L’intelligence americana indaga sul sostegno di Mosca a Teheran, ma Rubio minimizza

I satelliti spia russi e quelli di geolocalizzazione cinesi a disposizione di Teheran. Nella notte di domenica scorsa, molti dei droni iraniani e dei missili balistici Zolfaghar hanno bucato le difese aeree delle basi americane in cinque paesi diversi

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Prima e dopo l’incontro con il segretario di stato americano Marco Rubio a Manila, a margine della riunione dell’Asean, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha evitato accuratamente tutte le domande dei giornalisti. Prima facendo finta di non sentire (“parlate più forte!”, ha detto a chi gli stava già urlando alcune domande), dopo rispondendo a Kit Maher della Cnn, che gli chiedeva se la Russia stesse aiutando l’Iran a colpire le truppe americane in medio oriente: “Bel taglio di capelli”. Poche ore prima Reuters aveva pubblicato un’esclusiva menzionando un rapporto, che sta circolando fra le agenzie d’intelligence occidentali, secondo il quale gli attacchi di precisione dell’Iran contro strutture della Cia nel Golfo fanno sospettare un coinvolgimento attivo di Mosca nella condivisione di informazioni e tecnologia con Teheran. 
Durante la conferenza stampa del segretario di stato americano, alla prima domanda se ci fossero stati progressi, Rubio ha risposto che la guerra non si risolve con un incontro di mezz’ora a Manila, ha detto che si è trattato di “una buona conversazione, una conversazione franca”, ma non ha voluto entrare nei dettagli, per mantenere un certo riserbo sui negoziati – pratica piuttosto inusuale sotto la presidenza Trump. Poi qualcuno gli ha chiesto delle notizie sull’aiuto russo agli iraniani per colpire le truppe americane, e Rubio è stato evasivo, in un certo senso anche contraddicendo quanto riferito l’altro ieri dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, che in audizione al Senato ha affermato che Russia e Cina stanno agevolando l’Iran “a vari livelli”. Il segretario di stato ha detto ieri che “se la notizia è sui media, si tratta di una fuga di notizie. Immaginiamo che sia vero: certamente non ne parlerei con la stampa”, e in ogni caso “nulla di ciò che chiunque stia facendo per aiutare l’Iran sta in alcun modo aumentando la sua capacità di colpire gli americani”.
Secondo Reuters, gli analisti dell’intelligence americana hanno iniziato a indagare sulla potenziale assistenza russa negli attacchi iraniani nel Golfo. Al momento non ci sarebbero conclusioni definitive, ma l’efficacia e la precisione degli attacchi, oltre al supporto tecnico russo già noto fornito all’Iran in passato, vengono citate come possibili indizi di un sostegno più concreto nelle operazioni. Del resto, secondo quanto raccolto da Reuters nelle ultime settimane l’Iran avrebbe colpito almeno sei diverse stazioni della Cia nel Golfo. Una fonte ha fatto sapere che la Russia avrebbe aiutato Teheran a migliorare la precisione dei suoi Shahed-136 anche fornendo il sistema di navigazione satellitare Kometa-M, descritto come molto più accurato e difficile da disturbare rispetto a quello di produzione iraniana. Secondo alcuni documenti iraniani svelati dal Financial Times a metà aprile, i pasdaran hanno acquisito segretamente, alla fine del 2024, un satellite spia cinese che gli avrebbe permesso di individuare basi militari statunitensi in tutto il medio oriente.
Già nei primi giorni delle operazioni di America e Israele contro l’Iran, sia il Washington Post sia la Cnn avevano riportato che una base della Cia dentro alla struttura dell’ambasciata americana a Riad era stata colpita da droni iraniani, e che l’intelligence statunitense aveva già iniziato a sospettare di un aiuto da parte di Mosca a Teheran per localizzare personale e aerei americani nel Golfo. Nicole Grajewski, ricercatrice di Sciences Po che si occupa da tempo della collaborazione fra Russia e Iran, ha detto ieri ad al Jazeera che la nuova esclusiva di Reuters è realistica, perché “rispetto alla Russia, l’Iran non ha abbastanza satelliti militari per le operazioni di base”, e quindi “sembra probabile che abbiano stretto un accordo con i russi” anche per la raccolta delle informazioni dopo i bombardamenti, che servono a rendere più precisi gli attacchi successivi. Comunque, secondo la ricercatrice, non andrebbe sottovalutata la capacità iraniana di Humint, cioè di raccolta di informazioni attraverso l’interazione con fonti umane.
Nella notte di domenica scorsa, molti dei droni iraniani e dei missili balistici Zolfaghar hanno bucato le difese aeree delle basi americane in cinque paesi diversi, dal Qatar al Kuwait, dal Bahrein alla Giordania. Secondo le analisi di questi giorni, il motivo potrebbe venire, oltre che da Mosca, anche da Pechino: i missili sarebbero stati aggiornati per sfruttare il sistema satellitare cinese criptato BeiDou-3, rendendoli molto più difficili da neutralizzare e molto più costosi da abbattere. La ragione tecnica è che le difese “soft-kill”, cioè quelle che disturbano o ingannano il sistema di navigazione del missile invece di abbatterlo fisicamente, funzionano inviando segnali satellitari falsi che sovrastano quelli reali. Ma questo trucco smette di funzionare se chi attacca dispone delle chiavi di cifratura correnti del sistema satellitare usato, cosa che renderebbe i missili immuni allo spoofing e costringerebbe gli Stati Uniti a fare affidamento sui molto più costosi intercettori “hard kill”, come i Patriot e i Thaad, le cui scorte si stanno esaurendo rapidamente (creando un vantaggio strategico, oltre che all’Iran, sia alla Russia sia alla Cina).