seconda volta da presidente, il figlio Eric ha firmato un contratto. Dall’altra parte del tavolo c’era Aryam Investment 1, veicolo di Abu Dhabi riconducibile allo sceicco Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, fratello del presidente degli Emirati e consigliere per la sicurezza nazionale del paese. Cinquecento milioni di dollari per il 49 per cento della società cripto della famiglia Trump. Metà pagata subito: di quei 250 milioni, 187 finiscono a entità controllate dai Trump, altre decine a soggetti legati ai cofondatori, fra cui i figli di Steve Witkoff. Lo stesso mondo che ruota intorno al club nello scantinato di Georgetown.
L’operazione non viene resa pubblica. Emerge solo un anno dopo, nel febbraio 2026, per un’inchiesta del Wall Street Journal su documenti societari mai depositati. E’ il primo caso noto in cui un funzionario di un governo straniero acquisisce una partecipazione quasi di controllo nell’azienda di un presidente americano che si sta insediando alla Casa Bianca. Il contesto rende difficile considerarlo come un affare privato. Due mesi dopo l’inaugurazione del Trump II, gli Emirati ottengono l’accesso a mezzo milione di chip avanzati per l’intelligenza artificiale all’anno, ribaltando le restrizioni imposte dall’Amministrazione Biden e superando le obiezioni di alcuni funzionari della sicurezza nazionale. (segue a pagina tre)
Un dirigente di G42, il polo emiratino dell’AI destinatario di quella apertura, figura fra i consulenti di World Liberty Financial. La società ha negato ogni collegamento fra la raccolta di capitali e le decisioni sui chip, e sostenuto che sarebbe assurdo pretendere da un’azienda americana privata uno standard che non si applica a nessun’altra. La Casa Bianca ha ricordato che il patrimonio del presidente è in un trust gestito dai figli. Del quale, però, il presidente resta beneficiario.
Nel maggio 2025, poi, un secondo fondo di Abu Dhabi regola un investimento da due miliardi in Binance usando USD1, la stablecoin appena lanciata dalla stessa World Liberty. Che ne esce con volume, credibilità e clientela. E qui occorre ricordare cosa è Binance: la più grande piattaforma di scambio di criptovalute al mondo. Nel 2023 è stata protagonista di uno scandalo che ha scosso il mondo cripto, quando si è dichiarata colpevole di non aver mantenuto un sistema antiriciclaggio efficace, pagando 4,3 miliardi di dollari per chiudere l’indagine del Dipartimento di Giustizia. Il fondatore di Binance, il cino-canadese Changpeng Zhao, detto CZ, ha scontato quattro mesi di carcere.
Ma con l’arrivo della seconda Amministrazione Trump, le cose cambiano. Secondo il Wall Street Journal, Binance non si è limitata ad accettare USD1: ha contribuito a costruirne la tecnologia. Una fonte citata dalla Cbs è stata più netta: senza Zhao quella tecnologia non esisterebbe. USD1 viene emessa sulla blockchain di Binance e quotata sulla piattaforma. Poi arrivano i due miliardi del fondo emiratino Mgx, regolati proprio in USD1, che ne fanno di colpo una moneta con un mercato vero. Poco dopo aver messo a disposizione quel sostegno, Zhao presenta una domanda di grazia. Il 23 ottobre 2025 Trump gliela concede. Motivazione della Casa Bianca: era stato perseguitato dall’Amministrazione Biden nella sua guerra alle criptovalute.
Nel 2021, quando viveva gli anni difficili dopo la fine traumatica della sua prima presidenza, Trump definiva “una truffa” tutto il mondo delle criptovalute. In buona parte era una questione generazionale, il mondo digitale gli è sempre stato estraneo e oscuro – non risulta che Trump abbia mai gestito personalmente un account di posta elettronica – con l’eccezione dei social media, che da uomo di spettacolo e comunicazione gli sono invece estremamente familiari. Sono stati i figli, non solo Don Jr. ed Eric ma anche il più giovane Barron, a introdurlo gradualmente in questa realtà che ora rappresenta il vero nucleo forte delle attività di famiglia. E quando è tornato alla Casa Bianca, Trump ha cominciato a occuparsene anche da un punto di vista legislativo e regolatorio. Lo si è visto con chiarezza in quest’ultimo anno seguendo l’iter delle due leggi con cui l’America sta decidendo le regole delle criptovalute.
La prima è il Genius Act, firmato da Trump il 18 luglio 2025, il primo quadro federale sulle stablecoin, le monete digitali agganciate al dollaro e garantite in larga parte da titoli di stato acquistati dalle aziende private che le promuovono. La legge stabilisce quali riserve deve tenere chi le emette, quali tutele deve garantire ai clienti, chi può entrare nel mercato. Per il settore è la legittimazione che aspettava da anni. Quattro mesi prima, la società della famiglia Trump aveva lanciato la propria stablecoin, USD1. A un anno di distanza dall’approvazione, l’attuazione comunque ancora arranca e la Federal Reserve non ha ancora pubblicato la propria proposta di regolamento. L’altra legge è il Clarity Act ed è una partita ancora più importante, perché deve sciogliere il nodo rimasto aperto su chi vigila su tutto il mondo cripto, la SEC o la CFTC (Commodity Futures Trading Commission). Approvato dalla Camera nel 2025, uscito dalla commissione banche del Senato con quindici voti contro nove, il provvedimento subito dopo si è incagliato. Bloccato su un punto solo: la clausola etica che vieterebbe ai funzionari pubblici partecipazioni rilevanti nel settore. I democratici la vogliono con un meccanismo di applicazione affidato ai procuratori generali degli stati, molti dei quali sono in guerra aperta con l’Amministrazione. La Casa Bianca non ha ancora fatto sapere quali limiti sarebbe disposta ad accettare. In sostanza, la legge che dovrebbe regolare il settore da cui il presidente ricava la maggior parte del suo reddito è impantanata sulla norma che gli impedirebbe di ricavarlo. Una situazione che da sola rende l’idea del livello di conflitti di interesse a cui è arrivata oggi Washington.
Ma per capire fino in fondo lo spirito dei tempi washingtoniano, è utile tornare a “The Executive Branch” e al fondo d’investimento che ha aperto quel club, 1789 Capital, perché è la vera rappresentazione del modello trumpiano vigente. La società nasce a Palm Beach nel 2022, fondata da Malik con Rebekah Mercer e con Buskirk, cofondatore del Rockbridge Group, la rete riservata di finanziatori trumpiani nella quale aveva investito tempo e soldi anche Vance. Il nome è stato scelto in onore dell’anno in cui è stato scritto il pacchetto di emendamenti alla Costituzione sulle libertà civili noto come Bill of Rights. La tesi d’investimento dell’epoca, durante la presidenza Biden, è che le infrastrutture americane, dalle banche ai media, escludano il punto di vista conservatore, e che ci sia da costruire un’economia parallela. Alla fine del 2023 il fondo aveva raccolto circa cento milioni. Meno di una settimana dopo la rielezione del padre, Donald Trump Jr. sale sul palco di un evento Rockbridge a Las Vegas e annuncia che entra in 1789. Da lì la traiettoria cambia scala. Oggi la società gestisce oltre tre miliardi di dollari. Il fondo principale ha reso circa il 200 per cento al 30 giugno, contro una media del 21 per cento per i fondi di venture capital nati nel 2023. Angela Lee, che insegna Venture capital alla Columbia Business School, ha detto al New York Times di non aver mai visto gestori al primo fondo raccogliere tanto, e offre una spiegazione plausibile: la gente sta pagando per la prossimità al potere. Come i soci del club di Georgetown.
I casi si somigliano tutti. Prendiamo Polymarket, il sito di scommesse predittive: quando 1789 entra vale 300 milioni e ha il divieto di accettare puntate in denaro da residenti americani. Poi un regolatore federale gli concede una licenza. Oggi vale quindici miliardi. Oppure Vulcan Elements, produttore di magneti di terre rare: valeva circa 200 milioni all’ingresso di 1789 lo scorso autunno. Pochi mesi dopo ottiene un impegno di prestito da 620 milioni dal Pentagono e ora vale due miliardi. I democratici alla Camera hanno aperto un’indagine, tuttora in corso, per capire se il fondo abbia influito su quel prestito. Ma Malik e Trump Jr. ribattono di non aver ricevuto alcuna informazione riservata, si è trattato solo di scommettere su un settore che aveva enorme potenziale di crescita. “Non ci voleva un genio per immaginarselo”, ha detto Don Jr.
Di colpi analoghi, 1789 Capital sembra riuscire a farne molti. Per esempio con Reflection AI, che passa da 3,5 a 25 miliardi di dollari di valore in un anno, con Malik che le procura uno dei primi clienti dentro la propria rete coreana e il ministero del Commercio che designa il progetto risultante come primo fiore all’occhiello del suo programma di esportazione dell’AI americana.
Malik e Trump Jr. difendono il loro lavoro in modo coerente e senza alcun imbarazzo. Don Jr. dice di parlare col padre ogni qualche settimana, di non discutere mai di affari, di non avere alcun ruolo nell’Amministrazione. Malik si vanta di non aver mai messo piede alla Casa Bianca, ma ammette che conoscere personalmente le persone dell’Amministrazione li aiuta a posizionare le strategie d’investimento. Qui sembra esserci il cuore del metodo del momento: la capacità di sapere prima e meglio di chiunque altro dove andrà la spesa pubblica, perché la si respira a cena o sorseggiando un drink al club. Nello stesso tempo, per le aziende avere 1789 nel capitale diventa un segnale. Durante una recente call con gli investitori, l’amministratore delegato di VulcanForms ha citato ripetutamente quell’investimento, lasciando intendere cosa potesse aprire.
Tutto in apparenza legale e in buona parte alla luce del sole. E lo stesso discorso vale per le attività di Jared Kushner, il genero del presidente, meno visibile rispetto alla prima Amministrazione ma sempre molto attivo. Oggi è il principale negoziatore americano in medio oriente insieme a Witkoff e nel frattempo dirige Affinity Partners, il fondo di private equity che ha aperto nel 2021, dopo aver lasciato la Casa Bianca. Il fondo gestisce 6,16 miliardi di dollari, di cui 1,2 raccolti nell’ultimo anno. La quota di capitale proveniente da soggetti stranieri, secondo la ricostruzione dei democratici della commissione Giustizia della Camera, è del 99 per cento: fondi sovrani di Arabia Saudita, Emirati, Qatar. Due miliardi sono arrivati dal PIF saudita, contro il parere degli analisti del fondo, superato dal principe ereditario.
Nel marzo 2026 la stampa americana ha rivelato che Kushner sta raccogliendo altri cinque miliardi dagli stessi governi con cui sta trattando per conto degli Stati Uniti. Sono partite varie inchieste parlamentari, spingendo il fondo a dichiarare che non chiederà altro denaro agli alleati finché Kushner presterà servizio volontario per l’Amministrazione. Nel frattempo, il genero del presidente si occupa anche del piano da trenta miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza.
Per oltre due secoli, le cose erano andate diversamente quando si trattava degli affari dei presidenti. Lindsay Chervinsky, che dirige la biblioteca presidenziale di George Washington a Mount Vernon, lo ha sintetizzato dicendo che storicamente l’ufficio pubblico è stato semmai una fonte di debiti, non di entrate. Megan Gorman, autrice di uno studio sul patrimonio dei presidenti, definisce quello che sta accadendo semplicemente senza precedenti.
Gli esempi valgono più delle definizioni. Il presidente Warren Harding possedeva un giornale dell’Ohio, in famiglia da quasi quarant’anni: appena arrivarono le polemiche legate al suo nuovo ruolo politico, lo vendette, poco prima di morire nel 1923. Lady Bird Johnson, la moglie dell’allora vicepresidente Lyndon B. Johnson, che aveva comprato e risanato una stazione radio di Austin, trasferì le sue emittenti radiotelevisive a un trustee esterno dopo l’assassinio di Kennedy. Jimmy Carter affidò la sua piantagione di arachidi a un amministratore indipendente. George W. Bush vendette la propria quota dei Texas Rangers prima delle elezioni. Da Johnson in poi, blind trust per tutti: Carter, Reagan, Bush padre, Clinton, Bush figlio. Obama non ne costituì uno solo perché possedeva esclusivamente fondi comuni.
La soglia dello scandalo stava molto più in basso di dove sta oggi. James Roosevelt, figlio di Franklin Delano, era comproprietario di una compagnia assicurativa che vendeva polizze ad aziende e agenzie governative mentre faceva il consigliere del padre. Il Saturday Evening Post e il New York Times ci costruirono sopra il caso passato alla storia come “Jimmy’s Got It”, e il figlio del presidente dovette lasciare l’incarico. Billy Beer, la birra a marchio del fratello di Jimmy Carter, generò settimane di polemiche.
Da Johnson in poi, blind trust per tutti: Carter, Reagan, Bush padre, Clinton, Bush figlio. Obama non ne costituì uno solo perché possedeva esclusivamente fondi comuni
Il caso limite è quello di Harry Truman. Lasciò la Casa Bianca nel 1953 praticamente senza mezzi, rifiutando incarichi societari e apparizioni televisive. Le sue dichiarazioni dei redditi raccontano il crollo: 100.539 dollari nell’ultimo anno da presidente, 34.176 l’anno dopo, 13.564 nel 1954. Scrisse che non avrebbe mai potuto prestarsi a un’operazione, per quanto rispettabile, che commercializzasse il prestigio dell’ufficio presidenziale. Nel 1958 il Congresso approvò la legge sulla pensione agli ex presidenti perché Truman non aveva di che vivere. Settant’anni dopo, un presidente in carica dichiara 2,2 miliardi di ricavi e spiega serenamente ai cronisti che se guadagna, è perché sale la Borsa.

