Esteri
Dal Washington Post •
Il Mali, l’ottavo fronte del presidente Trump
Washington starebbe valutando un intervento militare contro i jihadisti nello stato africano, ma nel Sahel lasciato dai francesi ci sono anche i mercenari russi. I rischi sul campo e il ruolo del falco Sebastian Gorka
24 LUG 26

Foto LaPresse
L’Amministrazione Trump sta valutando un intervento militare nel paese dell’Africa occidentale del Mali per colpire un gruppo affiliato ad al Qaida noto come Jnim, secondo attuali ed ex funzionari statunitensi a conoscenza delle discussioni. Se approvata, l’operazione aggiungerebbe un ottavo paese all’elenco di quelli in cui il presidente Donald Trump ha ordinato attacchi dall’inizio del suo secondo mandato, una fase della sua presidenza che inizialmente aveva promesso di dedicare alla fine dei conflitti globali e al reindirizzamento delle risorse americane verso i cittadini degli Stati Uniti. All’interno dell’Amministrazione, tuttavia, non c’è consenso sull’opportunità di procedere. Tra i più convinti sostenitori dell’uso della forza c’è Sebastian Gorka, direttore senior per l’antiterrorismo del Consiglio per la Sicurezza nazionale, riferiscono gli attuali ed ex funzionari, che come altri hanno parlato in forma anonima per discutere della pianificazione militare. Il gruppo jihadista, il cui nome completo è Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (Jnim), ha consolidato una roccaforte in Mali e negli ultimi anni ha intensificato gli attacchi nei paesi costieri dell’Africa occidentale, affermandosi come il gruppo armato meglio equipaggiato della regione e uno dei più potenti al mondo. Un portavoce del governo maliano non ha risposto alle richieste di commento. Anche Gorka non ha risposto alle richieste di commento. Il Pentagono ha rifiutato di commentare.
Interpellata sull’argomento, la Casa Bianca non ha voluto chiarire se il presidente intenda autorizzare gli attacchi, ma un funzionario dell’Amministrazione ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno incoraggiando i governi dell’Africa settentrionale e occidentale “ad acquistare equipaggiamenti e servizi statunitensi per sostenere i loro sforzi di guerra contro i terroristi”. Secondo lo stesso funzionario, il terrorismo nel Sahel – la vasta fascia semi-arida a sud del Sahara – rappresenta “un problema multinazionale”. “Invitiamo i partner regionali e gli alleati della Nato a sostenere l’Alleanza degli Stati del Sahel nella guerra contro Jnim e Isis”, ha aggiunto il funzionario, riferendosi anche allo Stato islamico, nato in medio oriente e successivamente diffusosi nel continente africano attraverso le proprie affiliate. L’Alleanza degli stati del Sahel comprende Mali, Burkina Faso e Niger: tre paesi dell’Africa occidentale nei quali, negli ultimi anni, i militari hanno rovesciato governi democraticamente eletti, ridotto drasticamente i rapporti con l’occidente e cercato il sostegno della Russia in materia di sicurezza. Il funzionario dell’amministrazione, però, ha attribuito la responsabilità non tanto ai governi locali quanto ai loro partner russi, sostenendo che Mosca “si è dimostrata un partner della sicurezza inefficace per il Mali”. “Ci auguriamo che gli altri paesi africani prendano atto della pessima performance della Russia nella lotta al terrorismo”, ha aggiunto.
Il fatto che l’Amministrazione Trump stia valutando opzioni militari in Mali non era stato riportato in precedenza. Il Mali, stato senza sbocco sul mare con quasi 25 milioni di abitanti, negli ultimi anni è stato devastato dalle violenze dei gruppi jihadisti, ma anche dagli abusi della stessa giunta militare al potere e dei mercenari russi assoldati per ristabilire l’ordine. I gruppi armati, in particolare il Jnim, sono diventati sempre più forti, e hanno trasformato il Mali e i paesi confinanti del Sahel nell’epicentro mondiale del terrorismo. Lo scorso anno i miliziani affiliati ad al Qaida hanno imposto un blocco dei rifornimenti di carburante che ha paralizzato gran parte del paese. Questa primavera hanno lanciato una serie di attacchi coordinati su scala nazionale: combattenti sono comparsi nelle strade della capitale Bamako, hanno conquistato una città strategica nel nord del paese sottraendola all’esercito maliano e ai russi e hanno ucciso il ministro della Difesa in un attentato suicida. Nel frattempo, Is Sahel, affiliato dello Stato islamico e rivale del Jnim, ha consolidato la propria presenza vicino al confine tra Mali e Niger. Lo scorso anno i suoi militanti hanno rapito il missionario statunitense Kevin Rideout, che si ritiene sia tuttora detenuto in Mali.
Per contrastare la violenza, la giunta militare maliana ha assoldato mercenari russi, inizialmente con il Gruppo Wagner e ora con Africa Corps, più strettamente legato al Ministero della Difesa russo. I russi sono stati accusati di una serie di atrocità, secondo quanto riportato da organizzazioni per i diritti umani e da precedenti articoli del Washington Post. L’ambasciata russa a Washington non ha risposto a una richiesta di commento. Héni Nsaibia, analista senior per l’Africa occidentale del progetto Armed Conflict Location & Event Data (Acled), ha affermato che l’esercito maliano e i suoi sostenitori russi sono responsabili dell’uccisione di centinaia di civili in più rispetto a Jnim e Is Sahel messi insieme. Lo scorso anno, l’esercito maliano e i suoi partner russi sono stati responsabili di 925 morti civili, secondo Acled, contro i 232 causati dai militanti islamisti. “E’ estremamente problematico che un governo come quello statunitense o qualsiasi altro partner occidentale fornisca supporto a questi regimi la cui legittimità rimane contestata e che sono incredibilmente fragili e repressivi”, ha affermato, riferendosi a Mali, Burkina Faso e Niger.
Tuttavia, lo scorso anno, nell’ambito di un’iniziativa dell’Amministrazione Trump per riavvicinarsi al Mali, gli Stati Uniti hanno intensificato la condivisione di informazioni di intelligence con il governo maliano, secondo quanto affermato all’epoca da funzionari americani, sia in servizio che in pensione. Queste informazioni sono state utilizzate negli attacchi dell’esercito maliano, che era stato in gran parte emarginato dall’Amministrazione Biden per il suo rifiuto di fissare una tempistica per il ritorno alle elezioni democratiche e per la sua collaborazione con la Russia. Tuttavia, tale cooperazione è rimasta finora limitata, ben lontana dalla portata della partnership di sicurezza tra Stati Uniti e Nigeria, intensificatasi lo scorso anno e che ha incluso attacchi aerei statunitensi e una missione di terra che ha ucciso uno dei massimi leader dello Stato islamico in Africa. Qualsiasi coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti in Mali comporta il rischio di aprire le ostilità con le forze russe nella regione. Potrebbe inoltre richiedere sforzi di de-escalation tra Washington e Mosca simili a quelli attuati in Siria durante la guerra civile. Interpellato in merito al sostegno del segretario di stato Marco Rubio all’intervento militare in Mali, il dipartimento di Stato ha eluso la domanda, affermando che gli Stati Uniti “condannano inequivocabilmente l’attività terroristica in Mali”. Il dipartimento ha inoltre dichiarato che l’Amministrazione Trump è “impegnata a promuovere la responsabilità e la cooperazione regionale contro le minacce terroristiche e a monitorare gli indicatori e gli allarmi relativi alle minacce alla nostra patria”. Un intervento militare statunitense contro il Jnim aggiungerebbe il Mali alla lista dei paesi contro cui Trump ha ordinato attacchi: Yemen, Somalia, Siria, Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela. L’Amministrazione ha anche condotto una controversa campagna militare contro presunti narcotrafficanti nei Caraibi e nel Pacifico orientale, che ha causato numerose vittime.
Wassim Nasr, specialista del Sahel e ricercatore senior presso il Soufan Center, ha detto che gli Stati Uniti potrebbero essere più utili intervenendo nella “risoluzione del conflitto”, costringendo il governo della giunta maliana a dialogare con il Jnim, che si è concentrato non su obiettivi globali ma sull’applicazione delle leggi islamiche nella governance locale, e con altri oppositori politici che la giunta ha in gran parte messo a tacere. “Optare ancora una volta per la soluzione militare non risolverà la situazione”, spiega Nasr. “I francesi ci hanno provato per dieci anni. I russi ci provano da cinque. La situazione è solo peggiorata”. La Francia ha avviato il suo intervento militare nel Sahel nel 2013 su richiesta dell’allora governo maliano. Le Forze armate francesi hanno represso l’insurrezione in Mali e ristabilito un certo ordine. A questa missione iniziale ne è seguita una seconda, l’Operazione Barkhane, che ha eliminato importanti leader militanti ma non è riuscita a fermare la diffusione di vari gruppi armati. La rabbia nei confronti della Francia – alimentata dagli errori neocoloniali e dalla disinformazione russa – è cresciuta nel corso degli anni, contribuendo ai colpi di stato in Mali nel 2020 e nel 2021 e nei vicini Burkina Faso e Niger. Il presidente Emmanuel Macron ha poi ritirato le Forze francesi. Nasr ha aggiunto che se gli attacchi statunitensi indebolissero il Jnim, potrebbero a loro volta favorire l’Isis Sahel, la cui crescita è stata limitata dal gruppo rivale affiliato ad al Qaida.
Peter Pham, ex funzionario dell’Amministrazione Trump, si è mostrato meno pessimista sull’uso della forza militare, ma ha affermato che una condizione preliminare dovrebbe essere il ripristino della fiducia con i governi di Mali e Niger prima di avviare qualsiasi iniziativa di cooperazione in materia di sicurezza. “Pur avendo interessi economici o di altro tipo molto limitati in questi paesi, non vogliamo che gruppi jihadisti come l’Isis e al Qaida vi mettano piede”, ha affermato Pham. Gorka ha da tempo fatto delle aggressive politiche antiterrorismo un pilastro della sua ideologia. Tuttavia, il suo impatto sulla politica dall’inizio del secondo mandato di Trump è stato modesto, ha dichiarato un funzionario statunitense: una fonte di sollievo per i suoi critici, che contestano il suo approccio intransigente, e una delusione per i suoi sostenitori. In primavera, Gorka ha avviato colloqui per diventare il prossimo direttore del Centro nazionale antiterrorismo di Trump, in seguito alle dimissioni di Joe Kent, che aveva lasciato l’Amministrazione amareggiato dalla decisione del presidente di iniziare la guerra in Iran. Ma tali colloqui non si sono concretizzati in una nomina di Gorka.
Funzionari statunitensi, sia in carica sia in pensione, hanno affermato che Gorka era stato molto coinvolto nei colloqui per il rimpatrio di Rideout, il missionario catturato. Uno degli obiettivi principali dell’Amministrazione lo scorso anno era ottenere i diritti di sorvolo sul Mali, ha affermato una fonte, in modo che i funzionari statunitensi potessero far volare aerei e altre tecnologie di sorveglianza sui cieli maliani per monitorare meglio i suoi spostamenti. Questo desiderio di ottenere i diritti di sorvolo è stato alla base della decisione dell’Amministrazione di revocare le sanzioni contro i membri chiave della giunta, tra cui il ministro della Difesa Sadio Camara, che era un sostenitore chiave dell’intervento russo in Mali ed è stato ucciso nell’attacco del Jnim il 25 aprile scorso. Secondo funzionari attuali ed ex, Gorka era anche coinvolto in un’operazione per uccidere Abu Ubaydah Yusuf al-Anabi, leader di una cellula di al Qaida con base in Algeria, la cui influenza è diminuita negli ultimi anni. Sebbene i funzionari americani sperassero la scorsa estate che l’intelligence statunitense fosse stata utilizzata in un attacco in Mali per eliminare al-Anabi, come riportato in precedenza dal Washington Post, la sua morte non è mai stata confermata.
Corinne Dufka, esperta indipendente del Sahel, ha detto che esiste il rischio che eventuali attacchi statunitensi possano indurre il Jnim a prendere di mira gli Stati Uniti o i cittadini americani nella regione – cosa che finora non ha fatto – o ad avvicinare il gruppo all’organizzazione principale di al Qaida, dalla quale si è emancipato negli ultimi anni. “Se gli Stati Uniti aiutassero le autorità maliane a uccidere i membri del Jnim, la cosa potrebbe ritorcersi contro di loro”, ha spiegato. “E potrebbero sprecare un’opportunità per deradicalizzare e smobilitare una delle organizzazioni jihadiste più sofisticate al mondo”.
John Hudson e Rachel Chason
Hanno contribuito Alex Horton e Aaron Schaffer
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