Esteri
via ucraina alla difesa •
Come si sveglia un Patriot
Trump scopre che la sua contraerea può essere veloce ed economica. Il vertice di Ankara prima e l'incontro dei volenterosi a Parigi dopo aprono nuove possibilità per la difesa a Washington e Kyiv
23 LUG 26

Foto LaPresse
Mykolaïv, dalla nostra inviata. La scorsa settimana, prima che la crisi politica in Ucraina concentrasse tutte le sue energie, il presidente Volodymyr Zelensky era a Parigi con i suoi alleati, i volenterosi, che durante l’incontro hanno davvero messo buona volontà nel dimostrare che l’industria europea delle armi non può dipendere dalle mancanze della produzione degli Stati Uniti. Non si può attendere, non si può regalare tempo ai missili di Mosca che proprio ora che l’Ucraina ha sempre più problemi di contraerea scatena il suo arsenale contro le città. A Parigi, Zelensky ha dimostrato che un sistema di contraerea alternativo ai Patriot americani è possibile e i volenterosi gli hanno creduto, decidendo di sostenere il progetto Freyja dell’azienda Fire Point, che nella produzione e nello sviluppo di missili è davanti a tutti in Ucraina. Il messaggio a Parigi è stato chiaro: senza gli Stati Uniti facciamo fatica a difenderci, ma non per questo restiamo immobili, pensiamo, innoviamo e presto produrremo, assieme agli europei. Zelensky a inizio luglio aveva incontrato il presidente americano, Donald Trump, ad Ankara durante il vertice della Nato. L’incontro era stato pieno di sorrisi e pacche sulle spalle, qualche complimento e soprattutto si era concluso con la promessa di concedere agli ucraini la licenza per produrre le batterie Patriot, che finora rappresentano l’unica difesa possibile contro i missili di Mosca.
E’ venuto giù un tabù: per le aziende occidentali, produrre in Ucraina è possibile e vantaggioso. L’annuncio in Russia si è sentito bene, il Cremlino e i suoi propagandisti hanno protestato e commentato con sprezzo, consapevoli però che ci vorrà tempo prima che in qualche fabbrica segreta dell’Ucraina si riesca ad assemblare armi americane e, mentre il tempo scorre, si può continuare a bombardare, soprattutto nei prossimi mesi, quando i missili saranno alleati del freddo e del gelo. Mosca ha calcolato che non arriveranno in fretta neppure i Patriot già assemblati dagli Stati Uniti, indaffarati a rimettere in piedi il loro di arsenale, dopo aver sprecato intercettori contro i droni durante le prime fasi della guerra contro la Repubblica islamica dell’Iran. Zelensky la scorsa settimana, a Parigi, ha mostrato l’alternativa ucraina e qualcosa è accaduto anche a Washington.
La Lockheed Martin, la più grande azienda al mondo che opera nel settore della difesa, ha annunciato di stare lavorando a un nuovo progetto, un nuovo Patriot, più economico e rapido da produrre. Una variante inferiore rispetto al sistema a cui tutti ambiscono, ma che può arrivare sul campo di battaglia più rapidamente. L’annuncio, dopo l’inizio della guerra contro l’Iran è una rivoluzione che può liberare gli Stati Uniti e i loro alleati da molte preoccupazioni riguardanti le scorte di missili per difendersi. Il progetto si chiama Pac 3 Adapted Capability Effector, non sostituisce i Patriot di fascia alta, ma velocità e prezzo costituiscono una svolta.
E’ accaduto anche altro: l’Ucraina inizierà a esportare droni negli Stati Uniti, dove saranno testati e sarà valutata la loro capacità nell’intercettare altri droni. E’ un risultato che a marzo, durante l’operazione Furia epica degli Stati Uniti contro Teheran, mentre l’esercito americano e i suoi alleati del Golfo continuavano a sprecare Patriot, sembrava lunare: il presidente americano aveva bocciato qualsiasi cooperazione con Kyiv, protestando anche contro i paesi del Golfo che avevano iniziato a stringere accordi con gli ucraini senza domandare il permesso a Washington. Zelensky aveva intrapreso lunghi viaggi in medio oriente, andando ovunque tranne che in Israele, e ripeteva: “I droni sono il nostro petrolio”. Trump non era intenzionato a dargli retta e i suoi militari contattavano Kyiv alle spalle del presidente americano, sapendo che quello che stava uscendo dalle fabbriche ucraine rappresentava ormai una svolta nel modo di fare la guerra. Era irrinunciabile. La rivoluzione partita dalle fabbriche di Kyiv è entrata nelle industrie della difesa di tutto il mondo, gli Stati Uniti non potevano rimanere indietro immobili se non a rischio di vedere i loro Patriot sprecati per un drone e superati anche dai Freyja. Da Parigi è partita la svolta.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
