Esteri
dalla nostra inviata •
Fra i girasoli e le mine, cosa resta dopo l'occupazione di Mosca
Lungo una strada di campagna a Mykolaïv che racconta la ritirata dei soldati russi e la difficoltà della popolazione di riprendere possesso delle proprie vite
25 LUG 26

Foto LaPresse
Ternovyi Pody (oblast di Mykolaïv), dalla nostra inviata. La terra che si estende fra le regioni di Mykolaïv e di Kherson racconta la storia di una controffensiva riuscita e di una nuova fase della guerra in attesa. Le città sono per i monumenti, come Kherson in cui ogni casa bombardata è un simbolo di resistenza. I villaggi invece sono per le rovine, parlano la lingua dei ricordi quando non sono ancora passato. Per la strada che conduce verso il villaggio di Ljubomirivka oggi ci sono campi coltivati, distese di grano alternate a file di girasoli, ma più ci si avvicina a Ternovyi Pody più fra i campi spuntano spunzoni rossi e bianchi sormontanti da un cartello che in modo inequivocabile indica: pericolo. I russi si sono ritirati da queste strade nell’autunno del 2022, dopo una battaglia in cui i vari villaggi fra le regioni di Mykolaïv e di Kherson passavano da un esercito all’altro più volte nell’arco della stessa settimana. Si combatteva per centimetri di territorio, fino a quando l’esercito ucraino non iniziò a spingere i russi verso il fiume Dnipro. All’esercito di Mosca non restava altro da fare che indietreggiare per non finire intrappolato con le spalle al fiume. Senza alternative, continuò a ritirarsi, villaggio dopo villaggio, lasciando distese di campi minati. I cartelli rossi con il teschio che turbano la quiete degli steli lunghi dei girasoli indicano che le mine ci sono ancora, dopo quasi quattro anni dalla controffensiva – sono l’arma che non manca mai, nel disperderle si abbonda e questi campi lo sanno bene. Erano state lasciate per fermare i soldati ucraini, sono diventate il tormento delle mucche e la condanna dei contadini che per riprendere a lavorare con il raccolto hanno dovuto attendere le attività di sminamento e a volte, impazienti, si sono arrangiati da soli. A Ljubomirivka, che ormai ha ripreso una forma di vita, c’era un allevamento di ovini che durante l’occupazione e la controffensiva, rimasti senza cibo, iniziarono a uscire per cercare di nutrirsi di tutto ciò che era rimasto nei campi abbandonati. Non c’erano umani che potessero raccogliere, o erano andati via o era troppo pericoloso mettere piede in un campo, ma la mucca che non sa cosa sia una mina in quei mesi cercava cibo e trovava l’esplosione. Oggi la strada dissestata, di campagna, sembra essere tornata alla normalità, ma se al bivio per Ljubomirivka si svolta dalla parte opposta, verso una stradina ancora più incolta e sconnessa, dopo quel che rimane di un monumento della Seconda guerra mondiale che ricorda una battaglia fra eserciti molto diversi che si combatté fra queste campagne, si arriva a Ternovyi Pody, un via con case, o quel che di esse rimane, ai due lati. Sembra il fossile di un villaggio, invece è abitato non soltanto dalle storie dell’occupazione ma da una coppia che quell’occupazione l’ha vissuta quasi tutta e appena ha saputo che era finita, nonostante la distruzione, nonostante le mine, ha deciso di tornare. Olena e Volodymyr hanno gli occhi inquieti, mandano lampi di una tristezza accettata non con rassegnazione ma con saggezza.
Hanno nei lineamenti intrappolato il ricordo della loro bellezza. Sono cotti dal sole, forme umane fra ruderi bruciati invece dalla guerra. Lei parla molto, quando fa uscire la sua voce di anziana sembra che qualcuno la stia doppiando: il suo viso è liscio, fa a cazzotti con quei capelli bianchi e la camminata sbilenca. Lui medita, guarda, usa i fiammiferi per rianimare più volte la stessa sigaretta, non ha bisogno di sorridere per dimostrare di essere contento di avere ospiti inattesi, contrariamente a sua moglie, in lui tutto combacia: la voce, lo sguardo, il giacchino di jeans e anche il cappellino della Nike calcato in testa. Sembra che sia qui da sempre, da giorni, da anni, forse anche da secoli. Sembra che Ternovyi Pody siano loro, Volodymyr e Olena. Erano nel villaggio quando arrivarono i russi, “era terribile sia perché avevamo paura di loro sia perché non sapevamo come sopravvivere”, dice lei spiegando la natura della sua paura: non temeva di essere uccisa, temeva di rimanere senza nulla per sopravvivere. I russi occupavano le case dei vicini rimaste vuote e per timore che i loro rifugi venissero colpiti dall’esercito ucraino scavavano delle fosse nel pavimento, si mettevano a vivere sottoterra. Pretendevano il cibo da chi era rimasto a Ternovyi Pody che pure non sapeva come nutrirsi. Per i soldati di Mosca era pericoloso cucinare gli animali, senza cucine funzionanti serve un fuoco e il fuoco è un regalo al nemico, equivale a un invito: colpiscimi. Fra la paura e la mancanza di tutto, anche Volodymyr e Olena, ultimi nel villaggio, decisero di andarsene quando vennero uccise le loro mucche.
Tornarono a piedi da Mykolaïv non appena seppero che la breve strada che detta la dimensione del loro villaggio era stata liberata. Tornarono attraverso le vie minate e ritrovarono la casa bruciata per metà. E’ ancora così, Volodymyr e Olena attendono, ricordano, non chiedono risarcimenti, quelle pareti annerite sono diventate la loro normalità mentre osservano il ritorno di qualche vicino e danno rifugio a chiunque lo chieda: cani, capre, giornalisti sperduti.
“Ancora lavorano”, dice Olena parlando degli sminatori. In questi anni sono arrivate squadre da varie parti dell’Europa, tante si sono concentrate proprio in questa zona. I lavori procedono sia all’inizio sia alla fine del villaggio e a giugno un missile Iskander ha colpito una squadra di sminatori norvegesi che lavorava con i colleghi ucraini: sono morti in due. Volodymyr e Olena c’erano, hanno sentito e visto. Loro sono sempre qui, sono i custodi di un villaggio che fatica a ricominciare a vivere, accolgono le visite con gentilezza, hanno aneddoti, storie, non si curano delle speranze. “Quando abbiamo bisogno di qualcosa prendiamo la bicicletta e andiamo a Ljubomirivka”, dice Volodymyr. I cani che hanno accolto abbaiano, sembrano un esercito e fra i guaiti è molto difficile ascoltare le voci della coppia, ma loro due non ci fanno caso. Oltre ai cani, hanno molte capre, animali che, secondo Volodymyr, sono perfetti contro le mine: camminano senza affondare il passo, non calpestano nulla, hanno la leggiadria e l’accortezza che manca alle mucche di cui i campi hanno fatto stragi. Sono animali fatti per sopravvivere alla ritirata di Mosca che dopo tre anni ha lasciato i suoi danni. La vita ha faticato a riprendersi i campi, Volodymyr e Olena si sono ripresi la loro casa, anche loro sono perfetti per la sopravvivenza mentre tutto attorno c’è una distruzione per la quale esiste soltanto un rimedio: se l’uomo tornerà, passerà, ma l’uomo è ormai per lo più in città, cerca monumenti, rifugge i ruderi.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
