Esteri
il blocco poco compatto •
L’Ucraina nell’Ue è un obiettivo alla portata, ma serve unanimità
Un paper spiega come integrare Kyiv secondo la formula Merz e fare tutti contenti, dai "condizionalisti di principio", ai "massimalisti della sicurezza", fino all'Ungheria, che "rappresenta un caso a sé stante"
25 LUG 26

Foto ANSA
Berlino. Europa avanti adagio, si riparte da Friedrich Merz. L’allargamento dell’Ue torna al centro del dibattito grazie a un paper dello European Council on Foreign Relations (Ecfr), che riprende la proposta avanzata a maggio dal cancelliere tedesco Friedrich Merz di concedere all’Ucraina uno status di membro associato dell’Ue, consentendo ai rappresentanti di Kyiv di partecipare alle riunioni della Commissione e del Consiglio europeo senza un’adesione piena. Una soluzione respinta a caldo dal presidente Volodymyr Zelensky convinto che l’Ucraina debba ottenere una membership su un piano di parità con gli altri stati membri.
Il paper sviluppato attorno all’idea del cancelliere – il quartier generale dell’Ecfr è a Berlino – ricorda che l’allargamento è un nodo irrisolto e che alle porte dell’Ue bussano da tempo Montenegro, Albania, Kosovo, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, e la Macedonia del nord come pure la Moldavia. Le due esperte dell’Ecfr, Engjellushe Morina e Gabrielė Valodskait, premettono che laddove nessuno dei paesi candidati (con l’eccezione, forse, del Montenegro) è pronto ad aderire all’Ue oggi, “ora è proprio il momento per l’Ue e i suoi stati membri di agire”. Il paradigma si rovescia: i candidati devono sì adeguarsi agli standard loro richiesti, ma sta ai padroni di casa raggiungere una posizione unanime.
La questione è di metodo e di contenuto: da un lato, scrivono, il dibattito è circoscritto alle élite europee – una situazione che dovrà cambiare coinvolgendo gli elettori “per non lasciare terreno fertile a narrazioni populiste e di estrema destra”. Dall’altro serve un quadro di adesione adeguato alle sfide geopolitiche e interne dell’Ue: “Dovrà formarsi una coalizione chiamata “Team Enlargement”, composta da dieci stati-chiave e guidata, ça va sans dire, dalla Germania. Il paper prevede “un calendario in quattro fasi per attuare questa strategia nei prossimi 18 mesi”. La fretta (relativa) è presto spiegata: l’adesione all’Ue sarà essenziale per qualsiasi accordo di pace che Kyiv e il popolo ucraino accetteranno, e anche gli Stati Uniti hanno chiarito di vedere l’ingresso ucraino nell’Ue come indispensabile per la pace. Non ne va però solo dell’Ucraina: oggi, ribadiscono, “non riuscire a integrare i paesi candidati che confinano con il blocco rappresenta una crescente vulnerabilità in termini economici, politici e strategici”. Morina e Valodskaitė riconoscono ai leader europei di comprendere “in gran parte” l’imperativo geopolitico dell’allargamento. “Dove esitano è la pratica”.
Le due autrici fanno dunque ordine in casa europea dove intravedono i “condizionalisti di principio” – Danimarca, Germania e Svezia – favorevoli a un allargamento basato sullo stato di diritto e le riforme istituzionali. Gli “scettici condizionali” – Austria, Francia, Italia e Paesi Bassi – il cui sostegno è più subordinato alle preoccupazioni nazionali. Poi ci sono “i massimalisti della sicurezza” – Lituania e Polonia – spinti soprattutto dalla loro esposizione alla Russia. Infine c’è l’Ungheria, “che rappresenta un caso a sé stante, pur essendo favorevole all’allargamento nei Balcani occidentali”. C’è chi teme le migrazioni incontrollate e chi la concorrenza dei beni agricoli oggi esterni all’Unione ma “l’unico vero punto comune a tutti e dieci gli stati membri esaminati è la condizionalità basata sul merito: è il collante che tiene insieme questo gruppo”. Serve dunque sostenere i piani della Commissione per evitare “regressioni” in stile Orbán nelle pratiche democratiche dopo l’adesione dei nuovi membri ma soprattutto bilanciare i bisogni, sovrapponibili, dei tre gruppi di Stati (più l’Ungheria) “per ideare una strategia di ampliamento credibile e a tenuta stagna che rispetti l’urgenza della questione”. Un esempio? Permettere al governo francese di dire che insiste su rigorosi standard europei, a quello olandese che sta applicando severi princìpi di prudenza fiscale. mentre Roma e Vienna assicureranno gli elettori di aver ricevuto garanzie sulle migrazioni. E poi via con quattro fasi: sviluppare la “lettera Merz” in un concetto completo; sviluppare una narrazione coinvolgente; far votare l’allargamento al Consiglio europeo; mettere in pratica il nuovo quadro. Per i primi tre punti c’è tempo fino alla fine di quest’anno; per l’ultimo c’è tutto il 2027. Il piano è fattibile, concludono le due autrici, ricordando che persino in Ungheria “il 64 per cento degli elettori è favorevole a un ulteriore allargamento dell’Ue, principalmente per ragioni pragmatiche”.