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L'Arabia Saudita ha trovato un accordo con gli Stati Uniti sul nucleare
L'accordo consentirebbe alle aziende statunitensi di aiutare l'Arabia Saudita a sviluppare un'industria nucleare civile. Secondo alcune fonti però il patto escluderebbe la supervisione dell'Aiea

Foto Ap, via LaPresse
Washington sta per riscrivere le regole della non proliferazione nucleare per fare un favore all'Arabia Saudita. L'Amministrazione Trump è pronta a sottoporre al Congresso un "123 Agreement" con Riad che non prevede le due garanzie che gli Stati Uniti hanno sempre considerato non negoziabili: il divieto di arricchire uranio e riprocessare plutonio sul proprio territorio (il cosiddetto Gold Standard) e l'adesione al Protocollo aggiuntivo dell'Aiea, che consente all'agenzia ispezioni intrusive anche nei siti non dichiarati.
Il nome "123 Agreement" viene dalla Sezione 123 dell'Atomic Energy Act del 1954, la legge che da settant'anni regola la cooperazione nucleare civile degli Stati Uniti con altri paesi. Senza questo accordo, aziende ed enti americani non possono lavorare con controparti saudite sul nucleare civile. Il testo sarà firmato dal segretario all'Energia Chris Wright e dal ministro dell'Energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, che avevano già siglato un'intesa preliminare a Riad l'anno scorso. Secondo il Wall Street Journal, Trump ha già dato l'approvazione formale: l'accordo durerebbe trent'anni e affiderebbe a società americane – a partire da Westinghouse – un ruolo centrale nello sviluppo dell'infrastruttura nucleare saudita, incluso l'eventuale impianto di arricchimento, che verrebbe costruito da aziende statunitensi se uno studio congiunto Usa-Arabia Saudita ne certificasse la necessità.
È una rottura netta con il precedente fissato nel 2009 con gli Emirati Arabi Uniti, l'unico altro paese del Golfo con cui Washington ha un accordo nucleare civile. Abu Dhabi aveva accettato integralmente il Gold Standard e il Protocollo aggiuntivo, rinunciando per contratto a qualsiasi forma di arricchimento o riprocessamento. È lo standard che Amministrazioni sia repubblicane sia democratiche, da Bush a Obama, avevano sempre indicato come base di partenza per qualunque negoziato con Riad, compreso lo stesso Marco Rubio, che da senatore si era battuto per includere quelle garanzie in un eventuale accordo con i sauditi, e che oggi è segretario di stato della stessa Amministrazione che le ha appena tolte dal tavolo.
Il testo, riferiscono le fonti citate dal New York Times, contiene anche due lettere riservate allegate all'intesa. L'Amministrazione le considera coperte da segreto per ragioni di sicurezza nazionale e di informazioni commercialmente sensibili, ma è materiale che una parte del Congresso potrebbe pretendere di vedere prima di votare. Una volta depositato, il testo entra in una finestra di revisione di circa 90 giorni di sessioni congressuali continuative. Se il Congresso non si muove, l'accordo entra automaticamente in vigore. Il Congresso potrà, al contrario, votare una risoluzione di disapprovazione, ma per bloccare l’accordo servirebbe una maggioranza qualificata capace di superare il veto presidenziale. Una sfida complessa, nonostante le critiche bipartisan e le preoccupazioni israeliane sul rischio di proliferazione. Alcuni politici di entrambi i partiti – tra i più attivi il senatore democratico Ed Markey, da anni sulla stessa linea – e diversi funzionari israeliani, hanno infatti espresso la loro opposizione all'accordo, temendo che l'Arabia possa utilizzare un progetto civile per sviluppare in futuro armi nucleari.
Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha ripetuto più volte, dal 2018 in avanti, che se l'Iran si dotasse di armi nucleari l'Arabia Saudita farebbe "senza dubbio" lo stesso. Riad punta da anni a controllare l'intero ciclo del combustibile, arricchimento incluso: un obiettivo dichiarato apertamente dal suo ministro dell'Energia già nel 2019. L'accordo con Washington gli offre ora la cornice legale per arrivarci, qualcosa che né Obama né il primo Trump erano riusciti (o disposti) a concedere nei tentativi di negoziato del 2012 e del 2018, arenati proprio sulle condizioni di non proliferazione.
L'intesa arriva dopo mesi di tensioni tra Washington e Riad: il rifiuto saudita di concedere lo spazio aereo per operazioni nel Golfo, i dubbi sulla strategia americana in medio oriente e la normalizzazione tra Arabia Saudita e Iran mediata dalla Cina nel 2023. In questo contesto, la cooperazione nucleare diventa uno strumento per ricucire la relazione e consolidare un asse strategico che resta cruciale per entrambi i paesi. Così Trump prova a ricomprarsi un asse che sente scricchiolare e a garantire, nel frattempo, miliardi di dollari all'industria nucleare americana.