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Mentre Trump accusa la Cina, Xi Jinping lancia una sua coalizione sull’AI
L’ipocrisia del leader cinese che parla di intelligenza artificiale “libera ed equa” e di eccesso di sicurezza nazionale. Il discorso alla conferenza di Shanghai
18 LUG 26

Roma. Mentre giovedì sera il presidente americano Donald Trump accusava la Cina, in diretta televisiva dalla Casa Bianca, di aver interferito nelle elezioni del 2020, il leader cinese Xi Jinping si preparava a pronunciare il suo primo discorso alla cerimonia di apertura della Conferenza mondiale sull’intelligenza artificiale di Shanghai. Trump ha denunciato “scioccanti vulnerabilità” nei sistemi di voto americani, ha detto che Pechino avrebbe acquisito impropriamente dati su milioni di elettori e “questa perdita rappresenta un incubo senza precedenti per la sicurezza elettorale”. Xi non ha replicato – il ministero degli Esteri cinese ha definito le accuse americane “pura invenzione” e “una campagna diffamatoria malevola” – e nel suo discorso a Shanghai non ha mai menzionato gli Stati Uniti se non all’inizio, per partire da settant’anni fa, quando “un gruppo di giovani studiosi propose per la prima volta il concetto di intelligenza artificiale al Dartmouth Workshop nel New Hampshire”.
Anche se non si è mai rivolto esplicitamente agli Stati Uniti, il leader cinese ha lanciato in molti passaggi del suo discorso critiche alla gestione americana del settore dell’intelligenza artificiale, che “non dovrebbe essere un’esibizione solista di un singolo paese, ma una sinfonia di cooperazione internazionale” e ha dipinto la Cina come una via alternativa, con un approccio multilaterale, che intende offrire la propria tecnologia e formazione ai paesi del sud del mondo – quelli con cui la cooperazione è “reciprocamente vantaggiosa” – per “un sistema libero ed equo” e al fine di prevenire la creazione di “nuove ingiustizie storiche”, vigilato dalle Nazioni Unite. Xi ha annunciato programmi di formazione e seminari sull’intelligenza artificiale, che ha definito “opportunità”, nell’ambito di una coalizione di 29 paesi tra cui Russia, Bielorussia, Serbia, Cuba, Pakistan, Brasile e Venezuela, presentata mercoledì come Organizzazione mondiale per la cooperazione sull’intelligenza artificiale con le posizioni di vertice occupate dalla leadership di Pechino e la sua sede a Shanghai.
Durante la conferenza, che si terrà fino al 20 luglio e riunisce oltre mille aziende tecnologiche cinesi, la startup Moonshot AI ha presentato il modello Kimi K3 come il più grande per numero di parametri e con prestazioni paragonabili a quelle dei modelli di OpenAI e Anthropic. Negli scorsi mesi, le aziende americane hanno in più occasioni lanciato avvertimenti sulle interferenze cinesi nella creazione dei loro modelli, oltre alle restrizioni alle importazioni di tecnologia cinese, citando tra le motivazioni proprio la sicurezza nazionale. Xi Jinping ha risposto indirettamente alle accuse puntualizzando che la nuova coalizione con i paesi Brics, Asean, dell’America latina e dell’Unione africana deve “opporsi congiuntamente a un’eccessiva estensione del concetto di sicurezza nazionale nel campo dell’AI o al privilegiare la sicurezza di un paese rispetto a quella degli altri”.
Eppure lo stesso governo di Pechino starebbe valutando di limitare l’accesso dei paesi stranieri ai suoi modelli più avanzati, e negli scorsi anni ha imposto norme e restrizioni perché l’intelligenza artificiale non rappresenti una minaccia alla sicurezza, non sfugga al controllo del Partito comunista cinese. La stessa agenzia di intelligence di Pechino, il Guoanbu, ha più volte puntato il dito contro l’intelligenza artificiale come minaccia alla “sicurezza nazionale”, una parola chiave nel vocabolario di Xi Jinping. Le autorità della Cyberspace administration of China, l’ente regolatore cinese di Internet, hanno da tempo stabilito il dovere delle aziende cinesi di garantire che i chatbot siano addestrati esclusivamente con informazioni approvate dal governo e che riflettano i “valori socialisti fondamentali”, cioè quelli dettati dal Partito. Già nel documento “AI Safety Governance Framework” del 2024 scrivevano che un’intelligenza artificiale incontrollata potrebbe destabilizzare la società “trasformando le visioni tradizionali su occupazione, fertilità e istruzione” e soltanto questa settimana hanno emanato nuove regole che vietano ai chatbot di “incoraggiare la dipendenza emotiva”, per ostacolare il fenomeno dei fidanzati virtuali che sembrerebbe in ascesa tra i giovani cinesi.
Per lodare la coalizione sull’intelligenza artificiale Xi Jinping ha usato un proverbio cinese, una singola corda non può produrre musica, un singolo albero non forma una foresta: questa alleanza “sarà una pietra miliare nella storia dello sviluppo dell’AI”, ha detto. Pechino punta sull’intelligenza artificiale per competere con gli Stati Uniti, secondo le ultime stime la sua economia ha rallentato più del previsto nel secondo trimestre del 2026 e le scommesse nel campo tecnologico celerebbero profonde lacune in altre aree del sistema cinese. Ruchir Sharma scrive sul Financial Times che “anche stando ai dati ufficiali, l’intelligenza artificiale non sta fornendo una spinta sufficiente a superare le altre forze che gravano sulla Cina”: la contrazione della forza lavoro, l’aumento del debito, un mercato immobiliare in crisi, la rinascita di uno stato regolatore invadente e il conseguente esodo di capitali e persone.
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Nata a Roma, all'università tra le tante lingue e civiltà orientali ho scelto il cinese. Grazie a un progetto di doppio titolo ho studiato un anno a Pechino, rapita dal romanticismo delle poesie Tang. Negli anni ho sviluppato un talento particolare per le passioni più costose, collezionando corsi: fotografia, ceramica, poi giornalismo. Dal 2021 lavoro al Foglio, nella redazione (umana) degli Esteri e in quella virtuale del Foglio AI.
