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una strana caratteristica •
Con la cultura si mangia, Londra però deve riapparecchiare la tavola
Quella britannica rimane una capitale culturale globale, eppure il sistema mostra segni di affaticamento, manifestando una crisi di struttura che a seguito dello stop della pandemia non ha trovato soluzioni. Arts council, risorse, formazione: i nodi per il nuovo governo
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Foto Ansa
La cultura ha una strana caratteristica, compare raramente nelle campagne elettorali e puntualmente emerge nei primi problemi di ogni governo. Succede oggi anche nel Regno Unito, dove il nuovo esecutivo eredita un sistema artistico tra i più autorevoli al mondo ma anche uno dei più esposti alle contraddizioni del presente. Londra rimane una capitale culturale globale, i suoi magnifici musei continuano a essere punti di riferimento internazionale, le università attraggono talenti da ogni continente e le industrie creative rappresentano una delle principali ricchezze del Paese. Eppure il sistema mostra segni di affaticamento, manifestando una crisi di struttura che a seguito dello stop della pandemia non ha trovato soluzioni. Anzi, le cose sono peggiorate. Con l’arrivo di Andy Burnham a Downing Street e la formazione di un nuovo governo laburista, il nuovo ministero della Cultura dovrà affrontare diverse questioni decisive che influenzeranno il futuro delle arti.
La prima riguarda il destino dell’Arts Council, l’organismo che distribuisce i finanziamenti pubblici. Malgrado i cospicui fondi elargiti, da anni l’organismo è al centro di polemiche. Troppo burocratico per alcuni, troppo centralizzato per altri quindi incapace di trovare un equilibrio convincente tra Londra e le regioni del Regno. Riformarlo significa ridefinire il rapporto tra Stato e produzione culturale e più in generale risolvere l’ormai desueta dicotomia tra cultura come forma educativa e cultura come opportunità economica. Il secondo tema è di natura appunto economica. Dopo oltre un decennio di bilanci compressi, musei, teatri e biblioteche sono chiamati a fare sempre di più con sempre meno. Publico, publico, publico, mostre blockbuster! La miope visione come soluzione alla crisi di visitatori post-covid è rimasta tale: popolarizzare la cultura, abbassare le pretese del pubblico svilendo i contenuti. La cultura continua a essere celebrata come motore di sviluppo ma raramente viene trattata come un’infrastruttura strategica. Sembra che ci si rivolga a essa dopo, come forma di sostegno aggiuntivo o edulcorazione di un insieme, ma mai nella fase strutturale. Non bisogna dimenticare che conservare una collezione, produrre una mostra o formare un artista richiede tempi lunghi, investimenti costanti e una visione che difficilmente coincide con quella del ciclo elettorale. E questo l’Italia, ahimè, lo sa bene. Esiste poi un problema più silenzioso, ma forse ancora più decisivo: l’educazione, che a parole interessa tutti ma anch’essa troppo distante da necessità elettorali a breve termine. Negli ultimi anni le discipline artistiche hanno progressivamente perso spazio nella scuola britannica, con il timore di “formare futuri disoccupati”, come se dipingere fosse un vezzo della domenica. Ogni sistema culturale vive infatti di un ricambio continuo di artisti, curatori, restauratori, architetti, tecnici, studiosi. Ridurre l’investimento nella formazione significa compromettere il futuro della cultura prima ancora della sua economia.
Infine c’è la Brexit, che continua a produrre conseguenze meno appariscenti ma profonde. La mobilità degli artisti è divenuta più complessa, gli scambi istituzionali meno fluidi, la circolazione delle opere più onerosa. In un mondo dell’arte che vive, o dovrebbe vivere, di relazioni internazionali, ogni barriera amministrativa si traduce inevitabilmente in una barriera culturale. A tutto questo si aggiunge la questione che probabilmente definirà il prossimo decennio: l’intelligenza artificiale. La discussione sul copyright non riguarda soltanto la tutela economica degli autori ma riguarda l’idea stessa di creatività. Se le opere diventano materia prima per addestrare algoritmi senza regole condivise, il rischio è quello di costruire l’innovazione impoverendo proprio coloro che la rendono possibile. Pochi giorni fa, Anish Kapoor, intervistato dall’Observer in occasione della grande retrospettiva alla Hayward Gallery, ha espresso con franchezza il suo punto di vista. Dopo aver liquidato con distaccata ironia British l’ArcelorMittal Orbit (la torre-scultura realizzata per le Olimpiadi di Londra del 2012) come “non il mio lavoro migliore”, perché “l’ingegneria vi prevale sull’opera” (musica per le nostre orecchie e sollievo per la nostra anima, finalmente), ha rivolto un appello al nuovo primo ministro: restituire centralità alle industrie creative, un tempo secondo motore dell’economia britannica dopo la finanza. “Parlano ai giovani, al loro senso dell’avventura e all’inventiva di un Paese”, ha detto. Perché senza una politica culturale ambiziosa, il rischio è quello di ritrovarsi in un mondo dove tutto finisce per assomigliare “a un enorme campo da golf”.
I quesiti del nuovo governo dunque non consistono semplicemente nell’aumentare i finanziamenti ma nel decidere quale ruolo assegnare alla cultura nella società britannica. Se considerarla una voce di spesa da contenere oppure un investimento strategico, capace di generare ricerca, innovazione, diplomazia e crescita economica. Le grandi nazioni raramente si riconoscono soltanto dal PIL ma dalla qualità delle loro istituzioni culturali e dalla fiducia che ripongono in esse. È una lezione che riguarda il Regno Unito, ma che dovrebbe interessare tutta l’Europa.