Voci da Suwayda, la ferita aperta della Siria che guarda a Israele

A un anno dal massacro dei drusi, mentre Damasco si apre al mondo, la città del sud resta isolata, impoverita e ancora alla ricerca di giustizia. Una popolazione divisa fra lo stato ebraico e al Sharaa

18 LUG 26
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Per chi vive a Suwayda, Damasco è sinonimo di tradimento. “Qui gli abitanti hanno issato la bandiera della rivoluzione siriana, ne hanno intonato gli inni e hanno celebrato la caduta del regime di al Assad”, ci racconta Ghina Shumari, attivista. “Alcune fazioni hanno persino partecipato alla liberazione di Damasco. Un combattente druso, in piedi in piazza degli Omayyadi, mi ha detto di aver atteso quel momento per sessant’anni. E’ stato poi ucciso mentre difendeva la sua città da forze che provenivano dallo stesso ambiente jihadista contro cui aveva combattuto in passato”.
A un anno dal massacro di Suwayda, la città è un susseguirsi di commemorazioni, incontri, manifestazioni, comizi. Le bandiere a cinque colori della comunità drusa sventolano in tutte le piazze, persino le semplici rotatorie stradali sono state rinominate Piazze dei martiri. I martiri sono le migliaia di persone uccise dall’avanzata delle forze armate di Damasco, quelle di Ahmed al Sharaa, sostenute dai beduini sunniti. Le stime parlano di circa 1.700 morti e 200 mila sfollati. Le testimonianze drammatiche di quei combattimenti sono finite in un rapporto del governo sui crimini commessi. Ma i processi si svolgono davanti a un tribunale militare anziché a una magistratura civile indipendente e nessuna condanna finora è stata comminata. “Un anno fa ho assistito a una strage nelle nostre strade. Centinaia di persone sono state rapite e circa 100 risultano ancora disperse. Le loro famiglie non sanno nemmeno se siano ancora vive. Le madri si stanno mobilitando, cercando nelle loro case distrutte le fotografie dei figli uccisi”, racconta Loubna al Baset, un’altra attivista.
Una ferita che difficilmente riuscirà a richiudersi. Perché oltre ai morti c’è anche la politica che si intreccia al dramma di questa sorta di città stato del sud, affacciata sul mondo. Geograficamente sarebbe il punto di passaggio strategico tra Siria, Giordania e Israele, nei fatti è chiusa in trappola, senza sbocchi, quasi da reietta. Versa in una situazione economica disastrosa. Il Jabel druso, l’altopiano che circonda Suwayda, è uno dei luoghi che ha patito di più il processo di desertificazione e il ridimensionamento delle aree fertili ha aggravato la situazione economica aumentando la sua dipendenza da Damasco. “Quasi ogni famiglia ha almeno un parente che vive o lavora all’estero. Le opportunità di lavoro a livello locale sono limitate. La guerra, il crollo delle istituzioni, l’insicurezza, le restrizioni alla libertà di movimento e l’attuale assedio hanno danneggiato l’agricoltura, il commercio e le piccole imprese. I giovani si trovano ad affrontare la disoccupazione, l’instabilità politica e l’assenza di prospettive economiche concrete. Ciò ha incrementato l’emigrazione e la dipendenza dal sostegno familiare dall’estero”, ci dice Ghina che ora studia nel Regno Unito.
Quando le autorità locali chiesero di aprire un altro passaggio di frontiera verso la Giordania, gli fu negato perché per tutti Suwayda è fonte di instabilità. Soprattutto, è il crocevia dei traffici del captagon. I trafficanti usano piccoli palloni aerostatici per consegnare le sostanze oltre il confine. In Giordania la questione è presa molto sul serio e i caccia F16 di Amman non di rado sconfinano in Siria e bombardano i magazzini riempiti di captagon nei dintorni di Suwayda.
Se la direttrice verso sud resta semichiusa, altrettanto vale per quella verso nord che porta a Damasco. I residenti della città parlano di una situazione di assedio. Mentre nelle altre province si votava per rappresentare parte dei rappresentanti del nuovo Parlamento, Suwayda era chiusa dai check point del governo. Per il secondo anno consecutivo, 14.000 studenti non hanno potuto sostenere gli esami, mentre gli abitanti di 36 villaggi drusi restano sfollati. Molti di questi villaggi sono stati incendiati e ora si trovano sotto il controllo di forze affiliate a Damasco. Niente voto qui, quindi, per motivi di sicurezza. Alla fine, al Sharaa ha scelto solo tre rappresentanti della città da portare in Parlamento, nessuno dei quali con un briciolo di consenso locale. La festa a Damasco, Aleppo e altrove per la prima seduta del Parlamento è stata vista con irritazione a Suwayda. “Qualsiasi apertura politica dovrebbe iniziare con la fine dell’assedio, il ritorno degli sfollati, garantendo agli studenti l’accesso all’istruzione, rilasciando i detenuti, indagando sui crimini commessi e istituendo una rappresentanza locale e l’autonomia locale”, spiega Ghina.
Così, per alcuni non resta che guardare a Israele, dove la minoranza drusa ha legami stretti con molti residenti di Suwayda. Per l’anniversario del massacro, uno dei leader spirituali drusi, Hikmat al Hijri, ha dichiarato che la città è pronta a diventare “un’entità autonoma sotto la protezione di un altro stato” oppure “a unirsi a un altro stato”. Laddove per “altro stato” si intende ovviamente Israele, che dal dicembre del 2024, quando è caduto al Assad, ha interrotto ogni dialogo con l’opposizione al regime siriano e ha invece lanciato migliaia di incursioni occupando il sud della Siria. Levant24, un portale di stampa molto seguito, ha contato da allora oltre mille bombardamenti israeliani, più di 1.100 incursioni via terra, oltre 200 casi di detenzioni arbitrarie, 38 omicidi e l’occupazione di una striscia di terra profonda oltre 20 chilometri. Alcuni coloni ciclicamente tentano di addentrarsi oltre la linea di demarcazione del 1974, ma vengono intercettati e riportati indietro dagli stessi militari israeliani. Per Damasco, i drusi sono funzionali all’occupazione israeliana perché usati come “testa di ponte” in territorio siriano. Al Hijri soffia su questa ambiguità e ha un largo seguito. “La società è spaccata”, ci racconta Hadi, che a Suwayda ha ancora tutta la sua famiglia. “Alcuni sono favorevoli a unirsi a Israele o a cercare la sua protezione. Pensano di non avere alcuna reale possibilità di sopravvivere e di avere una vita migliore con i musulmani. Altri invece sono contrari e temono di essere usati in un piano più ampio, di essere abbandonati a se stessi, di essere considerati traditori in futuro e di perdere la loro posizione di siriani”.
“Una larga parte della società di Suwayda ritiene che, senza l’intervento militare israeliano per scoraggiare le forze governative siriane e i combattenti tribali, la violenza si sarebbe potuta trasformare in una pulizia etnica di massa”, dice Ghina. “Ciò non significa che tutti a Suwayda desiderino diventare parte di Israele. Una parte significativa della società non si considera né parte dello stato siriano nella sua attuale forma islamista, né subordinata a Israele”. Al Sharaa non ha abbandonato l’idea di mediare con i drusi. Questa settimana ha inviato da al Hijri, come mediatore, il metropolita greco ortodosso Antonios Saad. Il loro abbraccio, immortalato da alcune foto, mostra i leader di due minoranze, entrambe spaventate e alla ricerca di valide ragioni per potersi fidare di al Sharaa.