Un equilibrio precario. Cosa cambierà in Iraq dopo la visita di al Zaidi da Trump

Appoggiato dal presidente degli Stati Uniti ma sostenuto in patria da figure vicine al regime di Teheran, il giovane leader iracheno cerca un accordo economico con gli Stati Uniti ma senza alimentare le tensioni

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Al Zaidi e Trump alla Casa Bianca (Foto Getty)

Istanbul. “Amiamo l’Iraq”, ha detto Donald Trump rispondendo alle domande dei giornalisti in occasione dell’accoglienza riservata il 14 luglio alla Casa Bianca al nuovo e più giovane primo ministro iracheno di sempre, Ali al Zaidi. La visita è stata la prima ufficiale di Zaidi da quando ha assunto l’incarico, esattamente due mesi prima, ed è avvenuta nel pieno delle continue ostilità tra Stati Uniti, Israele e Iran. Secondo un comunicato diffuso dopo l’incontro, “il primo ministro iracheno ha sottolineato che la sua visita mira a costruire un solido partenariato economico. Ha affermato che, dopo la conclusione della presenza militare statunitense in Iraq – parte della Coalizione Internazionale per sconfiggere l’Isis – subentrerà una presenza economica guidata dalle aziende statunitensi, evidenziando come siano i legami sociali, e non quelli militari, a costituire il fondamento della cooperazione economica”, con riferimento alla scadenza del 30 settembre fissata per il completo ritiro delle truppe americane dall’Iraq. Il 16 giugno, una dichiarazione congiunta di Zaidi e dell’inviato speciale presidenziale Tom Barrack, affermava che i due avevano “elogiato la decisione irachena di finalizzare la licenza operativa per Starlink; (...) avviare negoziati con Chevron per lo sviluppo dei giacimenti petroliferi di West Qurna-2 e Nassiriya; (...) consentire alle aziende statunitensi Hkn, Western Zagros e Hunt di riprendere le operazioni con piene garanzie di sicurezza; e portare avanti un memorandum d’intesa con TI Capital per la riabilitazione dell’oleodotto Kirkuk-Baniyas quale via vitale per l’esportazione del petrolio”.
Zaidi, uomo d’affari ricco e affermato, è ben consapevole che il sostegno di Trump è stato un fattore decisivo nella sua scelta come primo ministro. Allo stesso tempo, sa che i suoi sostenitori interni – il Quadro di Coordinamento sciita – sono in gran parte fortemente antiamericani e filoiraniani. L’equilibrismo a cui sembra essersi votato non sarà facile, ma sarà essenziale per evitare che il medio oriente sprofondi in ulteriore violenza. Molti si interrogano su quanto della visita sia stato di facciata e quanto invece si tradurrà in un cambiamento reale. Il deputato repubblicano Joe Wilson ha commentato su X che “i leader iracheni vanno e vengono, ma il sistema resta lo stesso: un intero apparato di governo basato su un unico obiettivo – servire la Guida suprema iraniana e finanziare le milizie settarie terroristiche. E’ la stessa formula che ha creato l’Isis fin dall’inizio, sotto l’ex premier Maliki. Che si tratti del premier Zaidi (che ha diretto una banca sanzionata per il sostegno all’Iran), del suo predecessore Sudani (che aveva letteralmente un terrorista come consigliere per la sicurezza nazionale) o dei loro predecessori, il sistema è lo stesso e il gioco delle sedie è irrilevante”. Il sovradimensionato settore pubblico iracheno – incluso, e in particolare, l’enorme numero di uomini sul libro paga delle forze armate e di sicurezza – è da tempo oggetto di critiche. Tuttavia, i precedenti primi ministri ne hanno continuato ad ampliare le dimensioni per rispondere a esigenze elettorali. La fiducia è una valuta gravemente carente sia all’interno dell’Iraq sia nei rapporti tra Iraq e Stati Uniti, e il fatto che una giornalista internazionale sia stata recentemente presa di mira a Baghdad non fa che aggravare questa carenza. Se una giornalista che ha riportato dall’Iraq per oltre un decennio, incluse le prime linee contro lo Stato Islamico, e che aveva incontrato numerosi alti funzionari, non è al sicuro su una via centrale della capitale – dove è presente una forte presenza di polizia e dove talvolta i funzionari siedono nei bar e nei caffè all’aperto – come si può credere alle informazioni che arrivano dal paese, provenienti da giornalisti locali sottoposti a pressioni ben maggiori?
Alla fine di luglio, Zaidi ha dichiarato che “la maggior parte delle fazioni armate ha già iniziato a consegnare le proprie armi allo stato” e che “dopo il completo ritiro delle forze statunitensi (a settembre, ndr) non ci sarà più alcuna giustificazione né necessità per alcuna resistenza in Iraq”. Per alcuni, il suo uso del termine “resistenza” in riferimento alle fazioni armate sostenute dall’Iran e operanti al di fuori del controllo statale è già un segnale negativo; per altri, potrebbe semplicemente trattarsi di una scelta necessaria, dato il complesso contesto in cui si trova a operare. In entrambi i casi, la scarsa fiducia rimasta tra i due paesi potrebbe presto crescere rapidamente oppure crollare bruscamente: un’estate di speranze e colloqui, seguita da un autunno che potrebbe farsi incandescente.