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Le linee rosse fra Teheran e Washington
Che messaggio manda agli americani la Repubblica islamica che colpisce la Giordania e per ora non Israele

E’ guerra, ma non è ancora totale. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti hanno trascorso il fine settimana a colpirsi e ogni attacco potrebbe essere quello decisivo, quello che esclude, per il momento, ogni nuova e imminente possibilità di mediazione. Dopo la morte di tre soldati americani in Giordania, uccisi dall’attacco iraniano contro una base militare degli Stati Uniti, e dopo i bombardamenti sempre più forti e precisi degli americani nel sud dell’Iran, sembra impossibile che si eviti ancora la parola “guerra”, eppure il conflitto ha dei limiti che spingono gli analisti a pensare che lo spazio per i negoziati ancora esiste e il primo dei limiti è Israele che, assieme alla Giordania, rappresenta l’alleato militare su cui gli Stati Uniti hanno investito di più in medio oriente.
La Giordania è colpita e punita, è il paese che la scorsa settimana è stato preso di mira più volte dagli iraniani e che nonostante la grande quantità di basi e armi americane ha meno capacità di difesa e non ha un esercito in grado di reagire, come accaduto, seppur con operazioni limitate, quando Teheran ha colpito gli Emirati Arabi Uniti nei mesi scorsi. La Giordania è vista da Teheran come il territorio su cui far più male agli Stati Uniti, ma non reagirà, rimarrà ferma ad ascoltare le decisioni degli americani che hanno investito più che in qualsiasi altro posto in cambio di un uso quasi incondizionato del territorio per scopi militari. Sono diciassette i soldati americani morti da quando Washington ha avviato il 28 febbraio scorso l’operazione Epic Fury e ieri il presidente Donald Trump ha scritto sul suo social Truth: “Ogni volta che l’Iran uccide un soldato americano, pagherà per quell’uccisione molte volte! Questa direttiva è stata trasmessa al segretario alla Guerra, Pete Hegseth, al capo di stato maggiore, Daniel Caine, e a tutti i leader militari”. Per dieci giorni di seguito, gli Stati Uniti hanno colpito l’Iran, e nel gioco dei ruoli con cui si cerca di fare ordine dentro l’Amministrazione americana, il segretario di stato Marco Rubio si è assunto la responsabilità di dire che Washington continua a essere aperta al dialogo. La Guida suprema Mojtaba Khamenei, che mai nessuno ha visto da quando è stato investito del ruolo di suo padre Ali, ha invece definito “nulla” la firma che Trump stesso ha apposto sul memorandum d’intesa che doveva avviare la nuova strada dei negoziati fra Washington e Teheran. Anche dall’Iran arrivano parole di rammarico per i colloqui falliti, ma le azioni sembrano puntare alla guerra totale, al caos, alla punizione per gli americani e i loro alleati. Israele però rimane illeso, pronto a intervenire, come ha detto il ministro della Difesa Israel Katz, ma valuta questa stranezza di una guerra che colpisce quasi tutto il medio oriente ma lo lascia tranquillo, stranamente. Non toccare Israele, per la Repubblica islamica dell’Iran, vuol dire rimanere all’interno di una linea rossa. La Giordania invece è diventata il campo di prova della resistenza: la Repubblica islamica la usa per mostrarsi pronta a tutto, non ne supera i confini per lasciarsi ancora aperta la possibilità di non riaccendere la guerra totale in medio oriente e le sue conseguenze.
Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
