Vance sparla, cospiratorio, di Israele. La non risposta trumpiana alla domanda: chi ha vinto nel 2020?

Il vicepresidente degli Stati Uniti usa il megafono di Rogan per rilanciare complotti su Israele ed Epstein e per mostrarsi fedele alla big lie, mentre al Senato il nominato Clayton evita di dire chi ha vinto nel 2020, segno della linea trumpiana che pretende lealtà al mito dei brogli

17 LUG 26
Immagine di Vance sparla, cospiratorio, di Israele. La non risposta trumpiana alla domanda: chi ha vinto nel 2020?
Il vicepresidente degli Stati Uniti, J. D. Vance, è stato ospitato da Joe Rogan, cioè ha ricevuto l’invito più ambito – perché come Rogan non c’è nessuno, il suo podcast è il più popolare di tutti, lì si fanno e si smontano carriere politiche e si tasta il polso al trumpismo – e ha deciso di sfruttarlo nel modo che piace al conduttore e al suo pubblico: cospirando. E qual è il tema privilegiato da Vance, questo pacifista isolazionista che nell’ultima settimana ha visto volatilizzarsi il suo caro memorandum d’intesa con l’Iran e ha visto anche il suo capo, Donald Trump, smussare il disprezzo per gli ucraini? Israele, naturalmente. In due varianti diverse. Molti pensano che Jeffrey Epstein fosse del Mossad, dice Rogan, rilanciando una delle teorie sul finanziere pedofilo suicidatosi in galera anni fa. 
“Sì – dice Vance – il Mossad o la Cia o qualche altro deep state, in America o in Israele. Chiaramente Epstein aveva legami con i livelli apicali dell’intelligence americana e chiaramente aveva legami con i livelli apicali dell’intelligence israeliana”. Poi Vance dice che non ci sono documenti che dimostrino questi legami e ammette che di certo la questione Epstein non è stata gestita bene dall’Amministrazione Trump, ma volutamente lascia aleggiare l’idea del deep state, perché è così che si nutrono le teorie del complotto, i dubbi, le illazioni, le manipolazioni. E anche il vittimismo, marchio di fabbrica del trumpismo: sono l’obiettivo di una campagna di propaganda finanziata da Israele, ha detto il vicepresidente degli Stati Uniti, a causa del mio impegno per la pace con l’Iran. Vance ha citato un articolo del magazine Time che raccontava che alcuni influencer americani erano stati pagati per attaccare l’accordo con l’Iran (che nel frattempo è stato affossato dal suo capo) e che i fondi provenivano dal governo israeliano: “La mia risposta? Be’, andate all’inferno”, ha detto offeso e suscettibile Vance, che dovendo compensare questi ultimi dieci giorni tremendissimi ha fatto quel che oggi ritiene più popolare: alimentare il risentimento nei confronti di Israele, per posizionarsi come il referente dell’elettorato non soltanto isolazionista, ma anche che crede che siano gli israeliani ad aver trascinato in guerra l’America.
Se la retorica di Vance contro Israele è inedita e inaudita per un esponente del governo americano, tanto più se repubblicano, ce n’è una invece che è il mito fondativo del secondo, brutale mandato di Donald Trump e che resiste al tempo, alla realtà, al senso del ridicolo: è quella dei brogli del Partito democratico alle elezioni del 2020, la “grande bugia”, la vittoria rubata alle presidenziali a Trump dall’impostore Joe Biden. Mercoledì si sono tenute al Senato le audizioni per la conferma della nomina di Jay Clayton alla direzione dell’Intelligence nazionale, al posto della dimissionaria-licenziata Tulsi Gabbard. Avvocato, ex direttore della Sec, Clayton non si era preparato granché per questa testimonianza, non ha saputo rispondere a domande tecniche, non conosce i dettagli degli affari di cui si dovrà occupare e conta sul fatto che i numeri ci sono e che la nomina è quasi certa, perché le ribellioni dentro al Partito repubblicano sono molto rare e non riguardano le nomine. Però c’è una domanda cui Clayton non ha voluto rispondere, e sì che è facile e che gliel’hanno posta tutti i senatori democratici della commissione: chi ha vinto le elezioni nel 2020? Niente, non c’è stato verso, non ha risposto, ha detto “non voglio andare su quel terreno”, ha taciuto, ha guardato implorante il presidente della commissione, il repubblicano Tom Cotton, che ogni tanto gli è andato in aiuto dicendo al senatore di turno: il suo tempo è finito. Clayton non ha risposto, eroico, perché Trump valuta la fedeltà dei suoi anche sulla resistenza nel difendere il complotto della “big lie”, e non è che un trumpiano arriva fin lì, fino alla possibilità di guidare l’Intelligence americana, e scivola così sul mito fondativo. Clayton stoico non dice che Joe Biden ha vinto le presidenziali del 2020. Il senatore Jon Ossoff, democratico della Georgia, astro del partito che parla chiaro e bene e affilato ha detto al nominato, dopo aver chiesto almeno una decina di volte: chi ha vinto nel 2020?: “Lei si rifiuta di rispondere a una domanda di base come questa ma chiede di guidare la comunità dell’intelligence americana. Non è umiliante non poter rispondere a questa domanda? Dover assecondare i deliri del presidente?”.