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American communist. Paure vecchie e nuove
Trump rispolvera il linguaggio degli anni Cinquanta mentre la sinistra punta sull’anticapitalismo. Cosa vuole dirci il presidente? Che i nemici sono di nuovo i comunisti? Non certo l’amico Xi
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Bernie Sanders e Zohran Mamdani in un comizio a New York in vista delle Primarie Democratiche a giugno (foto Getty)
Il 4 luglio, 250esimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, Donald Trump ha usato una parola che sembrava ormai vintage nell’America post-guerra fredda: comunismo. “L’America non sarà mai un paese comunista”, ha dichiarato, assumendosi l’incarico di protettore della nazione dai nuovi bolscevichi. Qualche giorno dopo è tornato sulla questione ripetendo che: “Il comunismo è un cancro, e va tagliato via in fretta”. Non si è potuto fare a meno, in Italia, di ripensare quasi con nostalgia agli attacchi del Cav. quando gridava “siete ancora ed oggi come sempre dei poveri comunisti”, frase che oggi ritroviamo nel braccialetto di silicone che Gennaro Sangiuliano porta con orgoglio su La7. Era dai tempi di Ronald Reagan, e dalle sue barzellette sulla burocrazia sovietica e sulla mancanza di libertà, che un presidente degli Stati Uniti non tirava fuori il comunismo con questa foga. E l’ha fatto usando il vecchio trucco di dipingere come comunisti tutti quelli a sinistra di Barack Obama. George W. Bush, proprio per rendere omaggio al presidente cowboy aveva inaugurato nell’anniversario del discorso virale – “signor Gorbaciov, butti giù questo muro!” – un memoriale per le vittime del comunismo, che sembrava, appunto, chiudere un capitolo.
Dopo il ‘91 anche nel cinema di spionaggio – ottimo termometro geopolitico – i nemici, che prima erano i tovarich con l’uniforme verde oliva, divennero i terroristi rogue o i pazzi megalomani e, ovviamente, dopo l’11 settembre, ecco arrivare gli arabi, gli islamici, la jihad. Oggi cosa vuole dirci, Trump? Che i nemici dell’America sono di nuovo i comunisti? Non certo l’amico Xi Jinping, che tanto invidia per come lo trattano i sudditi, o l’amico Putin, che quasi venera. Forse i nuovi nemici dell’America sono i socialisti di Brooklyn, che hanno sostituito Karl Marx con Sally Rooney e il ciclostile con Instagram? E in effetti da un po’ il socialismo negli Stati Uniti non è più una parolaccia da extraparlamentari. Prima c’è stato Bernie Sanders, il vecchio senatore che ha sdoganato la parola con la S, cioè socialdemocrazia. Poi la cameriera ispanica precaria diventata deputata, Alexandria Ocasio-Cortez, che ha costruito una Squad di “ribelli” islamico-progressisti dentro la grande coalizione dem, tanto che nel 2018 il New York Times titolò: “I millennial hanno accolto il socialismo”. E infine il celebratissimo sorridente Zohran Mamdani che sta diventando quasi una divinità a New York, dopo la vittoria dei Knicks, la squadra di basket della città e, in secondo luogo, dopo aver pareggiato il bilancio e bloccato alcuni affitti. Ovviamente questa trinità è solo l’apice di un grosso movimento, e di tanti altri personaggi dell’agone politico che stanno emergendo, soprattutto puntato sulla lotta alle disuguaglianze sociali, ai monopoli del big tech e l’aumento del costo della vita. Mamdani ha voluto tranquillizzare Trump. “No, non sono un comunista”, ha detto un anno fa, ma un semplice “democratico-socialista che si ispira alle parole di Martin Luther King jr. sulla redistribuzione sociale della ricchezza”. Anche se Trump, in vista delle midterm di novembre, prova a demonizzare questi hipster pro Pal e soprattutto pro hummus, questi non somigliano ai vecchi comunisti delle favole, quelli che mangiavano i bambini, anche perché i compagni con le tote bag di Strand sono quasi tutti vegetariani. Bagel & martello. Nomadi digitali di tutto il mondo unitevi. I Mamdani fanno più paura ai democratici non-socialisti, dato che per una volta rischiano di vincere contro un Trump ottantenne che è al minimo dei consensi, e hanno paura di perdere i centristi e gli elettori degli stati del Sud con la reinassance troskista e un rebranding anticapitalista del partito dei Clinton.
Se la crisi del 1929 aveva fatto iscrivere le persone al partito comunista, quella del 2008 ha permesso di riconsiderare il socialismo
Ma quella del comunismo in America non è una novità. New York ebbe due consiglieri comunali espressamente comunisti, prima e dopo l’ultima guerra. Il deputato Vito Marcantonio, che rappresentava East Harlem, e sodale del sindaco Fiorello La Guardia, fu membro della più importante organizzazione operaia statunitense, ufficiosamente affiliata ai comunisti. Perché i comunisti negli Stati Uniti ci sono sempre stati. Un po’ come a Livorno col Pci nel 1921, il partito comunista americano (Cpa) nacque nel 1919 a Chicago staccandosi dal partito socialista d’America, sulla scia della Rivoluzione d’ottobre. Invece di Bordiga e Togliatti c’erano figure come Charles Ruthenberg e John Reed – entrambi verranno seppelliti lungo le mura del Cremlino. Ma se Ruthenberg, ex agitatore socialista e pacifista nella Prima guerra mondiale, creò il Cpa facendo leva sui tanti immigrati, il giornalista di Harvard, Reed, fondò il suo partito - quello comunista dei lavoratori - per parlare ai proletari nati in America. Classico divisionismo della sinistra. I due partiti nacquero a distanza di dieci ore. Ma con il crollo della borsa del 1929 e le strade che si riempivano di disperati, il partito di Reed confluì in quello di Ruthenberg. In quegli anni il Cpa, legato a Mosca, funzionò soprattutto per organizzare e rafforzare le unions, i sindacati, che sembravano un concetto alieno nella patria del capitalismo, oltre a divenire un megafono dei disoccupati vittime della Great depression. Il partito raggiunse il suo apice di iscritti (45mila) nel 1942, mentre si entrava in guerra, proprio giocando sull’alleanza con i sovietici per battere i nazisti dopo anni di propaganda non-interventista. Parliamo di anni in cui i repubblicani dipingevano il presidente FDR come uno “Stalin d’America”, che col suo New Deal creava lavori pubblici pur di tenere occupati i cittadini. Negli anni successivi la fedeltà allo stalinismo – quello vero – del Communist party of America fece storcere il naso a molti simpatizzanti e scese il numero di iscritti al partito. Questo accadde di nuovo quando i crimini del baffone diventarono pubblici, grazie a Kruscev. Ma il partito era già stato decimato tra la fine degli anni Quaranta e metà anni Cinquanta, nel decennio della Red scare, attraversato dalla paura dei rossi, e quindi dal Maccartismo, con le continue espulsioni o uccisioni di spie sovietiche (o presunte tali). Emblematico, da sussidiario delle medie, il caso dei coniugi Rosenberg, che diedero al Kgb documenti segreti e che a Sing Sing vennero giustiziati sulla sedia elettrica. A spingere insistentemente per la pena di morte fu l’allora giovanissimo – ventiquattrenne – procuratore e futuro mentore di Trump e poi vittima dell’Aids, Roy Cohn. Il processo contro “i terribili comunisti” lo fece entrare nell’orbita del senatore Joseph McCarthy, protagonista di quella stagione. La sua caccia senza scrupoli faceva vedere i rossi dappertutto. E, bizzarramente, McCarthy fu aiutato da due matricole in congresso che anni dopo si sarebbero sfidati alle urne e in tv: John F. Kennedy e Richard Nixon. McCarthy e Kennedy, entrambi single e amanti dei party, andavano in giro insieme a bere e a rimorchiare a Washington, organizzando festini nella casetta di Georgetown che papà Joseph, supporter del senatore dell’inquisizione anti-bolscevica, aveva comprato al futuro presidente americano. Con il bipolarismo Usa-Urss chiunque mettesse in dubbio la superiorità ideologica e morale dell’occidente veniva subito visto come potenziale nemico della patria. Le purghe nel mondo dello spettacolo portate avanti dal melodrammatico McCarthy, che lo scrittore Sam Tanenhaus ha definito un “maligno emblema dell’ansia statunitense nei primi anni della Guerra fredda”, hanno segnato un’epoca, più dei comunisti stessi che bazzicavano nel paese, prendendo o raccogliendo soldi (e a volte documenti) per il Cremlino. Dalton Trumbo fu costretto a far firmare da un amico la sceneggiatura di Vacanze romane, Jules Dassin si autoesiliò in Europa, mentre Dashiell Hammett, autore de Il falcone maltese, si fece anche un po’ di galera per non aver detto i nomi di altri rossi di Hollywood. Una caccia alle streghe vera e propria che decimò il partito e spaventò molti fiancheggiatori. Ci si può immaginare oggi una nuova caccia Maga al comunista dove si va a vedere sui social se qualcuno ha ripostato un meme marxista, una foto di un sexy Fidel Castro (esistono davvero pagine del genere) o un tweet contro il triliardario Elon Musk con l’immagine della ghigliottina.
Oggi il partito comunista dice di avere almeno 11 mila membri attivi, che sarebbero aumentati dopo la prima vittoria di Trump dieci anni fa
Nell’ultimo libro di Enrico Deaglio Il novecento, sulle spalle dei giganti (Gribaudo, 2026) si parla dell’anarchico italiano Carlo Tresca, assassinato sulla 5th Avenue (forse addirittura dai compagni filosovietici che lo temevano). Per farne un ritratto il giornalista parte da un disco noto a tutti, The Freewheelin’ di Bob Dylan, del ‘63. Il futuro Nobel è lì in piedi: un ragazzo, con il giubbotto scamosciato e i jeans, su una strada ghiacciata del Greenwich Village. Aggrappata al suo braccio c’è una ragazza, Suze Rotolo. Figlia di comunisti stalinisti “attenzionati come agenti segreti sovietici” e comunista pure lei, lascerà Dylan per un operaio umbro della Perugina. Era stata lei, o almeno così dice, ad avvicinare il cantautore ai temi degli scioperi e del radicalismo. Fa pensare a quel monito molto maccartista, “un comunista può essere ovunque, si possono nascondere ovunque”, anche sulla copertina di uno degli album più famosi della storia. Il partito perderà poi altri membri prima con la frattura sinosovietica, dove molti si avvicinarono a gruppi maoisti, poi con la guerra in Vietnam – come si poteva esser pacifisti e supportare l’ipermilitarizzato stato di Breznev? – fino a un vero disastro, anche delle proprie casse, con il crollo dell’Urss nel ‘91. Oggi il partito comunista dice di avere almeno 11 mila membri attivi, che sarebbero aumentati dopo la prima vittoria di Trump dieci anni fa. Sul suo sito ufficiale la prima cosa che appare è un banner che dice “basta guerra in Iran” e sotto un quiz per testare le tue conoscenze sulla dottrina di Marx. Si parla anche di “classe dominante Maga vs. classe lavoratrice multirazziale”.
Secondo Maurice Isserman la tragedia dei comunisti americani sta nell’essersi appoggiati a un modello “pieno di difetti e storicamente irrilevante”
Gli ideali marxisti in America, anche quando non arrivano a Capitol Hill, arrivano nelle università e nella cultura, come sempre. E forse la più celebre comunista del dopoguerra è Angela Davis, che oggi ha 82 anni, e che non a caso oggi ricompare nelle vetrine delle librerie indipendenti, tra Giovanni’s room e Donna Haraway, nei corsi universitari dei college dell’Ivy League e nei murales di Scampia accanto a Pasolini. Davis, membro delle Black Panthers, riconoscibile con i suoi capelli afro, si candidò anche come vicepresidente nel ticket del partito comunista, non vinse mai un’elezione bensì il premio Lenin per la pace. La sua filosofia che univa Marx, pacifismo e femminismo ha contribuito a costruire il manuale di quella sinistra contemporanea americana che, arricchita dal wokismo, sta diventando mainstream (ma al posto dei pugni alzati oggi ci sono le angurie palestinesi, al posto della disobbedienza civile i post con le frasi di Mark Fisher, al posto delle comuni c’è Hinge, e al massimo la celebrazione di Luigi Mangione). Maurice Isserman, 70enne studioso del comunismo in America, autore di libri come Reds: the tragedy of American communism, dice che nel secolo scorso tra i comunisti a stelle e strisce ci sono state persone “di talento, visione e genuino idealismo”, ma la cui tragedia giace nell’essersi appoggiati a un modello “pieno di difetti e storicamente irrilevante”, quello della rivoluzione bolscevica e dello stato sovietico. “In questo modo”, scrive il professore, “hanno ritardato per generazioni l’opportunità che emergesse una sinistra americana genuina”. E adesso questa nuova vecchia sinistra che può dirsi socialista e che viene, come da tradizione, bollata da Trump come comunista, cosa vuole, e soprattutto, perché ha successo (in certi luoghi, come New York)? Non è per nulla un caso che il revival socialista che vediamo oggi in America segua quel successo del Cpa in chiave anti-fascista, oltre che nell’organizzazione di scioperi in un momento in cui i lavoratori si sentivano sfruttati. Se i vecchi comunisti degli anni Trenta e Quaranta avevano paura dei veri fascisti che provavano ad aprirsi un varco in Congresso e anche nelle Little Italy sparse per gli Usa sfruttando la fandom mussoliniana, oggi i mamdaniani, spesso di seconda generazione, sembrano spaventati dai neo-fascismi. Sia da quelli in odor di Silicon valley sia da quelli dei nazionalisti bianchi che il 4 luglio hanno marciato, mascherati, a Washington urlando white power. La tendenza rossa di oggi, che però usa il più soft epiteto di socialista, è tanto il frutto della paura delle nuove destre estreme tanto quanto degli effetti del capitalismo. Come poco meno di un secolo fa, nasce dalle condizioni di lavoro da una parte, e dalla crescita di un nemico ideologicamente opposto dall’altra. Basta sfogliare una delle bibbie degli hispter-leninisti, Jacobin, per vedere quanto quasi tutti si basi sui mali della mano invisibile di Adam Smith e sui ricconi col monocolo e con i razzi. Se la crisi del 1929 aveva fatto iscrivere nel ventennio successivo le persone al partito comunista, la crisi del 2008 ha portato la gente a riconsiderare il socialismo, a criticare il libero mercato, a chiedere più sanità pubblica, giustizia sociale, bus gratis, supermercati statali. Secondo un sondaggio del 2021 il 49% degli americani tra i 18 e i 34 anni vedeva il capitalismo positivamente, solo tre anni prima la percentuale era di dieci punti superiore. Nel 2025 è scesa di altri 7 punti. E se Trump questa ondata anticapitalista la può sfruttare nei comizi riaprendo il libro delle battute reaganiane e giocando sulla paura bolscevica di chi è cresciuto con M*A*S*H, sarà il partito democratico a dover decidere se è questa o no la strada vincente per tornare al potere.